Roccia Ruvida: Beppe Cunico

Decisamente un disco che sta fermo, congelato, ancora in un passato davvero troppo glorioso per confrontarsi (senza umiliazione) con quel che è il raccolto di oggi. Se pensiamo ai ragazzetti degli anni ’70 che mettevano su formazioni come i New Trolls… pensiamo ad oggi…

Beppe Cunico sforna un disco che fisicamente, in vinile, si presenta come un’opera monumentale che vince a mani bassissime. Disco davvero importante… nella sua resa estetica.

A farlo girare ci ritroviamo dentro una composizione fuori ogni possibilità di paragone con la metrica basica del pop di oggi. Il prog, il rock sinfonico, il rock psichedelico, il rock liturgico… un inglese scolastico e quella scarsissima personalità che inevitabilmente viene soffocata dalla grandissima scuola di genere, già ampiamente famosa, già con i suoi nomi e le sue facce. Beppe Cunico attinge da li in questo “Passion Love Heart & Soul”… Beppe Cunico ha avuto la forza per realizzare un’opera gigante ma non ha ancora maturato la forza per far emergere la sua faccia. Magari accadrà nel secondo disco… per fortuna ha l’umile intelligenza di star bene dentro le nostre spigolose domande. Ecco la bellezza di artisti in fase di evoluzione… vera!!!

Si torna al passato. Uno smacco per i futuristi di oggi o l’incapacità di codificare le nuove generazioni? Facile discriminare forse…

Il passato contiene sia cose belle che brutte e può rappresentare un prezioso insegnamento. Quindi il mio disco si rifà ad un passato positivo, fatto di bellezza, di contenuti ed impegno. Non ho la pretesa di insegnare niente a nessuno, ma di divulgare positività, amore e gioia, e questo mi rende orgoglioso. Purtroppo, vedo e sento che la buona musica è troppo spesso relegata nella periferia culturale della nostra società, che preferisce invece proporre stereotipi negativi e privi di ricerca. Tutto è basato sull’apparire e sull’assenza di contenuti, visti come troppo impegnativi, mentre tutto deve essere usa e getta.

Ancora peggio sono i messaggi di una certa “musica”, intrisi di odio, parolacce ed inganni.

Ma questo inglese scolastico? Perché non l’italiano? Cosa ci spinge a pronunciare male una lingua che non ci appartiene?

Bella domanda. Faccio una breve premessa. La mia avventura di cantautore è iniziata 4 anni fa, folgorato (come i Blues Brothers che hanno visto la luce) dal live di Steven Wilson. Per poter trasmettere le sensazioni sia di quel concerto, ma anche di esperienze personali, ho deciso di diventare un cantautore.

Essendo stato un batterista da giovane e poi sound engineer, ho dovuto buttarmi a capofitto nello studio di chitarra e canto al fine di mettere le mie idee in musica. Quindi essendo un cantante alle primissime armi, l’inglese mi ha agevolato molto, perché è più semplice da inserire in una melodia, anche se ho provato all’inizio a cimentarmi l’italiano. Sicuramente il prossimo lavoro sarà in lingua madre.

I testi sono stati corretti da una madre lingua inglese, la quale ha cercato di migliorare anche la mia pronuncia, però ho dovuto cercare un compromesso tra interpretazione e pronuncia durante le sessioni di registrazione, e ho deciso di previlegiare la prima. Ad ogni modo sono molto soddisfatto del mio cantato, pur con tutti i suoi difetti.

Un suono massiccio, devo ammetterlo. Grande composizione. Sei conscio che interesserà davvero a pochissimi?

Assolutamente si, ma non me ne curo. L’obbiettivo era di fare un disco sincero, d’impatto e suonato dalla prima all’ultima nota; in questo penso di aver raggiunto il mio obiettivo. Fino adesso le recensioni sono state molto lusinghiere e spero di riuscire a spronare la gente ad ascoltare con più attenzione la buona musica, perché è terapeutica, è l’antidoto contro l’autodistruzione.

Sono molto orgoglioso del risultato e devo ringraziare anche i numerosi musicisti che hanno partecipato, splendide persone che ho avuto la fortuna di conoscere durante la mia parentesi di fonico e che sono venuti a suonare con un entusiasmo ed un’intensità che mi ha commosso. Un super grazie va anche e soprattutto a Sandro Franchin, coproduttore del disco, che ha sempre creduto in me, anzi è stato l’unico.

Anche il video devo ammetterlo è ben fatto. Ma non pensi che sia fuori coerenza con un disco di prog?

Secondo me no, perché il Prog non ha vincoli dettati da beceri meccanismi commerciali, dove per forza devi essere “attuale”. Il Prog lascia liberi di diffondere la propria musica come meglio si crede.

 L’idea dell’animazione in 2D mi è venuta inspirandomi a “The Raven That Refused To Sing” di Steven Wilson; poi anche il budget disponibile mi ha obbligato a determinate scelte.

Ad ogni modo sono felicissimo del risultato, perché i due video maker, Nicola Elipanni e Federico Amata, sono riusciti ad interpretare alla perfezione le mie idee.

Come al solito chiudiamo abbassando l’ascia di guerra. Il prog noi lo conosciamo come manifestazione di esoterica visione della realtà, dove il fantasy e la spiritualità incontrano il suono del rock. Eppure dentro le tue trame c’è anche tanta rivoluzione personale, tanta resistenza contro un sistema… anche questo va sottolineato… dicci la tua…

Sicuramente negli anni Settanta, dove tutto era ancora da scoprire e da sperimentare, si era più portati a fantasticare. Adesso sono due decenni che subiamo violenze politiche, finanziarie e manageriali, dove avidità, menzogna e corruzione incontrollate massacrano i cittadini onesti, altruisti e costruttori. Quindi io condanno duramente tutto ciò perché l’ho subito in prima persona; d’altro canto, voglio anche essere positivo, perché l’amore, la passione e l’amicizia aiutano a superare tutto il male che c’è in questo mondo. Quindi, ho voluto mettere in musica anche tematiche drammatiche, però mettendo in luce il fatto che c’è sempre della bellezza, della speranza ed è proprio a questa che dobbiamo aggrapparci per elevarci dalla mediocrità e dalla superficialità che dilagano nel nostro mondo.

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