Intervista – Bibopolare

In occasione dell’uscita del suo disco d’esordio “Com a na crap”, abbiamo fatto qualche domanda al cantautore lucano-bolognese Bibopolare, artista surreale ed onirico dalla voce oracolare sospesa tra Mezzogiorno e Americhe. Un mix tutto inedito, che attraverso le tracce del disco racconta di una vita sofferta e vissuta, che abbiamo provato a fargli raccontare nelle domande che seguono.

Ciao Bibopolare, cominciamo dall’inizio. Da dove vieni, come stai ora (al debutto discografico con il tuo album d’esordio “Com na crap”) e dove sei diretto nel prossimo futuro. 

Ciao a tutti e grazie per quest’intervista. Vengo da Potenza, città della Basilicata e sinceramente adesso sto una meraviglia, nel prossimo futuro spero di creare nuovo materiale e stare su un palco a suonare e a divertirmi col gruppo. 

“Com a na crap”: eppure, in queste otto tracce, tutto sembri tranne che “una capra”, anzi. Ottima scrittura e sonorità che, mescolando lo-fi e soul, si incastrano con testi ben pensati. La domanda viene spontanea, a questo punto: cos’è che ti fa sentire, nella vita di tutti i giorni, “com a na crap”?

“Com a na crap” è un concetto che abbiamo fondato io e il batterista del progetto. Entrambi veniamo dalla stessa regione fatta perlopiù di vasta natura e (lui più di me) ci sentiamo molto ragazzi di campagna e tutto quello che attorno a questo mondo può significare. Anche se adesso viviamo a Bologna da parecchi anni quel mondo non l’abbiamo dimenticato. “Com a na crap” vuol significare che questo è un EP punk, do it yourself, senza studio teorico musicale ma con molta attenzione alla musica e a quello che più ci ha ispirato. È uscito fuori direttamente dallo stomaco senza troppo cervello, senza vergogna, com a na crap.

Sei lucano, ma vivi a Bologna. I tuoi ultimi anni sono una rincorsa alla libertà, e alla possibilità di trovare forze e materie prime per portare a termine un disco sudato, ed intenso. Cosa pensi ti abbia lasciato, quest’esperienza? 

Ho imparato tanto da questa esperienza, mi ha aiutato a crescere sotto tanti aspetti sia musicali che non, soprattutto a prendere decisioni molto difficili dove dire la propria sincerità con molto coraggio era l’unica cosa da fare per proseguire questo viaggio. Non nascondo che per parecchi dettagli ci son rimasto male ma serve a farsi le ossa per non ripetere gli stessi errori commessi in passato, ricordandomi che si crea musica per piacere e non deve diventare pesante il suo corso.

Le tue radici escono tutte nella scelta del dialetto, che sembra quasi proporsi come uno slang straniero, esaltando il funky della tua scelta stilistica. Viene in mente Pino Daniele, ma anche Fabrizio De André o Enzo Jannacci, alcune cose di Vinicio Capossela… Insomma, una serie di autori che riportano il baricentro della tua musica sulla scrittura, mescolando canzone d’autore e sonorità d’oltreoceano. Una fusione strana, ma riuscita. Cosa ne pensi, di questo accostamento appena fatto? E’ così, o stiamo sbagliando tutto?

Hai centrato la mia aspirazione più grande ovvero l’immenso Pino, per il resto ho voluto dare uno sguardo al passato mantenendo un occhio sperimentale sul moderno. Volevo far suonare questo EP vintage ma costruirlo in modo tale da poter essere anche contemporaneo; tutto sommato penso sia stata la scelta migliore per questo progetto.

Non hai avuto paura, nell’era del mainstream e dell’ascolto “semplificato”, che un disco così potesse suonare in qualche modo “di nicchia”?

No anzi, sono proprio lontano dal concetto del facile ascolto, non mi interessa farmi ascoltare da tutti, preferisco rimanere coerente con quello che mi piace fare, così son sicuro che non sbaglio. Lo faccio per me stesso.

Anche i titoli della tua tracklist sono molto evocativi. Sembra quasi che tu abbia voluto disegnare un percorso, che va un po’ “addestr” e un po’ “arret” ma comunque sempre un passo in avanti rispetto a quello che l’ascoltatore è portato ad aspettarsi. Quali sono state le più grandi difficoltà di un lavoro simile?

Le difficoltà più grandi sono state sicuramente come una canzone doveva essere suonata, l’istinto ha creato lo scheletro ma poi bisogna dare un’identità ad una determinata canzone, per questo nessuna somiglia all’altra e suonano tutte diverse ma nel processo creativo ti affacci su un’infinita possibilità di scelte stilistiche e trovare quella giusta non è facile.

Tra l’altro anche il modo in cui hai registrato il disco merita di essere raccontato…

Abitavo in un monolocale di 30 mq con la mia ragazza e dato che lei studiava non volevo disturbarla, così mi son chiuso in bagno, ho abbassato le tapparelle e ho registrato il tutto in 3 mq, uno spazio così stretto che a pensarci ora mi vien da sorridere, per le batterie invece siamo andati in sala prove e con una Zoom panoramica abbiamo registrato tutto in una sola traccia. É stato un progetto realmente LoFi e con poco budget, spendendo tutto in tanta passione.

Lasciaci con un consiglio, quello che ti pare. E ovviamente grazie per essere stato con noi.

Se avete qualcosa da dire uscite dalla vostra stanzetta e cominciate a farlo. Ho passato tanti anni schiavo della vergogna ma superato quello step resta solo da coltivare le doti nascoste.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *