Intervista: Koko Moon

Dopo cinque anni torna a Koko Moon (aka Costanza delle Rose aka Koko) con un nuovo album dal titolo Let the Wild run at Night per Urlaub Dischi. Diviso in due “anime” Costanza ci ha spiegato come è nata l’esigenza di fare di nuovo musica allo scopo di capire se stessa e distaccarsi da quello che era ormai appartiene al passato.

IR: in che momento del tuo percorso artistico è nato questo disco? E’ nato in modo istintivo oppure è una ‘creatura’ a cui stavi dietro da molto?

KM: quest’album è nato dopo un momento di attesa, è venuto dopo Shedding Skin che invece è stato un lavoro più di getto e arrivato da un bisogno personale.

Questo album è stato creato in un periodo in cui avevo smesso con la musica ed è stato più studiato: ho dovuto fermarmi e cercare di capire chi io fossi, sia musicalmente ed esteticamente quindi rispetto al primo la differenza è che allora ero ancora molto acerba. Dopo l’esperienza con i Be Forest per 10 anni della mia vita, cercare di trovare il proprio sound personale era una cosa che era passata in secondo piano infatti è stato un percorso lento e mi ci sono voluti 5 anni.

IR: la prima sensazione che ho avuto è stato che tu ti sia messa molto in gioco e che abbia scelto di mostrare un lato molto istintivo e vulnerabile della tua personalità.

KM: Esattamente, ogni lavoro che ho creato parla di qualcosa di personale, di un momento, di un periodo o anche semplicemente di esperienze personali.

In questi anni mi sono accadute cose belle e brutte anche riguardo alla musica, ma è la vita dopo tutto e questo album non è altro che l’unione e l’insieme di tutte queste esperienze.

E’ molto viscerale, più studiato a livello musicale ma come modalità di cantato e come  testi sicuramente è più vulnerabile.

IR: comunque hai mantenuto sempre una dimensione “notturna”: è stato per riuscire a esprimere meglio quello che hai dentro e quello che hai vissuto?

KM: Sì, la dimensione notturna, la dimensione onirica, il buio, sono di ispirazione per me. Oh adoro anche il giorno(ridiamo rdr) e magari il prossimo album sarà soltanto solare, spero che a un certo punto arrivi quel momento.

Questo album parla di tutti quei momenti o di quelle cose segrete, quelle che non riesci a dire a voce e che durante la giornata non le porti con e visto che durante la notte, penso come tutti, ci addormentiamo e facciamo dei sogni trovo che in quei momenti sia molto più semplice riuscire a sussurrare e a creare certi tipi di canzoni.

IR: una frase mi ha colpito che è stata “I wish I was a wild animal, so I don’t need to explain what I was born to be”, che è una sorta di dichiarazione di libertà.

KM: questa visione di voler essere come un animale è nata dal cambiamento della modalità in cui io intendo relazionarmi alla musica e al mondo musicale in sé. Era sicuramente un momento in cui dovevo lottare con una specie di frustrazione verso l’apparire e l’essere e il non essere vista, di non essere apprezzata e valorizzata.
Ho iniziato a fare un percorso personale, tanto che ora la musica non ricopre più la stessa valenza di prima.

In questo ho trovato anche la libertà di poter creare, di poter portare fuori il proprio lavoro senza l’aspettativa di ricevere qualcosa in cambio.

E quando ti liberi da questo bisogno di affermazione, lo ritrovi dentro di te e non è che ne hai ne hai più bisogno ma ti senti molto più libero e riesci anche a viverti la creazione in maniera nuova e più viscerale.

C’è questo e anche il fatto che molte volte c’è una società che si aspetta da te che ti debba comportare in un certo modo e quando esci da quel recinto sei giudicabile. E questa è una cosa che mi ha sempre dato estremamente fastidio.

Come non si giudicano le volpi che vanno in giro la notte che fanno casino ed il fatto che ogni animale può essere ciò che è per natura, invece l’uomo deve essere in qualche modo addomesticato.

IR: musicalmente quanto è stato naturale far convivere tutte le influenze (shoegaze,dream-pop ecc) e quanto invece è stato un lavoro di equilibrio tra le diverse anime?

KM: è tutto arrivato in maniera molto naturale aiutata dall’attesa e non la fretta di creare. Qui ho riscoperto la parte piacevole della creazione musicale, quindi è stato molto fluido e allo stesso tempo, grazie anche alle persone delle quali mi sono circondata: Marco Bertuccioli, il chitarrista e Anton Sconosciuto alla batteria, mi hanno aiutato a dare forma a ogni singolo pezzo.

Sicuramente anche la collaborazione con Tobia Poltroineri(C+C=Maxigross), con il quale abbiamo prodotto l’album, mi ha aiutato tantissimo a fare in modo che ci fosse un filo sottile che legasse il sound di tutto l’album e per me era importante proprio questo.

IR: il disco lo si può dividere in due parti: una più caotica e l’altra più lenta. E’ una divisione decisa fin dall’inizio o è emersa durante la registrazione?

KM: No, è emersa durante la il posizionamento delle tracce.

Prima c’è stato un ascolto profondo e poi piano piano sono riuscita a mettere tutto quanto in fila e a creare una storia, uno storyboard e ho detto: “ha un senso!” perché nel momento stesso in cui crei è tutto quanto molto confuso. Quando crei musica non è come un pittore che crea un quadro e lo può guardare tutti i giorni, lo può spostare, mettere alla parete, osservare, in musica è tutto molto arioso e solo quando inizi ad avere delle tracce finite una dietro l’altra puoi mettere, spostarle puoi creare anche la storia.

IR: quindi lo storyboard è arrivato dopo, non prima.

KM: lo storyboard è arrivato dopo, esattamente.

IR: un paio di brani mi hanno colpitopiù di altri: uno è Love Me, che mi sembra proprio il brano dove sei più “scoperta”, volevo sapere che ruolo gli dai dentro a allo storyboard.

KM: Love me è un brano che è partito in due momenti differenti. La parte finale era l’inizio di un altro brano e tutta la parte strumentale è di un altro brano ancora in cui abbassavo tutte le difese ma nell’abbassare le difese trovavo forza. Il risultato è stato un brano potente. Parla di rincorrere un amore che arriva da fuori, ma se non ne costruisci uno personale rimane non inutile, ma ad un certo punti ti rendi conto che non porterà mai nulla di buono, perché prima di tutto ci sei tu e devi iniziare ad avere un amore nei tuoi confronti.

La posizione in questo  storyboard è leggermente nel passato, questa è stata proprio una presa di coscienza di non troppo tempo fa e ora non è più presente nella mia vita, quindi diciamo che la guardo mentre canto questa canzone e dico: “Ok, ho capito il concetto, ci sono, posso andare avanti”, sono molto legata a questo pezzo.

IR: l’altro è la canzone che hai fatto con Marta Del Grandi, che è Sirio B. Volevo sapere com’è nata questa collaborazione e come hai posizionato lì nel disco?

KM: l’ho posizionata lì perché è secondo me è proprio perfetta per uscire dalla prima dark dell’album. Il modo in cui canto è un mantra, dà una senso di tranquillità, di non dover sempre aggiustare tutto, di non dover sempre essere “sul pezzo”.

Lavorandoci in studio, continuavo ad avere la sensazione che non fosse completa, che la mia voce non bastasse nel in quello che avevo in mente, per quello che avevo in mente, e avevo bisogno di “luce”. Poi in modo quasi ‘naturale’ mi è venuta subito in mente Marta, che avevo conosciuto anni prima, nel 2021, al Bronson, per Passatelli. Si era creata subito  una “connessione” e siamo sempre rimaste in contatto, ci siamo scambiate la musica, abbiamo ascoltato le nostre nuove produzioni durante gli anni, ci davamo consigli eccetera quindi le ho chiesto se le andasse di cantare in questo brano e ed è nato così. Lei ha messo la parte finale e trovo che sia perfetta sono stata proprio soddisfatta, infatti spero anche di riuscire a cantarla in live con lei, uno di questi mesi.

IR: cosa mi dici di Croste, in cui canti in italiano

KM: Non lo so, te lo giuro è partita così ed è uscita così e non doveva neanche essere nell’album. Mi hanno mi hanno presa, mi hanno messo in un angolo e mi hanno detto: “Metti questa canzone, metti questa canzone.” (ridiamo ndr) Ma io non la volevo mettere. In realtà non sono ancora sicura al 100%, è nata così e sento che c’è dentro tanto.

Poteva essere fatta sicuramente meglio ma questo è perchè io sono pignola, però mi han detto “proprio il bello il cambio della voce in italiano” ma mi è molto difficile ascoltarla, per via appunto della mia voce. Secondo me cambia tanto da una lingua all’altra. È la prima che registro così.

L’ho composta di getto una notte, mentre lavoravo a casa a Pesaro, stranamente è nato tutto insieme sia testo che melodia e me l’ho tenuta così.

IR: ti sei (ri)trasferita a Pesaro da Londra, quando sei andata “là” sei riuscita a trovare qualcosa in più che “qui” non trovavi oppure è solo un modo per allontanarti da certe cose, da un certo mondo?

KM: sicuramente la scelta di trasferirsi era nata da un bisogno personale dopo tanti anni con i Be Forest e tante cose personali che mi non mi tenevano più legate alla piccola città di provincia, avevo bisogno di andare fuori, di vedere cosa ci fosse e di anche farmi conoscere all’interno di nuovi gruppi di persone come la persona che ero in quel momento e non per quello che fossi stata in precedenza.

Poi quando nasci e cresci in una piccola città, tutti quanti si ricordano di ciò che sei stata prima e sei stigmatizzato in un certo modo. Non è mai successo niente di grave però avevo il bisogno di presentarmi al mondo in maniera nuova.

Londra è arrivata per questo bisogno, non tanto per affermazione artistica musicale. Infatti ho portato avanti una parte personale differente nel mondo del lavoro, come mi dovessi relazionare proprio alla vita, alla vita in generale. Non sono mai riuscita a creare quella sorta di giro di musica perché troppo impegnata a mantenermi e a pagare l’affitto(ridiamo ndr) e c’è stato anche proprio il bisogno per me di distaccarmi da questa parte di vita che dai 18 anni ha sempre fatto parte di me e mi sono voluta anche mettere alla prova su altre realtà.

E il mio ritorno dopo 5 anni è coinciso con l’uscita del nuovo album e sono molto contenta di essere tornata a casa, vorrei riuscire a vivere questa città con una consapevolezza differente.

IR: ti mancava il mare dì la verità (ridiamo ndt)

KM: mi mancava il mare, mi mancava l’Italia!

IR: come riuscirai a portare live questi brani?

KM: dipenderà dalle situazioni: potrebbe essere un live a due, chitarra, basso e tastiere per le cose più intime, ma quello a cui noi puntiamo è un live a quattro: con Marco Bertuccioli alla chitarra, Anton Sconosciuto alla batteria e Edoardo Elia alle tastiere.
Comunque ci sarà uno scambio di ruoli per fare in modo che possa tutto essere il più fluido possibile e poter utilizzare tutto quello che abbiamo poi inserito nell’album.

Stiamo già facendo le prove, adesso giovedì avrò la prima data a Rimini e faremo appunto un set differente perché non abbiamo il batterista, però il senso del della musica sono convinta che rimarrà in qualsiasi modalità porteremo in giro i brani.

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