A Quiet Guy: una chitarra dispersa nella nebbia

Una chitarra che si stende come a fluttuare. Un punto di incontro tra l’uomo e la sua tecnologia in un mutuo rapportarsi di silenziose contemplazioni. Sono matrici sonore che non hanno soluzione ne sviluppi dinamici da estetica ruffiana. Piuttosto sono dipinti inermi che parlano di persone e di cose. È un esordio questo di A Quiet Guy uscito per Raighes factory, è un disco dal titolo “Corpi estranei” che nasce da qualche appunto preso come sonorizzazione di un reading e tanto altro ancora. Sono composizioni che sfidano anche l’industrializzazione pesante. Andiamo nella provincia, nella Pianura Padana e ci ragioniamo su assieme a lui…

Come si vive in provincia? Questo suono lo racconta o lo immagina?
Ciao, per quanto mi riguarda ti risponderei che in provincia tutto sommato si vive in maniera abbastanza autentica, con tutto ciò che comporta questa affermazione. Trovo che ci sia poco spazio per ciò che è costruito o artificioso e che qualsiasi velleità alla fine venga passata al setaccio ed in un certo qual modo messa alla prova. I suoni del disco nascono da immagini e sensazioni che sicuramente sono influenzate dall’ambiente in cui sono immerso ogni giorno, direi che cercano di raccontare situazioni o stati d’animo che si vivono qui, ma non solo probabilmente. Tra amici diciamo sempre che le storie che succedono qui superano di molto qualsiasi capacità di immaginazione.

Sarà che sono fuorviato dal sapere della Pianura Padana ma dentro 
questo disco ci vedo moltissima nebbia…o sbaglio?
No non sbagli, è inevitabile dover fare i conti con un elemento così caratteristico. Di solito la si associa a qualcosa di negativo: oscura il sole, rende tutto grigio…però pensandoci è come se, limitando di molto la visibilità, ti costringesse a fare i conti con il qui e ora, impedendo di guardare ad un futuro che spesso si dà per scontato e che impedisce di vivere il presente. A parte queste derive filosofiche posso anche dirti che i brani li ho scritti e registrati in inverno e guardando dalla finestra la nebbia era lì ben presente.

E pescando quel che dice molta critica te lo chiedo direttamente: quanto cinema c’è dentro il disco? David Lynch in particolare…?
Dentro al disco del cinema c’è sicuramente, anche nel concreto: in un paio di brani ci sono dialoghi che ho campionato da alcuni film di Godard ad esempio.  Questa cosa di Lynch non è la prima volta che esce ma sinceramente non è tra i principali riferimenti che darei. Quando ho scritto questo disco guardavo molte serie tv, soprattutto nord europee, e inevitabilmente qualcosa credo ci sia finito dentro; l’orientarmi verso un certo tipo di musica cinematografica deriva comunque dalla passione per il cinema, compresi i film di Lynch, che preferisco al format della serie tv. Credo però che la moda delle serie e dello streaming abbia portato con sé anche lo sviluppo di certe colonne sonore che altrimenti non avrebbero trovato spazio e questo è interessante.

Comunque ci sento tantissima inquietudine o sbaglio?
Sì, può darsi, non credo di aver fatto un disco solare effettivamente. Penso sia dovuto a due motivi: è un disco scritto in inverno, come dicevo con il grigiore della pianura fuori dalla finestra e quindi risente di quelle atmosfere. C’è anche un discorso di attitudine mia personale: ho la tendenza a riversare nella musica ciò che più mi angoscia, la classica valvola di sfogo che ti porti dietri dall’adolescenza.

Dal vivo? Esiste anche l’improvvisazione e una dose di scrittura nuova?
Guarda, questo è un discorso aperto. La dimensione live al momento non è prevista perché sto dando precedenza alla scrittura del secondo disco e ad altri impegni. Sembrerà strano lo so ma dopo aver suonato parecchio in giro come band ora non ho tutta questa fretta di trovare date. Sicuramente è una cosa che voglio fare in futuro, magari con più materiale a disposizione. Comunque per quando sarà mi immagino di portare i brani più vicini possibile alle versioni registrate lasciando comunque spazio a nuove soluzioni.

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