Interview: Cristiano Sbolci
Livornese classe 1989, Cristiano Sbolci arriva alla pubblicazione del proprio disco solista dopo dieci anni di attività musicale che lo ha visto suonare nei Siberia, capitanare i Caleido e lavorare come autore per altri musicisti. Adesso, per Cristiano, è il momento di usare il proprio nome per questo album intitolato Fuorimoda, che esce per le etichette Pulp Music e Ada Music Italy e come dice il musicista stesso, “nasce dalla passione per il cinema, in particolare per gli horror e i thriller italiani degli anni ’70, e si sviluppa come una sorta di colonna sonora costruita sul parallelismo tra opposti: amore e morte, inizio e fine, idillio e distruzione”. Colpito immediatamente dal fascino di queste canzoni, ho avuto molto piacere nel confrontarmi con Cristiano al telefono, per parlare di songwriting, arrangiamenti e altro.

Hai fatto l’autore in solitaria, il co-autore, hai scritto per te, per band di cui facevi parte, per altri. Sapere il progetto per cui stai scrivendo influenza il tuo modo di scrivere? Oppure ti viene quello che ti viene indipendentemente dal progetto a cui apparterrà?
Inizialmente, nel mio primo periodo del percorso autorale, mi impegnavo ad accontentare l’artista per cui stavo scrivendo, però poi mi sono reso conto che quella era una via sbagliata, perché non riesci mai a tirare fuori qualcosa di davvero giusto se cerchi di immedesimarti in qualcos’altro. Così, col tempo, mi sono imposto di raccontare sempre di me, anche quando scrivo per altri. Mi sono dato questa regola: è necessario che l’autore di canzoni scriva della propria vita, poi chi la canterà, la canterà. È fondamentale che uno scrittore scriva del proprio vissuto e non di quello di qualcun altro o di uno inventato.
E invece com’è andata quando hai scritto assieme ad altri? Lì, ovviamente, credo che non sempre si possa riuscire a scrivere della propria vita.
È un’esperienza particolare, perché ci sono molte regole già imposte nelle famose sessioni di scrittura, perché lì hai lo scopo di chiudere una canzone nel miglior modo possibile. In realtà non ho mai avuto una grande passione per quel modus operandi, mi ci sono sempre un po’ perso. Sono riuscito ad aggiungere un’idea melodia o testuale, ma non a scrivere una canzone nel vero senso del termine.
Nelle canzoni di questo disco, trovo molto importante il modo in cui melodie e testi si associano con gli arrangiamenti strumentali, quindi ti chiedono se questi aspetti nascono in momenti diversi o se, invece, viaggiano in parallelo.
Ho lavorato a un brano alla volta e la sequenza è stata sempre la stessa, ovvero scrivevo il brano, lo arrangiavo e lo pre-producevo, poi passavo al successivo, quindi è stato un percorso in cui scrivevo, arrangiavo e registravo un brano, poi facevo lo stesso con il successivo, e così via con tutti. Per tutte le 12 tracce ne ho cestinate una cinquantina, finite. È stato un lavoro monumentale, che comunque rifarei.

Trovo che un punto importante, per quanto riguarda gli arrangiamenti, sia la loro sobrietà, che talvolta sfocia nel minimalismo. Trovo che questo aspetto dia al disco un’autenticità e una personalità che, probabilmente, senza di esso non ci sarebbero.
Il mio intento era trattare canzoni pop come se fossero musica colta. Quindi, dare importanza alle armonie, all’arrangiamento orchestrale, a qualunque tipo di dettaglio. Non ho voluto mettere alcun tipo di plastificazione sonora moderna, ma ho usato solo strumenti reali, da suonare e fare in modo che si sentisse la vita stessa di questi strumenti. Questa scelta mi ha portato alla direzione del disco, che io trovo una direzione pura.
Purtroppo, oggi, la scelta di dare un carattere colto alla propria proposta musicale viene, erroneamente, presa per snobismo.
Infatti era questa la mia preoccupazione.
Per fortuna, almeno secondo me, tu hai evitato questo problema. Ad esempio, tu presentando il disco parli di un immaginario cinematografico, e uno come me, cioè ignorante di cinema, soprattutto di quello d’autore, capisce che ci sono delle citazioni ma, se anche non le coglie, non si sente impossibilitato a apprezzare le canzoni.
Io trovo che il disco sia fruibile, perché alla fine sono canzoni pop e trattano il tema più utilizzato nella musica italiana, visto che sono, fondamentalmente, canzoni di non-amore. Poi, ho inserito molte citazioni, ma solo perché mi andava di farlo, godevo nel fare quella cosa lì. Ci sono anche citazioni musicali, e non solo cinematografiche, che non svelerò, però ci sono passaggi melodici di Morricone, -Cipriani e altri, e poi ci sono gli spezzoni di film, ma tutto questo c’è solo perché sentivo che potesse colorare ancor meglio il lavoro che stavo facendo. Non è stato un “ora vi mostro che ne so di cinema d’autore o di musica da film”, ma quelle cose mi aiutavano a colorare meglio il mio lavoro.
Per quanto riguarda le collaborazioni, hai scelto i musicisti perché sapevi di volere qualcosa di specifico da loro, oppure semplicemente perché ti piacevano, senza pensare a cosa avrebbero potuto dare?
Parlando di Enrico Gabrielli, una volta che ho chiuso gli strumentali, mi sono detto che ricordavano molto l’immaginario dei Calibro 35, quindi abbiamo proposto la collaborazione a Enrico e lui ha ascoltato i brani e gli sono piaciuti molto, quindi ha accettato. Per quanto riguarda Mox, una volta che ho scritto Il Rumore Di Un Bacio ho pensato che potesse stare benissimo in un disco suo, la sentivo proprio con la sua voce. Lui è un mio amico, gli ho fatto sentire il brano e anche in questo caso gli è piaciuto. La vedevo bene su di lui ma la volevo tenere per me, così è nata la collaborazione e la canzone fa parte del mio disco. Per quanto riguarda Federico Maria Sardelli, lui è un amico di famiglia da sempre e mi andava di averlo in un mio disco. Lui è esperto di musica barocca, che c’entra poco con quello che faccio io, però è stato molto bello lavorare con lui e sono felice di averlo in un mio disco.
La mia canzone preferita è proprio Il Rumore Di Un Bacio, per cui ti chiedo di raccontarmi qualcosa in merito a essa.
È una canzone che racconta il momento dell’addio tra due persone. Lo fa in modo molto intimo. Volevo cercare di trasmettere all’ascoltatore non solo l’assenza delle sensazioni proprie di un rapporto amoroso, ma far sì che non si percepisse nemmeno il rumore di due corpi vicini. Ho pensato che il rumore di un bacio dovesse essere la chiave del testo, per un po’ ho avuto solo il titolo e non il testo, però quel titolo mi ha portato sulla strada giusta e alla fine l’ho scritta in dieci minuti. È una canzone che racconta di me, di quello che ho perso, l’utimo atto, i saluti, l’addio.
Nel disco ho notato un dialogo costante tra l’attenzione all’estetica, a una certa raffinatezza che è anche Fuorimoda, come il titolo stesso dell’album, e sensazioni di tipo malinconico. Ho anche pensato che Cosmetici E Veleni, il titolo di un’altra canzone, volendo sarebbe potuto essere il titolo del disco, ci poteva stare.
Poteva starci, anche se la canzone va un po’ fuori tematica, visto che parla di una persona con disturbi alimentari a me cara, che ha avuto questo percorso ostile. Sicuramente, nel disco ci sono malinconia e nostalgia, ma trovo che ci sia anche altro. Su questa connessione che noti, non so spiegarti, perché io ho scritto in modo del tutto naturale e spontaneo. Alcuni testi li ho capiti solo una volta finiti, mentre scrivevo lo facevo e basta, senza chiedermi il perché, poi rileggendo ho capito di cosa stavo parlando.
Una curiosità: quando il disco è stato presentato in anteprima con comunicati stampa, una canzone si intitolava Sentimental Blues, e invece ora si intitola Era Una Serata Come Tante All’Ortica.
Il disco era praticamente concluso, ma avevo in testa da diverso tempo di voler scrivere un talking blues, un blues in stile Bob Dylan, duecento parole e quattro accordi. Così ho fatto, ma non volevo inserirlo nel disco, inizialmente. Poi però, in studio, ho fatto ascoltare agli altri la canzone e hanno detto “questa dobbiamo registrarla”, solo che poi ha preso una piega meno blues e più pop-rock. Quindi, il titolo non reggeva più, ci siamo messi a cercare un altro titolo e dopo un acco di tentativi ci siamo resi conto che era dentro il testo, perché la canzone racconta in effetti di una serata alla Balera dell’Ortica a Milano.
Quindi tu frequenti Milano, anche se sei di Livorno.
A Milano ho vissuto due anni, sono tornato a Livorno l’anno scorso.
Chiudiamo parlando di come hai pensato di portare dal vivo questo disco.
Due concerti li abbiamo già fatti, Siamo un quintetto, con due chitarre, tastiera, batteria e basso. Facciamo la scaletta del disco precisa e poi un bis con tre brani, di cui due vecchi scritti per una band dove suonavo prima, e uno mai uscito che a me piace molto.
Quindi, delle altre quaranta canzoni che hai detto di aver cestinato sentiremo qualcosa o non esisteranno mai?
A me piace ogni volta ripartire da zero. Questo capitolo è stato chiuso e questo percorso è finito. 12 canzoni hanno vinto il premio e sono finite nel disco, e per il futuro ripartirò con canzoni nuove e non con quelle che avevo scritto per Fuorimoda.


