Interview – We are waves

Tornano i We are waves con HOLD, terzo disco, uscito lo scorso marzo via MeatBeat Records. La band torinese compie un passo in avanti nel suo percorso artistico, aprendosi a sperimentazioni sonore, rielaborando il proprio songwriting, senza però sconvolgere la propria natura legata alle influenze anni ’80. Dopo aver recensito il disco, abbiamo pensato di rivolgere loro qualche domanda via mail. Ed ecco cosa ci dicono i We are waves, buona lettura!

Ciao ragazzi! Partiamo subito dalla copertina, che mi è piaciuta particolarmente. I colori, la coppia sfuocata che si tiene per mano, il sole che tramonta (o un faro?) sullo sfondo. Come è nata l’idea?
Ciao, grazie mille! É nata abbastanza per caso…stavo girando su Instagram quando mi imbatto in questo fotografo americano, Matthew Kelly, e i suoi scatti pazzeschi. Me ne sono innamorato subito, li ho proprio visti giusti per quello che stavamo registrando, e mi sono messo subito in contatto con lui.

HOLD rappresenta sicuramente una prova di crescita artistica notevole. Un deciso cambio di rotta rispetto al passato, che ha inciso nelle atmosfere, nel sound, nel songwriting (anche se le influenze degli anni ’80 non sono assolutamente svanite). HOLD significa letteralmente “tenere”. Allora vi chiedo, cosa avete tenuto del passato? Cosa avete lasciato andar via?
Sicuramente abbiamo conservato una certa sensibilità melodica, un certo modo di vedere la musica come un’esigenza comunicativa. In questo disco ci abbiamo messo la faccia molto più che in passato, abbandonando una serie di asprezze di scrittura e privilegiando una certa morbidezza e una spazialità all’interno dei brani. Era una cosa che desideravamo da tempo.

Da cosa è stata determinata questa evoluzione? Voglia di mettersi alla prova? Dall’esperienza dei live? O dalla rilettura di Promises (Promixes, 2016) in chiave elettronica?
Credo da un po’ tutte insieme. Il tour di Promises è stato pazzesco, e ci ha permesso di conoscere un sacco di realtà molto diverse tra loro. Promixes è stato un gioco che ci ha svincolato da una serie di paletti e ci ha insegnato a osare anche senza chitarra e batteria, lezione che abbiamo poi portato dentro Hold.

Nel comunicato stampa che accompagna il vostro disco si legge: “L’accettazione è il presupposto del superamento: con serenità e leggerezza tutti possono trovare la propria salvezza”. Quindi state dicendo che per essere felici bisogna accettare la propria condizione, rassegnarsi?
Al contrario, Hold è un tentativo di tenere a se una certa idea di bellezza, di poesia se vuoi, contro la rassegnazione della quotidianità. Ma sicuramente accettarsi e capire i propri limiti è la cosa più importante per crescere e liberarsi dai propri cliché. Noi lo abbiamo fatto anche passando da una certa solarità nei brani. E’ molto più difficile scrivere un pezzo in maggiore che parli di malinconia.

Il pezzo che mi ha colpito (e incuriosito) di più è certamente Maracaibo, a partire dal nome, ma anche per le sue percussioni caraibiche. Ci raccontate come è nato?
E’ sicuramente il pezzo più particolare del disco. C’era questo giro iniziale abbastanza scuro, e in quel periodo stavo ascoltando tantissimo “Soul Mining” dei The The, un disco incredibile, molto vitale, che ti insegna ad essere ironico anche se fai roba bella fredda. Ci ho giocato su, inserendo un ritornello un po’ scherzoso e un ritmo funky con tanto di percussioni afro. Era poco più che uno scherzo…il pezzo non aveva nessun nome, e gli altri mi hanno detto “carino, ma sei sicuro di quel maracaibo finale?” Da lì è rimasto, ed è stata messa nel cassetto per due anni, fino a che non è arrivato il momento di registrare. L’abbiamo inserita mantenendo il titolo provvisorio e inserendo citazioni venezuelane nel testo.

Mirrors è praticamente EDM, e qui viene maggiormente in risalto la vostra attitudine sperimentale…Diteci di più!
E’ uno dei pezzi più sperimentali del disco. E’ nato da una fusione di diversi pezzi che ci dispiaceva scartare, e ne abbiamo ricavato un pezzo nuovo che è ne ha sostituito un’altro più “normale”, una roba tipo I Can’t Change Myself. Quando Cisa me l’ha fatta ascoltare non mi è venuto da cantarci nulla sopra se non un vocalizzo un po’ affogato, una roba alla Bowie nel lato B di Heroes. Che poi alla fine nei live la canta Cisa, è molto più evocativa come la fa lui.

Qual è il brano che rappresenta di più il disco e quello a cui vi sentite maggiormente legati?
Non saprei proprio, al momento è tutto talmente fresco…abbiamo fatto una grande selezione per arrivare a quei 10 brani e li riteniamo fondamentali, per noi un disco non ha riempitivi o esercizi di stile. Quindi ora non so risponderti a questa domanda, proviamo a risentirci tra un annetto!

Quali sono i vostri ascolti recenti, quelli che hanno influenzato HOLD?
Sicuramente cose lontane dal nostro universo “solito”…molta roba italiana, del lato più solare degli ’80, cose tipo Loredana Bertè, Matia Bazar, ma anche TheGiornalisti, Cosmo, Fabri Fibra (lo so, non dire niente)…pensa che “Fenomeno” è stato uno dei dischi che abbiamo ascoltato più spesso durante le registrazioni; ma anche Beck, LCD Soundsystem, Big Black Delta, Trentemoller…insomma, ascoltiamo davvero tanta roba.

Tre aggettivi per descrivere HOLD.
Sincero, intenso…il terzo ditecelo voi!

Parlando del futuro immediato, quali sono i prossimi programmi?
Portarlo in giro il più possibile, facendo dei bei concerti. Cosa che per fortuna sta già avvenendo e ci rende felicissimi.

Grazie mille, e spero di vedervi presto live! In bocca al lupo!
Speriamo davvero, crepi e grazie mille a voi per lo spazio e l’attenzione che ci state dedicando!

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