Roccia Ruvida: Salvario
Salvario… e questo nuovo disco che in fondo non scopre niente e niente rivoluzione. Ma poi serve scoprire e rivoluzionare quando alla fine, il 90% di chi millanta in tal senso, non fa che scopiazzare il vecchiume della cantina? E ha ragione lui: ciò che spaventa è l’omologazione. “Fragili Meravigliose Città” è un disco che sinceramente non metterei su per spettinarmi i capelli (che non ho) ma lo metterei su per capire come suona la voce e la parola di un cantautore genuino che guarda il mondo e poi ce lo racconta. I vestiti sono quelli, i modi sono gli stessi di tanti altri in vetta alle classifiche. Di Salvario cosa resta? Il peso umano che ha, come quello di ognuno di noi… intrinseco e viscerale. Si parla di cose semplice e di modi puliti.
Parliamo di questa produzione: un ritorno al recente passato? Citazioni di un pop d’autore che ha fatto fare soldi al main stream?
In realtà parliamo soprattutto di autoproduzione. Sono sempre stato svincolato da ogni logica o calcolo di mercato. Nelle mie produzioni contano solo il mio gusto, le influenze del momento e soprattutto l’intesa con chi scelgo di collaborare — dai musicisti ai produttori, fino alle etichette. Il mio è un progetto di “canzone d’autore” che si colloca in una nicchia: se ci sono dei rimandi al pop è perché fanno parte dei miei ascolti, ma è solo una questione estetica. Nessun calcolo economico, solo musica.
Ma dunque il futuro fa tanto paura a voi nuovi cantautori di oggi? La ricerca e l’innovazione per te potrebbero non esistere?
Il futuro non mi spaventa, mi spaventa l’omologazione. Se per innovazione intendiamo comporre musica con un click, abusare dell’intelligenza artificiale o levigare voci, suoni e campioni fino a renderli di plastica, allora sì, quel tipo di futuro mi spaventa perché distrugge l’anima e il gusto. Il rischio è creare musica tutta uguale, fatta solo per inseguire un trend o l’hype del momento. Per me l’unicità e l’artigianalità restano i modelli da seguire. A volte, per fare qualcosa di innovativo, basta anche guardare al passato e rimescolare vecchi modelli con le nuove tecnologie: è lì, in quel cortocircuito, che si può tirar fuori qualcosa di interessante e autentico.
Siamo città, siamo isolati satelliti… poi magari ce ne lamentiamo costruendo risposte di aggregazione e condivisione. Però poi, quando chiamati in scena, restiamo chiusi nelle nostre zone di comfort. La musica è un esempio: anche la scrittura, molto incentrata sempre sull’io personale… canzoni che sono tue ma non nostre. Non è condivisione questa… questa è manifestazione di sé… perché dovrebbe interessarmi?
Fare musica ed esibirsi è inevitabilmente una manifestazione di sé, ma non è quello il punto. Se a qualcuno non interessa ciò che scrivo, non è perché parlo di me, ma perché forse non gli piace come lo faccio, come lo esprimo o come lo canto. Fare musica è l’opposto della chiusura: è cercare un dialogo con le persone e con il mondo esterno. Proprio qualche giorno fa rileggevo un passaggio di Bruce Springsteen nell’autobiografia ‘Born To Run’ che dice: ‘Chi canta cerca una casa dove il suo amore venga corrisposto e la sua fiducia rafforzata, dove possa sopravvivere una traccia di pace e di speranza’. Mi ci ritrovo perfettamente. È questo il senso del mio lavoro: provare, nel mio piccolo, a costruire quella casa.
E come sempre la domanda cardine: Spotify. A proposito di satelliti e di disinteresse: tanto lavoro, tanto denaro speso (bello il vinile), poi però regaliamo il disco alla rete con i click gratuiti. Amen. Come ne usciamo da questo paradosso? Se voi artisti siete i primi a levar valore alla musica, come ne usciamo?
Nel momento in cui scelgo di distribuire un’opera attraverso i canali più utilizzati oggi, sto comunque immettendo del valore. Certo, lo faccio in un mare di proposte quotidiane dove la selezione naturale del pubblico è spietata, ma è una sfida che chi pubblica deve accettare. Il vero problema non è la modalità di distribuzione, ma la ridistribuzione: è un sistema che va ricalibrato a favore di chi la musica la crea. Oltre a questo, sta all’artista essere bravo a comunicare il valore del progetto oltre il semplice click: i concerti, il disco fisico, l’incontro dal vivo. Sono quelli i momenti in cui l’unicità e l’artigianalità che ci sono dietro una canzone vengono percepite davvero.
E come sempre grazie per esserti prestato al gioco di domande velenose. Purtroppo viviamo tempi di paradossi… siamo fragili e meravigliose città, vero… ma siamo anche cocciute isole irraggiungibili e ormai dense di muraglioni invalicabili. Ho come l’impressione che questo disco voglia urlare contro questa attitudine che ci viene inculcata (forse e non so bene da cosa…)… che ne pensi?
Per quanto mi riguarda, la musica è sempre stata un pretesto per restare connesso con gli altri, per trovare le persone giuste con cui condividere una passione e scambiare visioni sulla vita, che siano filosofiche o ‘di strada’. È il mio modo di cercare la profondità. Anche questa intervista velenosa è stata il giusto pretesto per farlo e per abbattere quei muraglioni. Perciò, sono io a ringraziare voi.



