Milomaria: un nuovo disco di piccolissime distanze
Il nuovo pop d’autore spesso ricerca forme classiche mutuate nella tecnica futuristica di soluzioni digitali. Ma in questo caso, dentro il nuovo disco di Milomaria dal titolo “La breve distanza”, l’elettronica è usata con colori tenui, con supporti efficaci ma gentili, accomodanti, puliti. Il risultato dalle mille facce, che sia popolaresco che sia dalle tinte rock industriale, somiglia molto ad un disco vissuto, maturo, di canzoni belle che non sfoggiano alcun tipo di presunzione. Dentro il singolo “Via MAqueda” anche una coommovente partecipazione del grandissimo Leo Gullotta.
Leo Gullotta: sai bene che chiama a te attenzioni importantissime. Come si raggiunge e com’è nata questa connessione?
Sì, avere Leo Gullotta nel disco è un sogno che si realizza. Lo seguo da quando ero bambino, insieme a mia sorella Eleonora, che ha una disabilità importante. Desideravo la sua voce in Via Maqueda e, grazie a Primiano Di Biase (direttore artistico e musicista di De Gregori), che nel brano suona il pianoforte, e all’attrice Chiara Cavalieri, sono riuscito ad avere il suo contatto. Ha ascoltato il pezzo, lo ha apprezzato subito e ha deciso di prenderne parte. Un artista immenso, ma soprattutto una persona di rara umanità.
Questo disco sembra svincolarsi un poco dalla Sicilia (se non fossero per alcuni innesti dialettali). Ha senso? Secondo te perché?
Non è una questione di svincolarsi o meno. Le circostanze e le esperienze mi hanno portato a essere ciò che sono oggi, e in questo percorso la Sicilia ha un ruolo importante, ma non è l’unica protagonista. Fieramente siciliano, ma orgogliosamente molto altro.
Cosa c’è nello sguardo di Frida? Che tipo di allegoria rappresenta?
Frida è il porto sicuro. È lo sguardo che non giudica, o perlomeno uno sguardo scevro da pregiudizi. Occhi che accolgono la bellezza delle contraddizioni e dei difetti, ricordandoci che si può essere meravigliosamente imperfetti. In fondo, l’unico giudizio che conta è quello verso noi stessi.
Il suono di questo lavoro? Come e cosa hai inseguito per arrivare a soluzione? Come a dire: riascoltandolo somiglia a quello che avevi in mente?
Sono state le canzoni a farsi inseguire. Ogni brano ci sussurrava il vestito che voleva indossare: qualcuno con più vanità, qualcuno con più introspezione. Così il disco ha trovato il suono che doveva avere. In questo percorso il feeling con Andrea Allocca, alla produzione, e con Francesco Procacci, al mix, ha reso tutto naturale. Riascoltandolo oggi, somiglia esattamente a ciò che avevamo in mente.
E restiamo sull’esercizio di riascoltarlo col senno di poi. Un disco come questo sembra costruirlo quel luogo dove trovarsi nel posto giusto, visto che fuori spesso non è così. Conforta, coccola, protegge… sei di questa opinione?
Col senno di poi sì. Mentre scrivevo non facevo altro che psicoanalizzarmi. Ho scavato dentro di me, mettendo a nudo anche le parti più fragili. Alcuni brani sono stati dolorosi da scrivere. Riascoltandoli oggi ne colgo anche il senso di sollievo. In un certo senso, sì: comincio a sentire conforto.
Oggi siamo dentro una società di liquide cose, poche stanze chiuse, poche irraggiungibili… tanta scena. Anche in questo il disco sembra una provocazione? Direi anche una provocazione sociale… che ne pensi?
Viviamo in una società dell’apparire più che dell’essere. Se oggi dovessimo aggiornare il “cogito ergo sum”, forse sarebbe “imago ergo sum”. L’immagine è diventata spesso più incisiva del pensiero, perfino in musica, dove talvolta si suggerisce che il brand venga prima del messaggio. Non rinnego l’importanza dell’immagine, ma credo non debba diventare l’unico talento richiesto.
In generale non cerco provocazioni, almeno non consapevolmente.



