Altre di B: i luoghi, il tempo, i dischi e la loro Bologna (parte 3)

Il tempo passa, i luoghi cambiano, i rapporti evolvono, la vita fa il suo corso. E in conseguenza di tutto ciò, i dischi si susseguono.E così dopo “Sport” del 2014, gli Altre di B iniziano un nuovo percorso, quello che li porterà a “Miranda!“.

La strana curiosità che li accompagna e che abbiamo avuto modo di scoprire con questi racconti, è che la nascita di ogni disco è coincisa con un trasloco del loro habitat creativo. Abbiamo già visto come da Casa Papinsky (ai tempi di There’s a Million Better Bands) si sia passati al capannone di Via del Chiù (per “Sport“).E oggi ci spostiamo di nuovo, per farci raccontare ancora una volta la parte più nascosta (per la precisione, “nascosta dalle cose della vita” cit.) del percorso della band. Quella di oggi è anche l’ultima tappa che pubblicheremo, perché da qui in avanti, si racconta una nuova storia, quella che segue “Miranda” (uscito nel 2017) e che a breve ci porterà ad ascoltare i nuovi brani della band.

Ancora una volta, per accompagnare la lettura, qualche foto d’annata e una playlist ad hoc che potete ascoltare di seguito:

Ep.3 Consommé bollente

“Tu non mi chiami prete, testa di cazzo!”. Non avevo mai litigato con Giovanni prima di allora e dargli del prete è stato un errore mostruoso, di quelli che di tanto in tanto echeggiano nel buio della stanza, quando mi spaghetto fra le coperte per cercare di addormentarmi. Non gli ho mai chiesto scusa perché fossilizzato nelle mie convinzioni: e sulla testa di cazzo, a conti fatti, non ho mai avuto niente da ridire.

All’epoca dei fatti, dopo lo smantellamento di via del Chiù, avevamo traslocato strumenti e magoni in un piccolo garage di via della Ca’ Bianca, il settantaduesimo lotto di un parcheggio sotterraneo alle porte di Bologna. L’ultima volta che avevamo suonato in un garage era quando si andava da Santiago, il batterista degli Hilldale, che aveva creato uno studio nel quale abbiamo registrato le nostre prime demo (anche se alle 17 il babbo di Santiago doveva fare la sauna e dovevamo interrompere le registrazioni perché la sauna era adiacente allo studio e voleva un po’ di discrezione): il produttore era Simone, il suo chitarrista e cantante, che nel tempo è diventato nostro tastierista, fotografo e tatuatore. Di nuovo in un garage dunque, sotto terra, di nascosto dalle cose della vita, in profondità alla maniera delle bugie. Il garage 72 è stato la nostra terza sala prove, uno straordinario bugigattolo che Gabriele e Lorenzo, bassista e batterista dei Valves, avevano allestito e collaudato a prova di decibel. Coi suoi tendaggi carminio da Loggia Nera di Twin Peaks, con lo sbarco di strumenti delle altre band e l’incapacità di movimento per complessi superiori alle tre persone, i tappeti insozzati di birra e lacrime e la cassetta degli affitti: 13 euro a persona, più qualche spiccio bimestrale per le bollette, che sistematicamente arrotondavamo per difetto con annessa chiamata di Gabriele ragazzi dài non si fa così non è rispettoso mi raccomando la prossima volta dài ragazzi un po’ di serietà.

Chi suona in una band sa che la privacy non esiste, che si firma un invisibile contratto per il quale aromi e maleodori sono di dominio pubblico, come la sudorazione, la rinite, il tempo, il malumore, la flatulenza. E il garage 72 in questo è stata pura condivisione umana e artistica, una fucina di batteri e idee, un bagno termale, un consommé bollente nel quale abbiamo scritto Miranda!, il nostro terzo lavoro e un omaggio al bolognese Quirico Filopanti, l’inventore dei fusi orari. Lo abbiamo registrato a Correggio, al Dude Music di Stefano Riccò, al quale dobbiamo almeno due dischi di grazie: una volta, in un eccesso di gran felicità, Giovanni ha sbagliato chat di WhatsApp e ha scritto a Stefano “Teniamocelo stretto quel pelato!”. Con tanto di ringraziamento del pelato.

Non so se in fondo abbiamo amato o detestato il garage 72, perché in superficie, su per la rampa del garage, là fuori insomma, le nostre vite stavano cambiando radicalmente e con loro anche il nostro approccio alla musica e le sue dinamiche. Un bel giorno abbiamo trovato il cartello che ci invitava a far le valigie. “Tu non mi chiami prete, testa di cazzo!” è stata l’ultima cosa che è rimbombata in quel garage. D’accordo, era arrivata l’ora di andarsene. Di chiedere scusa a Giovanni e di far pace coi miei sogni nel buio della stanza.

Scusami, vez.


Buona!

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