Ghettolimpo e la sua ambizione a tutto tondo: il centro pieno di Mahmood
“… non sarò mai uno di quei rich kid…”
In un contesto normale, avrei bollato questo passaggio, e diversi altri del disco, con un ragionamento del tipo “guarda che non arrivi straight outta Compton, ma da Gratosoglio, quindi magari creditela un po’ di meno e parla in modo un po’ più sensato”. E, a dire la verità, più di una volta, ascoltando le canzoni che hanno anticipato questo disco, ho avuto un pensiero simile, però mi sono detto che valeva la pena sospendere ogni giudizio e aspettare di ascoltare il lavoro nella sua interezza. Per fortuna, ho avuto ragione, perché Ghettolimpo è uno di quei dischi il cui insieme giustifica e rende pienamente sensate cose che, prese da sole, rischiano di dare l’idea di quel tipo di ambizione che, in realtà, è solo provincialismo.
Come viene perfettamente spiegato dalla lucidissima analisi presente su Ondarock, Mahmood e il suo team hanno puntato tutto su una produzione hyperpop, di quelle che vogliono stordire l’ascoltatore e non fanno nulla per nasconderlo. Ovviamente, il rischio di deragliare e mettere in scena un pastiche plasticoso senz’arte né parte è sempre dietro l’angolo quando si battono certi territori, però, dall’altro lato, questo è probabilmente l’unico modo per ottenere un risultato che in passato è stato centrato da dischi come The Velvet Rope di Janet Jackson e, soprattutto, The Archandroid di Janelle Monae, ovvero proporre a chi ascolta non solamente musica, ma anche, se non soprattutto, un immaginario in grado di comunicare sensazioni intense al di là dei gusti musicali del fruitore.

“In alto Zeus, a destra Era, brilla sulla luna piena. Vola Hermes, cade Ade, vuole il male liberare. C’è Venere con Tritone, tra gli abissi Poseidone. Il sole cala, Apollo trema, se ti perdi chiedi ad Atena”
In Ghettolimpo, questa vividezza che stordisce viene declinata in tantissimo modi diversi, ed è proprio qui che acquista senso il parallelismo con le divinità dell’antica Grecia. Ascoltare queste parole in apertura del disco, la prima volta può senz’altro portare a chiedersi “OK, ma dove vuole arrivare?”, ma poi si capisce che l’insieme di canzoni che compongono il disco è proprio come quel gruppo di divinità: diversissime tra loro, ognuna desiderosa di brillare più di tutti gli altri, eppure in grado tutti insieme di costruire un ecosistema che, a suo modo, funziona egregiamente.
Ritmi forsennati che riempiono tutti gli spazi, rarefazioni sonore, corposa morbidezza; rabbia, dolcezza, disperazione e sfrontatezza; Italia, Stati Uniti, Nordafrica; tradizioni secolari, retromania e contemporaneità. Da qualunque punto di vista lo si voglia osservare, questo disco mette insieme tante cose diverse, e lo fa declinandole tutte con un’invidiabile coerenza, fatta non solo, come detto, di suoni ultracolorati e impattanti, ma anche di metriche enigmatiche e di andamenti melodici che alternano in modo poco ortodosso sfuggevolezza e rotondità.
Non c’è mai un momento prevedibile, sotto ogni aspetto: musicale, ritmico, strutturale, lirico. Mahmood si diverte ad ammiccare a una certa cosa e ad andare poi da un’altra parte, a sbatterti in faccia un paio di minuti incomprensibili e, quando ti senti smarrito, piazzarti all’improvviso un ritornello pop che, in altri contesti, dominerebbe in radio. I parallelismi tra favola e realtà sono continui, e in più di un’occasione si associa ciò che si sta vivendo a elementi della pop art, tutto con una lucidità semplicemente sbalorditiva.
“Del mio Narciso è rimasto il sorriso più brutto, ti giuro, lo cambierò. Solo, dietro montagne di vetro, ci siamo fottuti la gioia, sai bro”
Mahmood non si limita a rappresentare un Olimpo, ma va oltre e mette in scena un Ghettolimpo, ovvero quel luogo, che certamente molti altri artisti prima di lui hanno vissuto, rappresentato da quel limbo indefinito in cui ci si trova quando si proviene da una periferia complicata e da un’infanzia e adolescenza difficili e ci si ritrova catapultati nello stardom senza averlo minimamente previsto. Dopo l’euforia inziale, il disorientamento è inevitabile, e non è sempre facile gestirlo. Ci si sente nell’Olimpo, ma il ghetto in cui si è stati fino a poco tempo prima ti si ripropone mettendoti addosso dubbi e incertezze, perché si sa, you can bring the guy out of the neighborhood, but you can’t take the neighborhood out of the guy. Mettiamoci poi che c’è stata questa maledetta pandemia, ed ecco un caos interiore piuttosto intenso, che, a giudicare da queste canzoni, e da interviste di presentazione del disco come quella su Rolling Stone, l’artista ha dapprima faticato a gestire, salvo poi trovare il bandolo della matassa, accettando serenamente la dicotomia tra ghetto e Olimpo e andando oltre essa per creare, appunto, un Ghettolimpo.
Così, immagini da quartiere di periferia e agiatezza convivono tranquillamente, e gli insegnamenti imparati negli anni più difficili sono utilissimi anche oggi, applicati a uno stile di vita completamente diverso. E a rendere ancor più credibile tutto questo immaginario, c’è anche tutta la parte estetica, tra la copertina del disco e i diversi video, in cui elementi di diversi stili e epoche (geniale l’utilizzo del Nokia 3310 in Kobra, ad esempio) si mescolano esattamente come fanno quelli musicali e testuali.
“Più mi guardavano male, più ero una hit mondiale”
Ghettolimpo è anche un lavoro di squadra, con molti artisti coinvolti sia in fase di produzione, che con apparizioni musicali e vocali nelle canzoni. È giusto così, perché un lavoro dal concept complesso e particolare come questo ha bisogno di sfumature date anche da altre voci e occhi esterni. Per chiudere questa mia piccola trattazione, ho scelto il mio featuring preferito, quello di Elisa su Rubini, una canzone che mi ha letteralmente stregato già dal primo ascolto e che trovo perfetta per questo disco, compreso il momento in cui è inserita nella tracklist. Probabilmente, di gente che guarderà male questo disco ce n’è e ce ne sarà, e non sarà facile che possa diventare una hit mondiale.
Però è un disco con una capacità comunicativa davvero rara, e qualunque appassionato di musica dovrebbe dargli una possibilità, immergersi in esso con mente aperta e farsi rapire. Ovviamente è bello ascoltare musica che già sappiamo che ci piacerà, ma ogni tanto è molto più stimolante imbarcarsi in sfide come questa, capace di lasciarti dentro qualcosa di importante.



