Interview – The Spoiled
The Spoiled è il progetto solista di Giovanni Santolla. Ne abbiamo nel lontano 2016, in occasione del debutto con Parasite, un disco claustrofobico, quasi asfissiante. Poi una lunga pausa, lunghissima, fino al 2025, anno in cui è uscito Living Ghost e Time. Quest’anno esce When It Rains (andate a recuperare la nostra recensione!) per la AVANT!Records. Abbiamo contattato Giovanni per approfondire questo suo nuovo capitolo.
Ciao Giovanni! Bentornato sulle nostre pagine. Ci siamo conosciuti con Parasite, poi una lunga pausa. Cosa è successo in quegli anni? Qual è stato il motivo di questa interruzione?
Ciao Gilda! È davvero un piacere per me tornare da voi. È passato molto tempo e tante cose sono cambiate, sia a livello personale che musicale.
Dopo Parasite ho attraversato un periodo in cui avevo semplicemente bisogno di fermarmi e vivere altri aspetti della vita. Era un disco molto istintivo e anche piuttosto claustrofobico, che rappresentava bene quello che stavo vivendo in quel momento. In seguito a quell’esperienza, mentalmente molto intensa, ho sentito il bisogno di distaccarmi per un po’ dal progetto. Ho quindi lasciato The Spoiled latente, consapevole che sarebbe tornato non appena avessi sentito nuovamente l’esigenza di canalizzare le mie esperienze e i miei stati d’animo in qualcosa di nuovo.
Ho continuato a scrivere e a produrre, ma senza avere necessariamente l’urgenza di pubblicare. Ho sperimentato nuove sonorità, provato e riprovato, ricominciato da zero. Nel frattempo ho vissuto esperienze molto intense, alcune belle, altre particolarmente dolorose.
Credo che quella pausa sia stata importante proprio perché mi ha permesso di tornare a The Spoiled senza sentire di dover replicare quello che avevo fatto in passato, ma trovando un nuovo entusiasmo e una nuova forza di volontà per tradurre tutte le esperienze vissute in musica e testi. Quando ho ricominciato, nel 2024, non volevo semplicemente pubblicare un nuovo disco dei The Spoiled: volevo capire cosa potesse essere diventato il progetto dopo tutti quegli anni, essendo cresciuto insieme a me. E volevo tornare a scrivere, fondamentalmente,
When It Rains sembra distinguersi dai capitoli precedenti. Pur muovendoti ancora in territori dark wave, post punk ho notato un’attitudine diversa, come se ci fosse una spinta verso una maggiore introspezione. Questo lo si percepisce sia nei testi che nei suoni. Cosa ne pensi?
Sì, penso che sia una lettura assolutamente corretta. When It Rains mantiene alcuni elementi che fanno parte del DNA di The Spoiled, soprattutto per quanto riguarda la malinconia di certe atmosfere, però sentivo sempre più il bisogno di aprire il suono e di non restare confinato nelle rigide mura della darkwave e del post-punk.
Non volevo più che l’atmosfera derivasse esclusivamente dal mio lato più oscuro o aggressivo. Mi interessava maggiormente lavorare sulle emozioni reali, sulle melodie e sulle chitarre. È anche per questo che ho incluso sempre più influenze provenienti da altri generi, come, ad esempio, l’alternative rock, lo shoegaze e la witch house.
When It Rains rappresenta quindi un momento di passaggio. Non è una rottura netta con quello che è venuto prima, ma il disco in cui ho iniziato a guardare in una direzione diversa. In questo senso lo considero più un punto di partenza che un punto di arrivo. Devo ringraziare assolutamente Andrea di Avant! Records per aver creduto in questo progetto, per la sua apertura mentale verso sonorità non stereotipate e per la cura e l’attenzione che ha dimostrato, qualcosa che oggi non è affatto da dare per scontato nel mondo delle case discografiche.
Ogni pezzo del disco arriva in modo diretto. L’ascoltatore ne rimane catturato e rimane coinvolto nell’ascolto. Questo, secondo me, non avveniva nei tuoi lavori precedenti che, sebbene godibilissimi, risultavano meno immediati. Come sono nati questi brani? E’ cambiato il tuo approccio nella composizione?
Sì, sicuramente è cambiato qualcosa. In passato ero molto concentrato sulla costruzione di atmosfere e sonorità stratificate, rumorose e volutamente criptiche, mentre oggi sento maggiormente la necessità che una canzone riesca a comunicare qualcosa anche attraverso le melodie e i testi.
La differenza principale è proprio questa: oggi cerco di non nascondere la canzone e la mia voce dietro il muro di suono. Anche quando utilizzo feedback, distorsioni, riverberi o stratificazioni molto dense, voglio che rimanga sempre qualcosa a cui l’ascoltatore possa aggrapparsi.
Tutti i brani sono nati in maniera spontanea, partendo da una chitarra o da una melodia vocale. Ho parlato di me al 100%, dei miei dubbi, delle mie paure, dei miei errori, delle mie dipendenze e di tutto ciò che mi aveva portato ad allontanarmi da alcune persone a me vicine. È un disco che nasce da una voglia di catarsi e di redenzione, magari illusoria, ma che mi ha portato ad avvicinarmi sempre di più alla persona che avrei voluto essere e a capire come uscire dall’oscurità, per trovare una luce da seguire e nella quale ricominciare a vivere.
Parliamo dei live. Ho visto che stai suonando molto. Che impressione hai avuto da questi live? E’ difficile organizzare un tour? Questo genere di musica è ancora capace di attrarre? O rimaniamo solo noi nostalgici e appassionati del genere?
live sono probabilmente la parte del progetto che negli ultimi anni mi ha dato più entusiasmo. The Spoiled è nato come progetto molto personale e solitario, mentre dal vivo ha assunto gradualmente una dimensione completamente diversa.
Oggi suono con Toto Ronzulli (Truemantic, Kyoto), che ha contribuito a un notevole upgrade del suono e della performance live, riarrangiando tutti i brani in modo da renderli molto più dinamici e coinvolgenti. Uno dei miei obiettivi è infatti quello di allargare sempre di più la band in sede live, per offrire agli spettatori un livello di immersione maggiore e non una semplice riproposizione statica 1:1 del disco.
Organizzare un tour, soprattutto da indipendenti, non è semplice. Ci sono tantissimi aspetti da incastrare e spesso bisogna fare i conti con costi, distanze, promoter e pubblico. Però, a partire da maggio, abbiamo cominciato a lavorare con l’agenzia Swamp Booking, che ci ha permesso di suonare in contesti internazionali di assoluto livello, non necessariamente legati al post-punk, condividendo il palco con artisti estremamente validi, sia dal punto di vista musicale sia personale, come Nuovo Testamento e Morwan.
Per noi è sempre una vittoria quando nuovi pubblici rimangono piacevolmente stupiti da quello che facciamo. In questo, per me, è racchiuso il senso di fare musica e di condividerla con altre persone. Inoltre, se una persona viene a un live per il nostro background e ne esce interessata anche alle nuove sfumature presenti nella nostra musica, per me è già una piccola ma enorme vittoria.
Infatti, nonostante questo tipo di musica abbia una storia importante alle spalle, vedo tanti ragazzi che arrivano a queste sonorità attraverso percorsi completamente diversi, senza trincerarsi dietro rigide barriere musicali, ma partendo da altre sonorità alternative come shoegaze, indie, elettronica, grunge o metal, per poi scoprire il resto. Penso che questo scambio possa essere positivo per tutti: per chi ascolta, per chi suona e per una scena che può continuare a trovare nuovi modi di esprimersi.
Tre aggettivi per descrivere When It Rains.
Sincero. Nuvoloso. Aperto.
Sincero perché mi ha permesso di parlare in modo molto aperto e intimo delle mie relazioni personali disfunzionali, cercando di farlo con delicatezza, ma senza nasconderne o rinnegarne i lati più spiacevoli.
Nuvoloso perché parla di pioggia, ovviamente interiore. Ed è un auspicio per il diradamento di queste nuvole, per un futuro più luminoso. Perché, come ha detto qualcuno prima e meglio di me, non può piovere per sempre.
Aperto perché non vuole restare relegato a un solo tipo di sonorità o di stato d’animo. È un disco che lascia spazio a possibilità diverse e che, per me, apre una fase nuova del progetto.
Salutiamoci con una canzone.
Vi saluterei con un pezzo dei DIIV, Raining on Your Pillow. È un brano che mi fa pensare agli scenari malinconici e nuvolosi che ho cercato di evocare in When It Rains, pur utilizzando un approccio lirico e sonoro completamente diverso.
Grazie Giovanni! Buona musica e a presto!
Ti ringrazio davvero per l’intervista, per le belle e stimolanti domande e per l’attenzione e la cura che hai dedicato a quello che avevo da dire.
Ringrazio anche tutte le persone che dedicheranno parte del loro tempo alla lettura di questa intervista. Spero di riuscire a lasciarvi qualcosa del mio mondo!



