Interview: Pashmak

Rolling Stone parla di loro come “una miscela di sonorità e influenze che fanno del progetto uno dei più interessanti della scena indipendente italiana”. Ed è esattamente così. I Pashmak sono probabilmente una delle ultime realtà indipendenti, e non stiamo parlando solo della loro etichetta (Manita Dischi per quest’ultimo Atlantic Thoughts) ma anche dal punto di vista delle influenze musicali, non legate a nessuna scena in particolare. Sono creature rare, ci fanno un po’ paura, ma abbiamo parlato con loro.

Vi presentate come una sorta di collettivo multiculturale, lo siete davvero? Ci parlate delle vostre origini? Viaggiate molto?
Damon: Direi che collettivo multiculturale è più una definizione che ci è stata data dall’esterno. Siamo una band, un progetto musicale fortemente democratico, a volte troppo, con origini miste, che senza neanche accorgersene si è trovato a fare i conti con diversi background culturali. Non siamo un progetto di world music o etnico, in quanto il fattore multiculturale è forse più legato alla spinta fra due poli opposti, l’incontro fra pop occidentale e catarsi mistica meditativa.
Martin: Nati e cresciuti a Milano, io, Damon e Giuli siamo figli della stessa cultura metropolitana, dove i legami con le radici dei nostri genitori vengono centrifugate fino a perdersi nel passato. Credo che il rapporto con le nostre origini sia più un obiettivo futuro, piuttosto che un elemento stabile del nostro passato.

É anche molto difficile catalogarvi sotto un singolo genere.
Martin: i generi, come in letteratura, sono un mezzo potente per dare un nome alle cose e renderle riconoscibili sul mercato, ma sono spesso definizioni limitate. Per me comunque “alternative pop” o “pop sperimentale” rimane la più pratica e intuitiva.

Siete rispuntati fuori con HARP, un po’ quasi a sorpresa perchè in effetti mancavate da un po’…
Damon
: un tour europeo (Londra, Berlino, Praga, Parigi, Cracovia, Amsterdam etc), due tour balcanici (Slovenia, Serbia, Bosnia, Kosovo, Macedonia) e un tour Russo (da Mosca a Yekaterinbug, sopra il Kazakistan), e la scrittura del disco nuovo. Direi che abbiamo viaggiato, abbiamo riscoperto il piacere di suonare insieme, abbiamo deciso di tornare a scrivere grazie al supporto di Manita dischi e Panico concerti, abbiamo scritto e registrato il disco nuovo.

E questo nuovo album, come è nato? Ci spiegate il titolo?
Damon: Il disco è nato dopo il primo tour balcanico, durante il viaggio ci siamo trovati più volte a dover improvvisare, essere fluidi, entrare dentro a flussi inaspettati, rischiare di più e uscire dalle strutture, arrangiarci con impianti audio a pezzi, pubblici pazzi, situazioni al limite del paranormale. Mentre eravamo in viaggio Max di Manita ci ha scritto e proposto la scrittura del disco nuovo, inaspettatamente abbiamo deciso di surfare la possibilità e ci siamo chiusi una settimana in una casa di pietra e legno nell’entroterra ligure. Da quelle improvvisazione nel corso dell’anno successivo c’è stato un lungo processo, per me molto difficile, di produzione del disco. Durante quella settimana ho scritto una poesia: “ Meanwhile I fight against a fact: whatever we did is slowly becoming an opaque sweet memory. Easily acceptable if the present is beating vivid and bloody, anxiogenic when I surrend to Atlantic Thoughts. This is the year of the oceans”. Il 2018 è stato un anno estremamente oceanico, fra Marocco, Portogallo e poesie legate al fondale marino, come Shanti che è, a parer mio, il testo che racchiude tutto il significato del disco.

In generale, qual è il vostro processo creativo?
Martin: lavoriamo moltissimo spalla a spalla, completando a vicenda il lavoro degli altri e cercando di metterci un po’ in discussione. Per questo disco abbiamo provato dividerci i ruoli, evitando di avere 4 teste in contemporanea in ogni passaggio di scrittura, cosa che non fa troppo bene! Il processo più comune è questo: io propongo a Damon una serie di accordi e di suoni più o meno strutturati, lui lavora su testo e melodia della voce, dopodichè portiamo tutto in studio da Giuli che da una mano generale di produzione. L’ultimo passaggio è la magia delle parti di batteria di Antonio.

Damon: proviamo a cambiare sempre il processo creativo cercando nuove strade e non sempre sono le migliori. Sono molto soddisfatto del risultato, non ripeterei però l’esperienza seguendo lo stesso processo, mi ha portato ad un esaurimento nervoso (ride nervosamente).

Avete anche molto side-project (o sono i Pashmak un side-project?). Ce ne parlate?
Martin: Da un anno a questa parte suono il violino in duo con una cantante, in un progetto chiamato “Clio and Maurice”. Personalmente non vedo la necessità di distinguere tra side e non side: cerco sempre di concepire la musica in maniera collaborativa e non competitiva, e i due progetti mi portano a coltivare capacità diverse.
Damon: Io ho un progetto solista solo voce, pianoforte ed elettronica con cui suono in giro ma sto ancora aspettando di trovare le persone giuste con cui pubblicare del materiale e un duo, i Mombao, con cui stiamo esplorando il mondo della trance mistica, il rituale, il concetto di performance più allargato e facciamo ricerca sulla riattualizzazione di canti popolari, è una roba un po’ folle in cui suoniamo coperti di fango ma funziona.

Ci sono due brani in italiano in questo vostro nuovo album, come mai?
Damon: Giuli mentre eravamo in Russia ha proposto l’idea dicendo che, giustamente, non aveva alcun senso non aver mai scritto niente in italiano. Gli devo molto per questa proposta: cantare e scrivere in italiano è stata una liberazione meravigliosa. Bronzo in parte parla anche di questo, ovvero della tendenza a definire la propria identità tramite la negazione, processo a causa del quale non si afferma una propria identità ma ci si nega la possibilità di essere qualcosa piuttosto che qualcos’altro. Il mio cantare sempre in inglese era una resistenza a tutto ciò che non volevo essere, italiano, indie, leggero, pop, mediocre, banale, provinciale. Ora accetto anche questa parte di me.

Nel mondo che vorrei: il palco dei vostri sogni, il featuring perfetto, il pubblico migliore?
Damon: un rito messianico al centro di un anfiteatro polveroso con un sacco di gente fuori di testa che inneggia a Dioniso.
Martin: mi piace pensare di aver trovato più volte in passato il palco dei miei sogni e che possa accadere ancora molte altre.

Nel resto della scena italiana, conoscete o apprezzate qualcuno particolarmente?
Damon:
Capossela, C’mon Tigre, Paolo Angeli, Iosonouncane, MARISA TERZI
Martin: Concordo su Paolo Angeli e Iosonouncane. Aggiungerei Verdena.

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