Intervista: Don Antonio
A distanza di alcuni anni dall’ultimo lavoro in studio, Antonio Gramentieri torna a vestire i panni di Don Antonio con Dopo Tutto, un disco che nasce dall’incontro tra memoria e presente, tra ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere. Un album intimo ma mai nostalgico, che attraversa le crepe del tempo con uno sguardo lucido, scegliendo l’imperfezione come valore espressivo e la fisicità dell’oggetto disco come gesto di resistenza in un’epoca dominata dallo streaming.
Nella nostra conversazione, Gramentieri racconta la genesi di Dopo Tutto, il legame con la casa della sua infanzia e con i ricordi riaffiorati quasi per caso, il significato della copertina realizzata dall’illustratore Samuele Canestrari e la ricerca di una voce non perfetta, ma autentica.
Ne emerge una riflessione più ampia sul fare musica oggi, sul rapporto con il tempo e sulla necessità di restituire alle canzoni un peso specifico, umano e materiale.
IR: prima di entrare nel dettaglio dell’album partiamo dalla copertina di Dopo Tutto
DA: la copertina è stato il frutto di un incontro, il mio incontro con Samuele Canestrari, un ragazzo marchigiano, un visionario, ha già la sua carriera nel mondo del fumetto e dell’illustrazione e nonostante sia giovane è già molto stimato. La cosa che mi ha intrigato è che è stato sufficientemente folle da venire a Modigliana e aprire una libreria di fumetti e di illustrazioni facendo un’operazione che avrebbe dei margini di rischio in una grande città figurati poi farla in un piccolo paese.
Ha anche aperto, di fianco, un laboratorio di serigrafia!
In pratica sta perseguendo un’utopia, io l’ho visto come un incontro di utopie(ridiamo ndr).
Dopo il Covid ho fatto diverse cose e non ho più ripreso un ritmo stabile come quello che avevo prima e ho sentito che era il momento di fare quello che gli americani chiamano uno “statement”, cioè mettere un punto fermo e capire dov’ero. Da questo ne è uscito un disco e ho ritrovato in queste architetture brutaliste di Samuele fatte con la grafite con dei tratti molto primari e molto fisici, esattamente quello che volevo dire.
In quelle strutture non sono sicuro che ci abiti più qualcuno, però hanno ancora un ruolo nel paesaggio, hanno ancora un ruolo nella storia di ognuno, segnano ancora un’epoca, hanno ancora il peso addosso di tutto, di quello che ha rappresentato per la loro epoca e di quello che si portano dietro.

IR: questo disco è nato da un ritorno dalla casa della tua infanzia: quando hai capito che quello ne sarebbe diventato il fulcro?
DA: Non è stato programmato e lì per lì non me ne ero neppure accorto, nel senso che comunque in quella casa ci andavo tutti i pomeriggi. In cantina c’era veramente una quantità di roba incredibile accumulata negli anni, tanto da crearne degli strati, per cui il tempo era facilmente recuperabile.
Ogni cosa conteneva delle memorie, dei simboli di epoche precise, però c’erano anche tutte le domande, i tentativi fatti all’epoca, dei quali alcuni erano andati in porto, altri erano andati a finire in un posto distantissimo e altri ancora erano rimaste delle domande in sospeso. E ritrovarle tutte ha rimesso in moto questo strano rapporto fra il presente e il passato, che credo sia una cosa abbastanza usuale per la gente della nostra età, perché è il punto in cui vedi che cominciano delle “crepe” nei tuoi genitori o negli amici ed è un momento dove il confronto col tempo non lo puoi più rimandare e fa parte del presente.
Il rapporto con la memoria non ha nulla di dolente: recuperi, capisci che sei stato e sei solo una piccola percentuale di tutte le cose che potevi essere e che possiedi. Alla fine ti rendi conto che hai solo una piccola percentuale di tutte le chitarre che avresti voluto(ridiamo ndr) e così via o che la tua fidanzatina dell’epoca poteva essere la donna della vita, però hai fatto un’altra strada ed è andata bene anche quella.
Ti trovi di fronte a tutte delle sliding doors e vedi che se sei andato in una direzione ci sarà un motivo e prendere quella direzione non è stato sempre una scelta conscia.

IR: E c’è qualcosa di particolare che ti ha colpito più di tutto il resto ?
DA: c’erano i miei quaderni da bambino, con tutti i temi ed erano molto immaginifici, c’erano i pensierini, poi c’erano dei biglietti che mi aveva scritto mia mamma, che non c’è più, in un periodo in cui mi sentivo un po’ indeciso, ansioso, erano dei biglietti che mi aveva scritto quando ancora non esistevano i messaggi via telefono.
C’erano piccoli pezzi di un mosaico che poi ha composto un quadro alcuni più cangianti di altri.
IR: parlando dello stile che hai scelto per cantare. Questo album è più “cantato” dei precedenti.
DA: è un discorso per me molto centrale: ho la piena consapevolezza di non essere un cantante in senso tradizionale: se io mi cimentassi con un canto tradizionale o andassi a fare piano bar, sarei proprio scarso. Il punto è che lo sarebbero anche Paolo Conte, Lou Reed e anche Bob Dylan, per cui non me ne frega niente. (ridiamo ndr)
Di questi artisti non mi arriva il fatto che siano dei virtuosi della voce, ma che hanno usato la loro voce con le imperfezioni, con i loro limiti e l’hanno usata come uno strumento e così ho deciso di fare io.
A quel punto la chiave non è più che devi essere un cantante “incredibile”, ma devi essere un cantante “credibile”. E lì per me comincia la vera sfida, perché ci sono dei cantanti anche bravissimi ma non credo a quello che mi stanno dicendo perché mi sembrano recitare in un’operetta teatrale.
Per ogni canzone devo trovare la tonalità, il registro e l’emissione giusta che mi consenta di riascoltarmi e dire per prima cosa se sono stato più o meno bravo e secondo che se mi si ascolta si ha l’impressione che stia dicendo veramente qualcosa o che stia recitando?

IR: hai lasciato volutamente anche molte imperfezioni ed imprecisioni nel disco.
DA: di sbagli non ce ne sono, ci sono delle take che in un disco pop sarebbero state considerate degli ottimi provini, però poi da mettere totalmente a tempo e aggiustare. Semplicemente ritenevo che rifarle non avrebbe aggiunto nulla e avrebbe tolto qualcosa.
Non è stato un vezzo. Ad esempio Gozzano: tutta la prima parte io e Arianna (Pasini ndr)l’abbiamo suonata pensando di registrare un provino, per cui avevamo tutti i microfoni aperti, non c’era nulla di tecnicamente consono a una registrazione ufficiale.
Una volta risentito ho deciso che non avremmo mai potuto farla meglio di così, per cui quella è quella che è andata nel disco. Sai con gli strumenti di adesso, un qualsiasi ragazzino, con dei plugin, può farti un disco completamente a tempo e intonato. Quello che una volta era un valore assoluto, ossia la precisione, è riproducibile in un secondo e gratis, per cui un disco deve catturare un’altra cosa, deve catturare l’odore del selvatico, i brani devono cercare la sua strada nella selva e sapere di ‘vero’.
IR: La decisione di pubblicare quasi esclusivamente l’edizione fisica è una critica alla musica in streaming o piuttosto un invito ad ascoltare un’opera nella sua interezza e con attenzione?
DA: È un discorso sulla permanenza. È un disco che nelle case in cui andrà deve permanere e non deve essere una cosa che vola e va via, per cui chi lo vorrà deve essere un oggetto di arredamento della casa. L’intenzione è che chi lo compra debba stabilirci un rapporto sì musicale ma anche viverlo come oggetto, possibilmente prezioso.
Come dicevo guarda la copertina, Samuele Canestrari, per farla rendere come voleva ha obbligato la fabbrica del vinile a stampare la confezione alla rovescia in modo che il segno di matita fosse più credibile e il punto è questo, ormai tutti possono ascoltare tutto gratis e mi interessa di più mettere il disco in 300/500 case che ce a 100.000 persone che neanche lo ascoltino dall’inizio alla fine.
IR: quali saranno i prossimi live?
DA: questo disco è uscito abbastanza all’improvviso e si è mosso tutto molto tardi, potevamo considerarla una tragedia e un ostacolo insormontabile o farne di necessità virtù.
Quest’estate andrò da chiunque mi chiami e vuol sentire le canzoni del disco. Se ci sono un po’ più di soldi ci vado col gruppo, se non ce ne sono molti vado da solo o in due, se non proprio non ce ne sono parliamone! Perché il concetto in questo momento è “provare”.
Ho un’età che al mondo musicale, per come lo concepivo, ci ho già fatto due o tre giri attorno e ho capito quali sono le zone che mi interessa abitare, che sono quelle dove la musica ha qualche possibilità di rimanere.
E adesso, dopo il Covid, è tutto uscito in una mappa un po’ disordinata e con il mio piccolo contributo e con il mio percorso voglio provare a ricollegare dei puntini di posti dove la musica conti ancora qualcosa.



