Goodbye, Kings @ Baumhaus culture, Bologna, 21/02/2026
Immaginate una grande stanza buia, in fondo una grande tela, completamente bianca.
Immaginate di potervi disegnare i vostri pensieri, di colorarla con le vostre emozioni, di mettere nero su bianco la gioia e il dolore, la speranza e la disillusione, la forza e la fragilità.
Che disegno è? Che colori avete usato?
Sto forse delirando? No (quantomeno non ancora). Sto introducendo, solo introducendo, quello che è stato un live potente, destinato ad essere ricordato per molto molto tempo.
E’ sabato 21 febbraio, siamo al Baumhaus culture di Bologna e stasera suonano i Goodbye, Kings. Ammetto che non li conoscevo fino poco tempo fa, ma il misterioso algoritrmo di Instagram ha ben pensato di sponsorizzarmi questa serata.
La mia fame bulimica di musica unita alla mia connaturata curiosità, che continua ad insediarsi nel mio corpo e nella mia mente, mi hanno portata a fare questa meravigliosa scoperta: i Goodbye, Kings, collettivo strumentale nato a Milano. Muovendosi in territori post rock, il loro sound ricorda i miei tanto amatiGiardini di Mirò e, se vogliamo scomodare i grandi nomi, tirerei anche in ballo i Mogwai.
Ma torniamo a noi. Si respira una bella atmosfera nel locale: il pubblico è variegato, riconosco alcune facce note (ciao Andrea, ci vediamo solo in queste occasioni!) e questo mi fa sempre piacere perchè mi fa pensare al potere della musica; in un’epoca in cui siamo tutti individui soli e solitari, la musica ci unisce in un’esperienza comune e collettiva.
Ad aprire la serata è Plumbus (Fabio Mastrantuono): chitarra, loop, voce ed elettronica. Il buio della sala, unitamente al gioco di luci del palco, regalano un’atmosfera intima e delicata. Ci si muove in territori indie folk. Ammetto che non è un genere che mi appassiona e cattura (ognuno ha i suoi limiti!), ma il ragazzo ci sa fare.
Arriva poi il turno dei Goodbye, Kings. La stanza si riempie progressivamente, accogliendo un pubblico sempre più numeroso. Basta un attimo per ritrovarsi in un assoluto stato di alienazione. Dimenticatevi della forma canzone, scordatevi stereotipi di ogni tipo, qui si lavora sul linguaggio della suggestione e sulle emozioni… siete capaci di gestirli?
Questo è evidente fin dai primi minuti di questo set: non c’è spazio per le parole, ma solo per il suono, c’è una narrazione puramente strumentale che arriva dolce e potente allo stesso tempo. E’ un lungo viaggio post rock tra il reale e l’immaginario.
Prima del risveglio, prima della rinascita, c’è una tempesta in te: ti prego, attraversala e, una volta uscita, goditi il momento.
Oltremodo eleganti, i Goodbye, Kings dimostrano come la tecnica e l’eleganza possano coesistere con l’emozione: spesso l’eccessiva tecnica penalizza la dimensione emotiva, pregiudica il lato passionale. Ebbene, non è questo il caso.
Basso, batteria, tastiere, tre fiati, tre chitarre: un’architettura gigantesca capace di arrivare dritta in fondo all’anima con un raffinato intreccio sonico. Commovente.
I Goodbye, Kings suonano un elogio alla rinascita, al perdersi e al ritrovarsi in un climax di emozioni: minuto dopo minuto si ha la sensazione di viaggiare in luoghi fantastici ed immaginari; il passato non esiste, la superficie non esiste. E il tempo? Neanche quello. E’ tutto astratto, è tutto imprevedibile. Per una volta, la fantasia supera la realtà.
Sarà poi anche questo il potere della musica? Qual è la sua funzione? Nutrire l’anima, sfamarla di ogni suo bisogno spirituale, trascinarti nell’immaginario.
Assuefatta e sedotta, assisto alla fine di questo lungo viaggio.
I Goodbye, Kings sono stati una splendida scoperta, altamente consigliati per gli amanti del genere post rock.
Ritorno all’immagine della grande tela vuota inizialmente proposta. Io ho dipinto una nave in movimento che lascia acque torbide bianconero e si dirige verso un qualcosa di indefinito ma di un blu profondo. E voi?



