⁄handlogic: destrutturando in italiano
Ponendo limiti di tempo e confini dentro cui correre “liberi”, costringendo dunque la scelta libera, si arriva sempre a soluzioni davvero efficaci. E questo EP dal titolo “Chi ti guarderà?” è una svolta sotto molti aspetti questo nuovo EP per gli ⁄handlogic, progetto fiorentino che con questo nuovo EP approda all’italiano come lingua madre. Destrutturando la forma del pop con soluzioni digitali, autotune e canti propiziatori al nonsense. Sembrano favole ma anche fotografie distopiche del tempo che viviamo. Uno di quei classici dischi da sentire dal vivo prima di tutto…
Ho come l’impressione che l’aspetto “collettivo” sia un centro per questo progetto… vero?
In un certo senso sì: a livello musicale e testuale il tipo di energia che cerchiamo di creare è sicuramente collettiva, corale, come se ci fosse una moltitudine di persone che canta i ritornelli, che sottolinea alcune parole nelle strofe. Ma la realtà è che il processo di creazione è estremamente solitario: è un grande trip solipsistico in cui il collettivo è tutto nella fantasia. Di fatto i brani parlano di questo, sono dialoghi tra un individuo e l’altro esterno da sè, e questo altro è appunto corale, che rappresenta via via cose diverse: le mille voci interne, un super-io mostruoso a più teste, una folla in piazza, un gruppo di persone che danza e canta una filastrocca inventata. Anche ⁄handlogic come struttura band rappresenta molto questa dualità: il rapporto tra me che scrivo e produco da solo in dialogo e confronto costante con i membri del gruppo, che a volte può portare anche al conflitto, e proprio per questo è sempre creatore di movimento e di cambiamento.
Pensando ad “Amilià” come allegoria di un canto corale… ha senso per voi dirvi che la musica debba tornare al popolo senza i filtri mediatici della pubblicità e della mitizzazione dei protagonisti?
Da un lato già lo è, e sempre sarà. Fuori da la situazione apocalittica in cui ci troviamo per quanto riguarda l’industria discografica (e il mondo in generale, si sa), la musica continua a vivere e ad essere coltivata in spazi liberi: in piazza quando le persone cantano insieme, a una cena tra amici dove qualcuno porta la chitarra, in un laboratorio di teatro quando durante una pratica nasce una melodia spontanea, nel bimbo che sbatte le mani a tempo sul pavimento. Questo per dire che parallelamente al sistema musica capitalistico rimarrà sempre viva una musica di resistenza, è sempre stato così. Non voglio dire che Amilià abbia questo afflato, proprio perché è nata senza significato e vorrei che questo significato nascesse nelle orecchie di chi la ascolterà o di chi la canterà.
E dunque la vostra identità come quartetto sparisce in luogo del vostro suono?
Direi proprio di sì. Uno dei punti cardine del progetto, da quando esistiamo, è che la musica in fase di creazione non venga influenzata dalle mani che la suoneranno. Nel senso che mentre siamo a produrre cerchiamo sempre di scacciare via la domanda “e poi live come facciamo?”. Nessuno pensa al quartetto mentre stiamo scrivendo. Questo ha due benefici: da un lato rende più aperto e libero il processo, possiamo aggiungere e manipolare all’infinito le possibilità strumentali e sonore perché non sappiamo ancora come e chi suonerà quelle parti. Dall’altro, quando ci ritroviamo ad arrangiare per il live abbiamo di fronte duecento tracce da dover riprodurre con otto mani, questo crea una sfida che porta per forze di cose a trovare soluzioni creative e impensabili a tavolino.
L’elettronica utilizzata? Da quale futuro proviene?
Mi viene da dire dal più presente dei presenti, visto che viviamo già in un futuro inimmaginabile solo qualche anno fa.
E pensando proprio a “Vieni giù”… la musica deve tornare anche ad avere un ruolo politico e, quindi, collettivo?
Non saprei. La musica non “deve” niente a nessuno, se non altro deve rimanere strumento libero di espressione, qualunque essa sia. Dà forma a un qualcosa di impossibile da comprendere che ognuno di noi ha bisogno di vivere in qualche modo. Qualcun* lo fa attraverso le canzoni, cristallizzando questo qualcosa nel tempo. Senz’altro poi la musica raccoglie lo spirito del tempo e intercetta le emozioni della gente. In questo momento c’è tanta rabbia per ciò che accade al di fuori del nostro controllo e il senso di impotenza a volte è difficile tradurlo in musica. A me ad esempio, non è mai riuscito, ho sempre trovato più semplice parlare d’altro. Con vieni giù invece questa rabbia ha preso forma, e la sua forma sono i raduni di persone che si ritrovano in nome della rabbia, per urlare contro il potere. Ma, in tutta onestà, non so bene come rispondere a questa domanda. Di pancia mi viene da dire sì, con la sensazione che la musica, in ogni caso, è sempre politica, come tutto ciò che facciamo quotidianamente. Dall’altro vive in me anche una versione molto più cinica e nichilista, ma per oggi scelgo di non darle troppo spazio.



