Roccia Ruvida – Silvia Conti

I piedi sono più sinceri. E poi le facce ce le mettono tutti: vuoi mettere i piedi? Verissimo. Però, cara Silvia, oggi con i piedi oggi si fanno fin troppe cose, non trovi? Un nuovo disco ed un ritorno in scena dopo anni nelle vesti linde e non caste di una bohémien e di una figlia dei fiori. Silvia Conti torna – anzi forse per la prima volta – in scena scrivendo di suo pungo un intero disco che ci piace parecchio. Certo è che i richiami su tante cose sono notevoli e anche ben fatti e la bell’arte oratoria italiana di chi sa come piazzarsi in mezzo senza essere politicamente scorretti fa sembrare figo anche il banale accodarsi al successo di chi è venuto prima di noi. Che poi alla fine, l’avrai anche scritta anni e anni prima di Gabbani, ma sei sicura che al pubblico interessi o – peggio ancora – arrivi questo significato? Ormai chiunque metta in piazza una scimmia ha ben poco margine di originalità. Ma alla fine, ma chi l’ha detto che si deve essere originali? Dunque affilo le armi e di nuovo sono di fronte alla maturità umana e professionale di chi sa stare al gioco e nel gioco continua a mietere messaggi di cui fare incetta. Amen.

Ciao Silvia. Bentornata dato che va di moda. Sei tornata per cambiare il mondo come dicono tutti (e lo dicono e lo sperano anche chi non lo dirà mai per fare una scena politicamente corretta…)? Insomma cosa ti aspetti da questa nuova musica?
Come diceva Mafalda di Quino se non ti affretti a cambiare il mondo è il mondo che cambia te. Io ho optato per una via di mezzo: ho accettato i cambiamenti che la vita mi ha proposto e ho cercato di girarli a mio favore. Ho imparato anche a non avere mai aspettative ma a vivere giorno dopo giorno: farò così anche con questo nuovo lavoro.

Oggi ormai è vietato qualsiasi cosa a meno di non passare per certi canali. Oggi il mondo discografico e mediatico è decisamente agli antipodi di una cultura – tanto per usare una parola a te cara – dei figli dei fiori. Quindi perché decidi di tornare a metterci piede? Pensi possa rappresentarti?
Questa è quella che sono, il disco è venuto quasi da sé, pezzettino per pezzettino: ho scelto di fare qualcosa che mi somigliasse interamente, indipendentemente dal mercato discografico o dalle strategie di mercato. Quel tempo di cui tu parli mi è molto caro e per quanto oggi possa essere dimenticato, rimane di fatto la matrice culturale originaria di tutto quello che musicalmente (e non) parlando è poi successo negli anni a venire: se i Beatles, i Led Zeppelin, Jimi Hendrix, i Pink Floyd, etc. non fossero mai esistiti, come si sarebbe evoluta la musica? Che cosa ascolteremmo oggi per radio?

Un sound che poi alla fine è il solito grande pop all’italiana maniera. Cosa c’è nel tuo disco che non è stato ancora fatto o detto? Persino della scimmia ormai si è parlato in lungo e in largo…
Quasi tutto è stato già fatto o perlomeno sperimentato negli anni ’60/’70, quindi è difficile fare qualcosa di nuovo. Nel mio disco non ci sono sicuramente innovazioni stilistiche ma non credo sia un disco pop all’italiana maniera: è un disco più legato ai suoni di oltremanica e oltreoceano piuttosto che alla nostra tradizione melodica e non poteva essere altrimenti considerando la musica che ascolto. Neanche “Il canto della scimmia” è un’innovazione, è un pezzo che ho scritto qualche anno fa, prima del successo (meritato) di Gabbani. Bene che se ne parli in lungo e in largo, speriamo di sfruttare la corrente!

Bella l’idea di fotografare i piedi. Scusa il gioco di parole ma la metafora non solo è calzante ma potrebbe nascondere significati importanti: è un po’ come a dire che non volete metterci la faccia?
I piedi sono più sinceri. Ho lasciato che ognuno li fotografasse alla sua maniera: è venuta fuori una galleria di personalità diverse come non sarebbe mai successo con i volti, dietro ai quali ci possiamo anche nascondere. E poi le facce ce le mettono tutti: vuoi mettere i piedi?

Come al solito chiudiamo le interviste abbassando l’ascia di guerra. Tornando seri e giocando davvero con le parole giuste. Oggi dovremmo tornare tutti a stare con i “piedi nudi” e questo lavoro celebra non solo il bel gusto della nuova musica italiana ma anche un mestiere di produzione e di scrittura assai maturo. Secondo te tornare a “piedi nudi” possa essere una soluzione alla superficialità e all’indifferenza? E anche la musica dovrebbe tornare ad essere “nuda”?
Credo che la musica debba tornare ad essere sincera, che non debba più essere sottoposta alla tortura del mercato usa e getta, che dovremmo dare spazio alla nostra creatività e soprattutto divertirci nel farlo in modo da portare enormi vantaggi sia a chi suona che a chi ascolta. Forse non succederà ma mi piace pensarlo un futuro possibile.

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