Roccia Ruvida: Apalis
Devo dire che il buon Apalis di ego ne ha da vendere e di ferri affilati anche. Temo abbia davvero colto poco o niente delle provocazioni (decisamente molto spicce e terrene) che gli ho lanciato e dalle sue intense e rispettosissime risposte traggo ulteriori vocabolari con cui leggere questo disco che è denso di significati, allegorie, messaggi e preziosa delicatezza. Si intitola “Dai ciliegi” e non è affatto niente di nuovo, niente di strano, niente di eccellente. Pop d’autore mescolato da elettronica ben arredata, anche volutamente “deformante” alla bisogna. Niente di nuovo dicevo: ma tutto di personale e credo che questo sia il vero quid che oggi manca ovunque (o quasi)… quel quid che ferma la mia curiosità. E questo disco non lo trovate da nessuna parte se non, in streaming gratuito (come fanno tutti) – ma solo dal suo sito – CLICCA QUI. Per il resto di Apalis non sapremo mai (forse) altro: possiamo raggiungere solo la sua musica, la sua voce, la sua penna… e qualche immagine che forse confonde l’intelletto di chi si mette alla ricerca della sua vera identità. Non badate a me: leggete quanto segue che è davvero pregno di spunti interessanti.
Iniziamo dall’anonimato. Direi che è una grandiosa trovata commerciale, non trovi? Apalis non la manda a dire al grande commercio ma ne usa soluzioni assai antiche… o sbaglio?
C’è chi dal principio si nasconde creando e chi si nasconde distruggendo. Secondo te, io a quale dei due appartengo?
Altra contraddizione: urliamo contro la liquidità dell’arte, gli streaming service, la gratuità… ma tu non hai fatto niente di diverso. Cambia portale ma “la musica” è la stessa… sarà mica che così hai voluto solo convogliare il traffico nel tuo portale anziché in quello degli altri?
Quello che io ho fatto di veramente diverso dai più credo sia un Disco bello. E se lo rendo gratuitamente al prossimo, a te che te ne importa: sarai mica invidioso?
Tanta spiritualità, tanta voce che, come la tua, si muove contro un imperialismo ormai sfacciato del capitalismo e della mercificazione di tutto. Pensi davvero che sommare altra voce serva a qualcosa? I grandi pensatori ci dicono che è proprio questo continuo rumore di voci a rendere “normale” la contestazione e a vanificarne gli effetti e gli scopi… cosa ne pensi?
Più che servire a qualcosa, io servo qualcuno molto in alto e molto in basso al tempo stesso. Da costui traggo l’imperativo morale di gettare comunque un seme; e guai se non fosse buono. In un’epoca di dormiglioni anestetizzati, la mia piccola opera non assume il significato di uno striscione di protesta; pianta un seme nel cuore della notte. Un segno. Lascio a chi ha fegato il compito di decifrarlo. Venendo ai tuoi “grandi pensatori” e alle loro categorie ottocentesche — “imperialismo”, “mercificazione”, “capitale” — sono occhiali rotti da due secoli. La volata di Marx in rincorsa sulla storia si è fermata, perché le bugie han gambe corte, e lui e i suoi -corso troppo- han perso il fiato, non reggendo il passo e la velocità con cui realtà e storia avanzano incontro al vero. Oggi come ieri, il problema “socio-economico” è spirituale. Tutti i sistemi e gli imperi crollano sotto il peso della vacuità, ma il vero imperialismo, l’ultimo rimasto, non è geopolitico: è l’armata delle tenebre. Chi non si accorge di questo, si fa ventriloquo dell’empietà, avviandosi con la testa ritorta all’indietro ai luoghi di tortura. La grande astuzia del regista della modernità è stata spogliarci della fede facendola passare per trionfo dei Lumi. Esautorato il sacro, sostituita la filosofia con gli psicologi, ci avviamo all’estinzione canticchiando motivetti, convinti di essere autonomi mentre siamo semplicemente vuoti. Dichiariamo la dignità inalienabile dell’uomo sulla carta, mentre incoraggiamo le madri a sventrarsi i figli dal grembo. Questa contraddizione tu non la vedi? Allora sei orbo, amico: va’ dal Medico a chiedergli che ti metta un po’ di collirio. Tu vuoi la giustizia? Ecco la ricetta. Prendi carta e penna e scrivi. La redistribuzione da sola non basta, anche se l’hai costituzionalizzata. Fa’ un passo in più, leggendo bene quella carta dei diritti umani che la storia ti ha imposto di firmare nel secondo dopoguerra, facendoti intingere la penna nel sangue di quegli 80 milioni di morti che hai lasciato stesi a inzuppare tutta la terra. È carta importante, e tu devi leggerla e tradurla in legge: essa ti consegna un laccio, con cui devi legare il Governatore della banca centrale — anche se è anziana, anche se è donna —, per obbligarla ob torto collo, possibilmente senza farti ammazzare parendo un suicida, a contabilizzare sul passivo dell’emissione monetaria un credito da bonificare sull’attivo d’ogni singolo nascituro, giustificandolo come diritto di natura della persona umana, da accreditarsi quindi sul conto corrente dello stesso appena nasce. Al compimento della maggiore età, questi avrà – con tanto di rivalutazione degli interessi – un gruzzolo (vero) su cui contare per sposarsi e generare figli. Non è elemosina: è suo di diritto, perché la società avrà finalmente riconosciuto che la dignità di ogni persona implica ch’ella debba poter vivere, non sopravvivere a stenti. Un sovrano straccione qualcuno l’ha mai visto? Se quindi il popolo è sovrano, e la persona umana al centro, e non solo sulla carta, riconosciamo al nascituro il suo diritto a vivere e a poter far famiglia, perché non resti spaventato dall’ombra della grande usura fin dalla culla e non venga gettato nel cassonetto dell’immondizia. Oggi si ha paura di nascere, di vivere, e tutti han fretta di morire: e questo non va bene. Ci vuol quindi finanza creativa al servizio della persona allo stadio fetale. Occhio però a dirlo: perché chi trova un amico trova un tesoro, ma chi tocca il Tesoro del nemico, troverà uno capace di uccidere e silenziare chiunque porti avanti questa battaglia di giustizia.
E resto sul tema streaming. È una domanda che faccio a tutti e ora qui cade con una forza decisamente maggiore: tanto lavoro per scrivere e produrre un disco per poi regalarlo a tutti. Liquefare il lavoro e renderlo senza valore. Il vero cuore di certa società capitalistica che si nutre di tutto questo. “Dai ciliegi” non la manda a dire però poi – anche su questo tema – si comporta come tutti gli altri. Non trovi sia una contraddizione?
In sintesi: no, non vi è contraddizione. Gratuitamente colgo, gratuitamente porgo. Il compenso del lavoratore è il salario: la retribuzione pattuita è il suo diritto. Il compenso dell’artista invece è la perfezione dell’opera, e la glorificazione che gliene viene. Questa distinzione è sottile ma importante. Essa traccia una distinzione originaria. Dio creò come artista, non come salariato: nessuno lo ricompensò, ma guardando l’opera dell’Universo creato “vide che era bello”. In questa egli si ricrea, e vuole esserne glorificato, perché ne è l’autore. Similmente l’artista, che è uomo fatto a sua immagine, se è veramente artista viene gratificato nella maniera più profonda non dai diritti commerciali che scaturiscono eventualmente dalla sua opera, ma dall’opera in sé in quanto e se perfetta. La gratuità è dimensione essenziale, dell’esistenza come dell’arte. Ancor più della necessità del lavoro e del salario, fattori sopravvenuti di rimedio, che come non c’erano agli inizi neppure alla fine.
E come sempre chiudiamo abbassando l’ascia di guerra. Grazie per esserti prestato. Tornando sul disco ho trovato fortissimi richiami alla spiritualità estetica di Battiato ma anche a certa psichedelica anni ’70. In generale il passato è molto presente anche quando il disco si fa più “standard” sulle soluzioni. Cosa ne pensi?
De mortuis nisi bonum, si direbbe. Ma parlandone da vivo, Franco Battiato ha sfornato, oltre ad alcuni brani pregevoli, anche sonore schifezze. Volendo esser popolare, sovente si concedeva un po’ troppo al cattivo gusto, bistrattando ad un tempo popolo e arte. Ma questo è capitato anche ad altri “Big”, che in certi dischi a volte — non so il perché — inserivano canzoni che rasentano il ridicolo. Ma tornando a Battiato, francamente credo fosse un furbacchione. Seppe riempire di sé un vuoto con aura di guru, lasciandolo però a sua volta mezzo vuoto. Mi son fatto l’idea che mangiasse un po’ troppe verdure, e sbagliasse dietologo. Io seguo il mio: mi prescrive carne la domenica, e sto da re. Come che sia, non vorrei esser chiamato a riempire o paragonarmi con quel vuoto, perché l’ego spirituale di Battiato non lo sopporterebbe, inseguendomi fino alla fine dei miei giorni. Ma questi sono i miei giorni, non i suoi, ed io non vorrei far l’acchiappa-fantasmi di un “maestro” che tale non consideravo da vivo, figuriamoci da morto. In sostanza no, non m’ispiro a lui. Tuttavia, a sua memoria debbo riconoscere che La Cura resta, a mio avviso, una fra le meglio riuscite della storia della canzone italiana. Lì, debbo dire, m’inchino al suo estro e alla sua delicatezza. Anche il suo timbro mi piaceva tanto: pulito, algido, intonatissimo. Non mi manca comunque, e non ascolto volentieri i suoi dischi. Ma due o tre canzoni davvero buone gli sono uscite. Questo è innegabile. Quanto a certa produzione degli anni ’70, devo dire che ci sono ottime cose registrate su quei nastri che ascolto tuttora. Lì c’era gente dedicata. Quindi sì, ho tratto ispirazione da alcuni dischi di quel periodo, ed è probabile che si senta. Molti meno di quanto si pensi però, perché i buoni album di musica, per me, si contano sulle dita dei piedi.



