Roccia Ruvida: Dirlinger

Devo dire che mi trovo assai d’accordo con Dirlinger, ovvero Andrea Sandroni che sforna un primo lavoro che dimostra di avere, citando lui che cita Bertoli, “un piede nel passato / e lo sguardo dritto e aperto nel futuro”. E anche sulla questione annosa di Spotify: il vero danno lo fanno gli utenti nel loro modo di usarlo. Ma è anche vero, che sapendo quanto siamo imbecilli come uomini su questa terra, forse avremmo potuto evitare di approfittarcene. Detto questo “Contastorie” è un disco antico e moderno allo stesso tempo. Ritroviamo stilemi, suoni e anche quel mix degno di folk acidi anni ’70. A tutto il resto spero ci pensi il vostro ascolto e l’intervista che segue dovrebbe farvi pensare a quanto ci sia di interessante in questo primo lavoro di Dirlinger.

Un esordio che cita di continuo cose dal passato, da Don McLean a Beethoven. Il futuro per te significa copiare?
Io non copio, rubo! Qualcuno diceva che “i cattivi artisti copiano, i bravi rubano” (così anche nella risposta di difesa non mi sono smentito).

Che poi anche la copertina attinge al classicismo passato. Dunque cosa ti aspetti di raccogliere da un mondo che guarda solo al futuro e lo fa in modo sfacciato?
Siccome il mio desiderio è di non avere desideri, non mi aspetto niente: chi si rifugia nel passato è soltanto un partigiano anti-modernista. O forse è più di questo?

Parli di provincia in fondo. È da li che vieni e che forse vivi… è una comoda bandiera romantica quella di dire che dalla provincia nascono cose oppure la verità è che non abbiamo il coraggio di competere con i grandi delle metropoli?
Guarda, da buon topolino di campagna ti dico che proprio qualche giorno fa mi confrontavo parlando (a debita distanza) con un topolino di città col quale alla fine siamo convenuti che provincia e metropoli non sono poi così diverse, nel bene e soprattutto nel male; la differenza sta nel metro di osservazione che chi descrive una determinata questione utilizza. Del resto siamo pur sempre persone che descrivono altre persone, e si sa che in una storia sono i protagonisti ad avere più rilievo rispetto agli sfondi (anche se certamente l’ambiente esercita la propria forza).

E anche a te la domanda su Spotify: alla lamentela che tutti fanno circa la svalutazione del lavoro e della vendita dei dischi quando poi siete voi artisti i primi a svendere tutto regalando agli streaming service, cosa risponde Dirlinger?
Personalmente non credo che gli streaming siano “buoni” o “cattivi”: piuttosto credo che la differenza la faccia il modo in cui si pone l’ascoltatore. In un mondo dove tutto costa sempre di più ben venga che l’accesso alla musica si democraticizza anche attraverso il più libero accesso alle piattaforme. Il problema vero, prima ancora della monetizzazione, è la mancanza di attenzione e la svalutazione delle emozioni e del tempo speso nell’ascoltare un brano o un album. In questo senso il pubblico (di cui tutti facciamo parte) si fa un grosso torto. Poi in realtà personalmente in quanto “creatore di contenuti” ho sempre cercato di dare un “plus” a chi sceglie ancora di compiere il gesto di prendere una copia fisica di un qualcosa di intangibile come un’opera musicale: nelle copie fisiche di “cOntastorie” ci sono immagini inedite e un booklet dove ci sono scritti retroscena sulla genesi dei brani, per il precedente EP avevo autoprodotto delle musicassette con un b-side dove facevo una sorta di narrazione radiofonica intervallata da cover di amici artisti e non solo e alcune sperimentazioni sonore. E non l’ho fatto per voler “vendere” un’esclusiva, ma per dare un qualcosa in più a chi ancora vuole compiere quel gesto fisico.

E chiudiamo abbassando l’ascia di guerra, anzi come diciamo a tutti: grazie per esserti prestato al gioco di domande scomode. Ma davvero questo primo disco di storie di cui avere contezza sembra una diapositive sul passato. Il centro sono le storie: averne contezza significa anche custodire la memoria e dunque le radici? Senza di queste non abbiamo futuro? O cosa?
Ma grazie a voi per questa figata di intervista! Dio benedica las bolas di chi, dietro al pretesto del sarcasmo, verifica la tempra dell’artista fuori dallo studio e fuori dal palco e della sicurezza di quello che canta. Bisogna avere la certezza di ciò che si sceglie di cantare, per di più se lo si fa nell’epoca degli influencers! Tornando al disco: siamo davvero sicuri che questo album sia una carrellata di storie del passato? Questo album non l’ho scritto leggendo libri, ma guardandomi attorno: nelle canzoni si parla di difficoltà di comunicazione tra artista e pubblico, di ecologismo, di violenza di genere, di conflitto israelo-palestinese e di timore nei confronti della nuova rampante digitalizzazione. I “vestiti” musicali di questi pezzi attingono a piene mani dal folk, dal blues e dal soft rock, che sono generi storicizzati, ma le storie? Sono tutte questioni a mio parere molto attuali e ahimè per nulla storicizzate. Questa vestizione retròsicuramente aiuta ad andare a cercare nel passato le ragioni di alcuni problemi di oggi, per capirli e mettere radici nel passato migliore dell’umanità, così da poter essere un’umanità che ha fatto i conti con sé stessa e fieramente “con un piede nel passato / e lo sguardo dritto e aperto nel futuro”. Toh, ho chiuso come ho aperto: rubando un’altra citazione. Dopo aver concluso questa perfetta ciclicità delle risposte, non posso fare altro che tacermi.

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