Bugo @Ohibò Milano

Ringraziamo per questo speciale live report un collaboratore d’eccezione Bonetti. Cantautore Indie Pop tutto da scoprire

Quella di prendere i treni di corsa è un’arte che ho perfezionato in anni di pendolarismo selvaggio tra Torino e la provincia sperduta: arrivare al binario insieme al treno mi ha sempre dato una certa soddisfazione (o una gran frustrazione, dipende ovviamente dall’esito della sfida).
Ieri sera, però, la scena è stata differente: mi sono presentato al binario 19 di Porta Susa con ben dieci minuti di anticipo sul Regionale Veloce con destinazione Milano Centrale, perché va bene sfidare i propri limiti, abbattere i record personali e ottimizzare i tragitti, ma rischiare di perdermi il concerto acustico di Bugo all’Ohibò, beh, quello proprio no.
Ora, per fortuna vostra ho un limite di battute e quindi vi risparmio i dettagli su quel pomeriggio di metà novembre di tanti anni fa, quando con mia sorella vidi per la prima volta il video di “Casalingo” su Mtv. Giustamente non ve ne può fregare nulla dell’effetto che quella canzone ebbe su di me e credo di non rendere minimamente l’idea precisando che dopo aver sentito quel riff acido, con quel suono per me così nuovo e coinvolgente, abbandonai all’istante la mia adolescenziale (e quindi sincera e convinta) devozione per i Litfiba. Credetemi, quel video, per me, ha rappresentato un punto di non ritorno, però ora ̶ Ussignur! ̶ andiamo avanti, per pietà!

L’Ohibò è uno dei locali milanesi con la programmazione live più interessante della città e poco dopo le 22:30, quando Cesare Livrizzi inizia il suo set d’apertura, è già piuttosto pieno.
Bugo, in giubbino cangiante dell’Adidas, sale alle undici e un quarto e dopo un breve saluto inizia con un regalo per i fan di vecchia data: “Cosa fai stasera” seguita da “Deserto”, brano dell’ultimo album, e poi dalla cover di “Ogni volta” di Vasco (conclusa con un: “Grazie, non era di Ligabue”) e via, senza tante parole tra un brano e l’altro e senza grandi presentazioni, regala ai suoi fan una quindicina di canzoni dal suo ormai lungo repertorio, passando dai singoli di successo ai brani meno noti con un entusiasmo e un trasporto degni di un gruppo esordiente sul primo palco importante. Perché poi è proprio questo il punto! Ora potrei soffermarmi sulle meraviglie che sono “Love Boat” o “Nel giro giusto” in versione acustica; potrei sottolineare quanta poesia c’è in canzoni come “Che diritti ho su di te” o “I miei occhi vedono”, ma c’è chi giustamente l’ha fatto prima di me. Potrei precisare con quanto ossequioso rispetto (e con quanta credibilità) ha suonato brani di mostri sacri come Battisti e Vasco Rossi ma, come vi ho già detto, ho un limite di battute e non voglio come al solito dilungarmi troppo con le parole. Andate ad ascoltarvele quelle canzoni, se ancora non le conoscete, e ̶ anche se non è cosa buona e giusta ̶ quando verranno caricati, andate a vedervi i video della sua performance milanese su YouTube, o magari fate una bella cosa: andate ai suoi prossimi concerti. Lasciatemi però sproloquiare ancora un po’ su un punto, che secondo me è quello chiave per provare a capire chi è Bugo e che senso ha seguirlo ancora dopo tutti questi anni di carriera: la sua urgenza di suonare!
L’urgenza che non è quella di un punk: non è un’urgenza distruttiva o provocatoria, è l’urgenza di uno che scrive e suona e canta davanti a un pubblico perché ci crede davvero e a guardarlo da sotto il palco si capisce che quella è la cosa che più ama fare. Bugo è l’Artista, quello con la “A” maiuscola, quello che non conosce un mondo che non preveda la sua arte. E lui continua a parlarci di questo mondo attraverso un modo tutto suo di vedere le cose, diretto e a volte un po’ stralunato, portando avanti un discorso che prende forma con una sincerità e un entusiasmo e ̶ permettetemi ̶ un’ispirazione che sono, come dicevo, al pari di quelli di un esordiente. E c’è un gran bisogno di artisti così, che credono nella musica e lo fanno con un genuino spirito rock, che va ben al di là del giardinetto fatto di post accattivanti e video virali sui social.

È mattina e da quasi un’ora sono sul treno del ritorno. Essendo il Regionale Veloce delle 8:18 ci sono un sacco di pendolari, ma ho trovato posto vicino a un uomo sulla cinquantina in giacca e cravatta che al telefono parla già di vacanze, a una ragazza coi capelli azzurri che sonnecchia ascoltando qualcosa con il suo smartphone e a una signora con la Settimana Enigmistica. Fuori dal finestrino scorrono le risaie del vercellese. In Piemonte sono celebri i vecchi canti delle mondine intonati contro i cieli di latta di queste zone quasi fossero i vecchi blues degli schiavi nei campi di cotone. Bugo per anni è stato definito il Beck delle risaie. Sicuramente Beck è stato un suo riferimento all’inizio, ma parliamo ormai di tanti anni fa. Da tempo ormai Bugo è solo Bugo. Con la sua voglia di scrivere, di fare musica, di sperimentare, di andare oltre, di passare dal lo-fi all’elettronica e poi all’acustica, fino a tornare al rock. Il disco di “Casalingo” si chiamava “Dal lo-fi al ci sei”. Bene, dopo il concerto di ieri sera ho avuto una piacevole conferma ripensando a quel titolo: Bugo non fa Bugo. Bugo lo è!


Foto di Bonetti di Maria Elisa Milo

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