Zen Circus – Il Fuoco In Una Stanza

ETICHETTA: La Tempesta Dischi/Woodworm Label

GENERE: indie, cantautorato

PROTAGONISTI: Andrea Appino (chitarra, voce), Massimiliano Schiavelli (alias Ufo, basso), Karim Qqru (batteria) e la new entry Francesco Pellegrini (chitarra)

SEGNI PARTICOLARI: decimo step discografico per la band pisana divenuta negli anni sempre più un punto cardine della scena indi(e)pendente italiana, quinto pubblicato da La Tempesta Dischi

INGREDIENTI: sembrano ormai remoti quei tempi in cui la penna di Appino volgeva l’attenzione verso il disgusto dato dai disarmanti contesti sociali vigenti e dalla rabbia che ne scaturiva. Il Fuoco In Una Stanza, di certo, non può essere definito come il degno erede di Andate Tutti Affanculo o La Terza Guerra Mondiale, indistintamente dal fatto che possa apparire come migliore o peggiore dei suoi predecessori è senz’altro diverso, diciamo così. Tale divergenza la si assapora dal brano d’apertura, Catene, che pone l’accento su un instabile legame familiare (riguardante nella fattispecie quello tra genitori e figli) e che giustifica la scelta della foto in copertina di Ilaria Magliocchetti Lombi in rappresentanza di questa tematica così scottante e da sempre attuale. Anche dal punto di vista sonoro appaiono delle differenze palesi tra il brano in questione e l’attività precedente degli Zen: qui vengono meno, rispetto al passato, le chitarre del tutto attinenti a quei testi saccenti poc’anzi menzionati, sembra che questa nuova fase (se così la si può definire) della band sia basata su un ammorbidimento generale, tale da dare più l’idea di voler raggiungere nuove sponde che di sconfinare in territori già esplorati. La svolta pop vera e propria è data da Sono Umano o dalla title-track Il Fuoco In una Stanza nelle quali per la prima volta nella discografia degli Zen appare una pacatezza e una smisurata simmetricità dei suoni che richiamano la parentesi solista del frontman Appino, è come se il tutto sia stato dal nulla assorbito e riproposto dal(l’ormai effettivo) quartetto. Nonostante quanto scritto fino ad ora, appare un leggero richiamo al passato, non parliamo di chissà quanta carne al fuoco ma si è evidentemente pensato anche ai vecchi fan. Sicuramente a tal proposito è da prendere in esame Low Cost, il tipico ritmo cadenzato del sound dato da chitarroni (percepibili senz’altro più dal vivo che su disco), bassi graffianti e batteria sempre al passo, il tutto contornato da un ritornello melodico e che resta in testa dal primo ascolto, rende appieno il concetto. O ancora Emily No, in cui colpisce l’accelerazione nel cantato di Appino, che verte verso un parlato/rappato per lui non insolito e davvero molto piacevole. A chiudere il disco la ballad Caro Luca, una lettera scritta “per fare i conti col passato”; e lo fa in modo decisamente introspettivo Appino, interpretando il brano con un pizzico di malinconia avallata dal pianoforte e dai violini che fanno da sottofondo

DENSITÀ DI QUALITÀ: c’erano una volta gli Zen Circus, tre bei ragazzacci provenienti dalla suadente toscana e noti per aver spianato senza mezzi termini una nuova strada in quella che è meglio nota come la scena indipendente italiana. Questo è certo, il loro trascorso musicale li pone, fra i vari gruppi esistiti/esistenti, come portavoce delle generazioni arrabbiate e contro il sistema degli ultimi vent’anni. Ma è inevitabile che tutto col tempo cambi, che si cresca e si prendano delle consapevolezze diverse. Qualsiasi band lo fa, arriva quel punto cruciale in cui i musicisti esplorano altre sponde per scelta; c’è chi riesce a mantenere, nonostante il cambiamento, lo charme di sempre, e quindi ad uscirne vittorioso da “quest’ardua impresa”, c’è chi ci riesce meno e chi perde totalmente di mordente. Questa decima fatica discografica dei famigerati Zen Circus si pone un po’ al centro fra tali alternative: chiaro è che sarebbe esagerato ammettere che si sia perso di mordente, vero è che da alcuni punti di vista risulta riuscita mentre da altri lo risulta un po’ meno. La palese svolta pop, per dirne una, non è necessariamente da vedere come un qualcosa di negativo, per un fan secolare di una band che suona da tanti anni come gli Zen è sempre produttivo osservarne la varie linee che si prepone e il modo in cui ne viene a capo. Come allo stesso tempo non è da vedere in negativo la varianza testuale prevista in Il Fuoco In Una Stanza, grazie alla quale si può prendere atto del fatto che Appino se la cavicchia descrivendo contesti non inerenti a quelli sociali.  Come già detto, è difficile per svariati motivi parlare male di questo disco, definirlo migliore o peggiore dei suoi predecessori. La certezza è che è innegabile che sia diverso, e quindi che si sia optato per un cambiamento, e questo francamente un po’ dispiace.

VELOCITÀ: un disco altalenante sul piano della velocità, a metà tra il ballabile e il riflessivo

IL TESTO: “A dieci anni spacchi la prima chitarra / a venti senti odore di guerra / a trenta arriva la prima ambulanza / l’adolescenza intorno ai quaranta”, da Panico

LA DICHIARAZIONE: “Quando si cerca il trait d’union del disco parliamo sempre di catene: quelle familiari, relazionali, quelle d’amore e quelle sociali, a cui comunque teniamo sempre. Ci sono però anche le catene degli zen. Ne “Il Testamento” scrivere quelle canzoni era venir meno a un’idea ben precisa che ci eravamo fatti su cos’era il Circo Zen e cosa doveva essere, e per non intaccarla ho preferito farlo per i cazzi miei. Non che ci siano stati litigi o altro tra di noi, sarà che era anche un disco molto personale. Parlavo della mia famiglia, qualcosa che non poteva appartenere agli Zen. Se in quel periodo questo richiedeva distaccamento, oggi siamo talmente uniti, talmente in forma e in grado di fare quello che ci pare che era giusto riportare tutto dentro gli Zen Circus”, da un’intervista rilasciata a Rock.It

 

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