Interview: Giorgieness

In occasione della prima data del tour in solo acustico di Giorgieness, ho avuto l’opportunità di un’intervista subito dopo il live e non me la sono fatta sfuggire. La chiacchierata è durata solo mezz’ora, ma siamo davvero riusciti a parlare di tutto e le risposte di Giorgia danno una panoramica davvero a tutto tondo sia sullo stato attuale e sulle prossime mosse del progetto, che sulla persona che sta dietro all’artista.

Due parole su questa data, a me è piaciuta tanto. Non mi aspettavo ci fossero tante persone, anche perché siamo vicini a Milano dove avrò altre date. Sono stata proprio contenta, non mi aspettavo tutto questo pubblico e nemmeno di portarmi a casa il concerto così bene, perché paradossalmente avevo più paura di questa serata che di quando abbiamo aperto ai Garbage. Ero da sola, erano tanti anni che non lo facevo, un paio di pezzi sì, ma un’ora di concerto da sola no. Solo nel 2011 ho fatto così per un anno, poi quantomeno c’era De Poi con me. Sono proprio contenta.

Una cosa positiva che ho notato è che sei riuscita a cantare forte ma allo stesso tempo hai adattato il tono di voce al fatto che ci fosse solo una chitarra acustica. È una cosa su cui hai lavorato? La scaletta l’ho ultimata negli ultimi giorni, ma ho provato tanto, perché non volevo che fosse un mimare l’elettrico. Anche la scelta di essere seduta è dovuta un po’ al fatto che così sono più a mio agio e suono meglio la chitarra, ma anche perché quello che verrà in futuro sarà diverso da ciò che ho fatto finora, come del resto è stato dal primo al secondo disco. Nell’ultimo anno e mezzo ho anche imparato a cantare un po’ meglio, proprio nel senso tecnico del termine, poi live c’è sempre un po’ di interpretazione, l’emozione esce sempre, non è mai come quando canto da sola senza la gente. Sto comunque cercando di dimostrare sempre di più, anche a me stessa, che non sono solo capace di urlare.

Quello poi si vedeva già nel secondo disco, infatti ne avevamo parlato. Esattamente, e voglio continuare su quella strada, anche se nel frattempo ho rivalutato alcune cose, nel senso che ho capito che un conto è urlare, un altro è cantare forte, quindi credo che si possa aprire, anche perché il mio forte è anche lì, senza per forza dover urlare. Non sono certo una Courtney Love e non è ciò che voglio essere, anche per via dello studio che go fatto sulla mia voce, io ho insegnato canto per un anno e mezzo circa e, insegnandolo, ho anche studiato e imparato, in relazione ad alcune cose che facevo naturalmente, come si fanno, e ci pensavo proprio recentemente che la voce è uno strumento incredibile, perché quando credi di aver imparato qualcosa, ti chiedi come hai potuto non farlo fino a quel momento, e poi scopri che basta mettere la bocca in un altro modo e puoi fare ancora altre cose. La voce è il mio strumento per eccellenza, lo è più di qualunque altro con cui mi possa accompagnare.

Ho notato in scaletta una leggera prevalenza del primo disco rispetto al secondo, e ho pensato che forse è così perché i pezzi più vecchi sono più adatti all’acustico perché li scrivevi pensando che dovevi suonarli tu da sola, mentre quelli più nuovi li scrivevi già sapendo che sarebbero stati suonati da una band. Ha senso? È molto vero, poi potrei anche darti un sacco di risposte da figa, ma la verità è che non li so suonare tutti, o meglio, non so renderli nel modo in cui rendono anche solo suonati con due chitarre. E non volendo fare un vorrei ma non posso, ho puntato sui pezzi con cui ero più a mio agio. Poi, ovviamente, tanti di quelli del primo disco sono nati e li ho portati in giro per un po’ di tempo solo chitarra e voce, quindi sono più rodati. In ogni caso, per questo tour, sto anche preparando Fotocamera e Vecchi, ma ancora non sono pronti, e me ne rendo conto perché quando provo a casa mi registro. È un periodo assurdo della mia vita, ho lasciato la casa in cui stavo, il mese prossimo entrerò in una casa nuova, e in questo intervallo sono tornata dai miei genitori, e io vivo da sola da quando ho 18 anni e ora ne ho quasi 28. È stato molto complesso tornare a casa, però è stato carino perché sono tornata nella mia cameretta.

Infatti non hai fatto Io Torno A Casa È una di quelle che non so suonare… Che poi in realtà, come dicevo, le so suonare tutte, ma poi ho dovuto fare delle scelte quando ho deciso di fare questo tour. È stata una cosa un po’ strana, perché sono iniziate ad arrivare un po’ di richieste, come del resto succede sempre, però siamo in una fase in cui vogliamo definire bene il progetto, perché è vero che si tratta di una band, ma in realtà è il mio progetto e c’è stata tanta confusione su questo. Quindi mi piaceva l’idea anche solo di capire io stessa dov’ero arrivata e cosa sapevo fare da sola. Poi vorrei un po’ asciugare le orecchie, sia mie che dell’ascoltatore dal suono forte e concentrarmi sulle canzoni, per cui mi sono detta che sarebbe stato bello fare un tour in acustico. Non suonerò, comunque, sempre le stesse canzoni a ogni data, e anche la cover, vorrei che fosse diversa ogni sera, sono canzoni che o mi influenzano in qualche modo, o sento molto mie, o avrei dovuto scrivere, e si va dalla Beyoncé che ho suonato stasera, a, non so, dico i Carcass per far capire che spaziano molto, dico Nick Cave, mi piace portare le persone nella mia cameretta in qualche modo.

Proprio per quanto riguarda le cover, anche quando facevi i video o i soundcloud all’inizio, erano sempre canzoni internazionali. Non hai proprio nessun italiano come riferimento? È complesso, perché forse adesso, col fatto che ho iniziato a collaborare con Sony come autrice, sicuramente mi si è aperto un mondo sulla musica italiana che finora ho un po’ snobbato, ma non perché non mi piacesse, ma più che altro per un discorso di affinità. Ad esempio sto scoprendo ora Fossati a 27 anni e mi sono resa conto di avere un buco…

Quelli che li abbiamo tutti. Però è vero che sono cresciuta ascoltando solo musica straniera e mi sono formata su quella. Infatti la mia difficoltà nel fare delle metriche che stiano bene in pezzi in italiano e che suonino un po’ pop, un po’ catchy, era dovuta a quello. Però, ad oggi mi piacerebbe fare, ad esempio, Hola di Mengoni, o Se Piovesse Il Tuo Nome, sono pezzi che mi sono piaciuti tanto, però mi ci sono dovuta avvicinare col tempo.

Parlando delle due canzoni nuove che hai fatto, mi sembra che, dal punto di vista dello scheletro della canzone, si senta che sei sempre tu, che poi è giusto così, le scrivi tu e si sente che sei tu. Ho lavorato tanto anche su questo, nel senso che, come era già successo col secondo disco, c’è stato un lungo periodo in cui mi sembrava di fare degli esercizi di stile, nel senso che scrivevo delle cose ma non mi stavo davvero mettendo a nudo. Questa cosa mi ha bloccata tantissimo, poi ho avuto la solita discussione con una persona che riesce a tirarmi le palate in testa, e questa volta non è stata la stessa persona dell’altra volta, per fortuna, che però mi ha fondamentalmente detto la stessa cosa, ovvero “perché hai smesso di essere sincera? Ti sei buttata sul voler fare per forza quella cosa o quell’altra”. A quel punto, ho cestinato la metà delle canzoni e mi sono rimessa a scrivere, e la cosa bella è che ora stiamo facendo degli arrangiamenti molto diversi, ma mantenendo il mio modo di scrivere.

Infatti volevo proprio sapere se già adesso avete pensato a come realizzare le canzoni nuove, considerando che, appunto, la songwriter rimani tu, ma già tra il primo e il secondo disco c’erano molte differenze. Proprio perché, in qualche modo, ho sempre scelto io cosa fare, questa volta sarà ancora diverso. Ho deciso che voglio cambiare produttore, ma non perché ci sia qualcosa contro Davide, che infatti l’ha capito benissimo, ma perché voglio andare avanti e provare a lavorare con altre persone.

Del resto mi vengono in mente solo i Radiohead che hanno lavorato tutta la vita con Nigel Goodrich… Esatto, anche la stessa PJ Harvey, che per me è punto di riferimento, ha fatto un sacco di dischi con John Parish, ma qualcuno no, e questa cosa ti serve. Io non escludo che in futuro si possano fare altri dischi con Davide, perché poi dei due che abbiamo fatto io sono molto contenta, però il prossimo disco lo voglio diverso, vorrei che la voce sia diversa, un po’ come lo è su Questa Città, e anche su altri pezzi.

Questa Città in acustico è stata incredibile. Sono contenta, anche perché non è nata in acustico per assurdo, ne avevo fatte un paio di versioni e poi sono contenta che, rispetto al risultato finale, il mio provino fatto a casa male, su Logic, fuori tempo, dava comunque un’immagine molto concreta di come doveva essere la canzone, che per me è stato un bel passo avanti, perché prima io avevo i miei pezzi chitarra e voce, arrivavo e davo 50 riferimenti diversi, e giustamente, chi doveva poi lavorare con me diceva “come facciamo a fare i Radiohead e Dua Lipa nella stessa canzone?”. Io magari mi riferivo a Dua Lipa nel modo di cantare, i Radiohead per la chitarra, poi magari c’erano i Led Zeppelin, nella mia testa era tutto molto chiaro ma non riuscivo a esprimerlo, invece adesso un po’ sono diventata più bravina, e un po’ ho una vita più semplice, vivo in camera scrivendo, quando ci sono i periodi in cui faccio altri lavori esco per quei lavori lì, ma di base io mi alzo la mattina alle sette e mezza, faccio colazione, faccio alcune cose e poi dalle 10 di mattina fino alle 7 di sera, nessuno mi vede e nessuno mi sente, e standoci tante ore, impari un sacco di cose, quantomeno a usare le cose base dei vari programmi. Con un altro pezzo nuovo, ho mandato solo un vocale a Fognini, il mio fonico, e lui mi ha fatto la base, io gli ho spiegato più o meno come la volevo, e anche questa cosa è bella, lavorare partendo dalla voce, e in generale sperimentare modi diversi di scrivere, può essere col pianoforte, o con la voce, o con la chitarra, o direttamente da un beat, che è una cosa che mi viene naturale e mi viene bene. Poi anche l’esperienza da autrice mi ha aiutato, perché mi ha aperto altri mondi, altri modi di scrivere, infatti un paio dei pezzi nuovi, che non ho suonato e non suonerò, sono nati proprio come co-scrittura, o pensando di darli ad altri e alla fine ho deciso di tenerli io.

In ogni caso stai riuscendo a vivere di musica adesso, basta coi lavori tipo quello al negozio di abbigliamento di cui mi avevi parlato nell’intervista precedente. In effetti, dopo il negozio di abbigliamento è arrivata la scuola di musica, che per me è stata un’esperienza bellissima, perché avevo tendenzialmente bambini, quindi si crea un rapporto bello, soprattutto perché c’è la musica come tramite, e poi si andava anche a fare un minimo di storia della musica, anche solo perché nella stanza c’erano immagini dei Beatles o dei Depeche Mode e a un certo punto mi chiedevano chi fossero. È stato bello e ha anche insegnato a me tante cose, inoltre sono riuscita a percepirlo come un qualcosa che non mi allontanasse da ciò che volevo fare, ma che anzi lo arricchisse. Poi purtroppo sono stata lì meno di quanto avrei voluto perché mi sono trasferita, ma i miei alunni ancora mi scrivono. Comunque, di base, adesso come adesso ce la sto facendo con la musica, anche se poi ci sono sempre mille variabili, e devi essere predisposto al sapere che per alcuni mesi entreranno solo 200 euro e in altri puoi essere più sereno. Non devi fare progetti a lungo termine, anche se hai una relazione. Io per fortuna sto con una persona che fa più o meno il mio stesso mestiere, infatti è un autore, quindi andiamo di anno in anno e sappiamo che possiamo fare mille progetti ma che dobbiamo sempre vedere come vanno certe cose. Il fatto è che cresci e quindi inizi a pensare a cose come comprarti una casa, avere dei figli, però di base, se ti piace quello che fai, ne sei felice e trovi una persona che lo capisce, non è un problema se queste cose di cui parlavo devi rimandarle. E poi se, finito il tour o finito tutto quello che sta succedendo adesso, avrò bisogno di lavorare da qualche altra parte, lo farò, del resto c’è gente che è arrivata al top e si è ritrovata a fare lavori molto più umili, per cui lavorare non mi spaventa. Al momento, la musica mi porta via tutta la giornata, e non è facile farlo capire a tutti, ad esempio solo recentemente mia madre ha capito quanto ci sia dietro a un concerto, anche solo quello di oggi per cui sono in ballo dalle 4, e ho suonato un’ora. Quando ce la fai e le persone che hai intorno capiscono davvero ciò che stai facendo, allora funziona.

Mi suona strano pensare a qualcuno che faccia solo l’autore, è un po’ come un allenatore sportivo che non ha mai praticato quello sport, questa persona avrà avuto una band in passato. Certo, ma in realtà la cosa bella e che mi affascina di questo mondo è che nell’autore c’è una componente che, in noi, non c’è, ovvero la mancanza di protagonismo. Siamo mossi dalla stessa cosa perché entrambi abbiamo bisogno di esprimerci, ma lo facciamo in maniera diversa. Non la vedo come l’allenatore che non ha mai giocato, ma è più come una persona che si è messa al servizio della musica. C’è molta più umiltà.

Sì però mi confermi che non può esistere un autore che non ha avuto una band prima. Sì ma non la vedo come “non ha funzionato, e quindi…”.

No, ma non dico questo, dico che prima di scrivere musica per gli altri devi averlo fatto per un progetto tuo. Sì, infatti scrivere per gli altri è ancora più complesso, soprattutto in Italia. Poi, parlo per me, sarebbe bellissimi poter scrivere per la persona x con quella persona presente, ma nella maggior parte dei casi non è così, e lì esce il lato artistico di saper scrivere di base delle canzoni belle, che poi vengono date a qualcun altro, e il 90% del pubblico penserà che la canzone l’ha scritta questo qualcun altro. C’è una componente di umiltà che mi affascina, perché io non riuscirei a vivere senza un palco, mentre invece c’è chi ama il resto del lavoro, che è pesante perché comunque ti metti in gioco, dato che alla fine parli di te in qualche modo. Tornando all’avere questa relazione con un autore, per me è anche importante che, lavorando nello stesso campo, è più facile che ci sia rispetto per il lavoro che sta facendo l’altro. Ciò che può rendere le cose difficili è l’aspetto della competizione, perché ad esempio per quanto riguarda me, io sarei contenta se lui riuscisse a continuare a fare l’autore e io, invece, mi ritrovassi a fare la maestra, ma non è sempre così tra colleghi. Io non mi ritengo più buona di altri, ma se vedo qualcuno che riesce perché si è impegnato, mi fa piacere e mi commuovo. Per il Primo Maggio dell’anno scorso avevo i lacrimoni, per Sanremo quest’anno ero felice, perché so quanto hanno lavorato persone come gli Zen e Motta, soprattutto ero contenta per Motta perché è stato un outsider per anni e poi si è preso la sua fetta di pubblico e ha aperto lui stesso nuove strade. Io lo vedo su mia madre, che per me è l’ascoltatore-tipo, nel senso che ascolta la musica ma non ne è interessata, e io le ho passato tante cose e le prime che le sono piaciute sono state Calcutta, poi Motta e gli Zen, e a me non ascolta! Le piacciono solo le versioni in acustico.

Parlando invece delle volte in cui avete aperto per band importanti, mi sono sempre chiesto se, oltre alla cosa bella di suonare su palchi grandi con tanta gente e all’aspetto umano di trovare una come Shirley Manson così carina e disponibile, questo possa essere un aiuto anche dal punto di vista professionale, nel senso di vedere certe cose che fa chi è più avanti di te o cogliere qualche segreto. Conta più sul lato umano. Proprio i Garbage, che io tra l’altro conoscevo e dei quali avevo ben presente l’importanza ma non sapevo certo tutte le canzoni, mi hanno insegnato molto su che persona voglio essere. Tu li vedi, sono un gruppo che possono già vantare una grande carriera, quindi di te potrebbero benissimo fregarsene, e invece sono così disponibili, ti ascoltano, perché erano a bordo palco ad ascoltare il nostro concerto, dici “io voglio essere questo, una persona che ha ancora un tale amore per quello che fa da avere rispetto per la band che mi apre”. Poi è vero che loro ci hanno scelti, nel senso che la prima volta avevano chiesto una rosa di gruppi con una donna e hanno scelto noi, e la seconda volta ci hanno chiamati direttamente, ma questo significa proprio che tu hai ancora queste attenzioni nel tuo lavoro, che ami talmente la musica da voler essere tu a scegliere qualcuno a cui dare la possibilità di essere su quel palco. Un’altra cosa che le aperture di questo tipo ti insegnano è l’avere molto rispetto del palco su cui sei. Tu sali sapendo che la gente non è lì per te, quindi non strafare, fai il tuo, fallo bene e sii sincero, che poi è quello che io faccio sempre, infatti, come ti dicevo, non c’è molta differenza tra stasera e i Garbage, anzi, avevo più paura per la data di stasera, mentre lì era tutto provato, avevamo fatto il check ed era un tour che andava avanti già da tanto tempo. Non è sempre facile, ad esempio per i Placebo eravamo stati buttati sul palco dopo una cover band, ma se hai l’attitudine giusta e credi in ciò che stai facendo, senza pensare di essere arrivato solo perché sei lì, il pubblico te lo conquisti, perché la gente è lì per ascoltare musica e non stai aprendo un concerto che non te non c’entra niente. La cosa più importante, comunque, è che in quelle situazioni impari ad amare quello che fai nel corso degli anni, che è il motivo per cui quando suono Non Ballerò sono ancora contenta e l’ho scritta sei anni fa, e ancora io la sento quella canzone, anche se parla di cose che sono successe mille anni fa. Finché sarà così, andrà sempre tutto bene.

L’ultima domanda te la faccio prendendo spunto dalla cover che hai fato stasera, che è If I Were A Boy. Ovviamente entra in gioco il tema di come gli uomini siano trattati in modo diverso rispetto alle donne, e so che hai risposto mille volte a questa domanda, però volevo circoscriverla agli eventi di stretta attualità, ovvero in Italia la discussa esternazione di Renga e, all’estero, le accuse verso Ryan Adams e il fatto che Matt Healey dei 1975 ha usato il discorso di accettazione dei Brit Awards non per auto celebrarsi, ma per dire esplicitamente che chiunque abbia a che fare con la musica ha almeno un aneddoto nel quale un uomo ha cercato di far valere la propria posizione nei confronti di una donna. È un argomento davvero molto complesso, perché bisogna andare a sviscerare dei retaggi culturali e delle attitudini. Infatti, non esistono solo gli uomini che sfruttano le donne, ma esistono anche le donne che sfruttano il fatto di essere donne. È una cosa che ovviamente a me dà molto fastidio da tutte e due le parti. La base è che dove c’è un uomo che sfrutta una donna, c’è sì una donna che si fa sfruttare, ma spesso lo fa perché ha paura di perdere la propria posizione. Io avevo fatto un post un po’ di tempo fa sul mio blog.

Lo ricordo, quello di quando lavoravi in pizzeria. Esatto. Io, tuttora, quando penso al fatto di non aver reagito, mi fa stare male, mi chiedo come sia stato possibile. Però penso che sia impossibile generalizzare, e che vada troppo caso per caso. Nella musica, io in situazioni come queste non mi ci sono mai trovata, non le ho mai cercate e cercherò per tutta la vita di non trovarmici. Però, non lo so come mi potrei comportare, dopo 10 anni che faccio questo, se qualcuno avesse in mano la mia carriera e minacciasse di farmi perdere tutto. Per come sono io e per come mi conosco, probabilmente non cederei e piuttosto perderei tutto, anzi, ne sono abbastanza certa, però non riesco a biasimare chi non ha questo coraggio, anche perché non si tratta nemmeno di coraggio, ma bisogna vedere cosa si prova in quel momento, cosa si è vissuto prima, che esperienze si sono avute. È davvero un argomento troppo complesso per ridurlo a una sola domanda, un po’ come quando mi chiedono “com’è essere una donna e suonare”, anche se in realtà quella domanda lì è più semplice. Penso a Fiumani, ad esempio, che ha tirato fuori il problema, poi però un po’ di gente lo ha biasimato per averci provato con le ragazzine, però è vero che è squallido, ma è diverso minacciare una donna per costringerla a fare certe cose dal provarci con una ragazzina.

Che poi non è certo l’unico di cui si dicono queste cose. Tutte ci siamo passate. Possiamo essere state ammaliate dal più bello della scuola, o da quello che suonava la chitarra, o dal capo ufficio. Può succedere, e se succede, non va bene nemmeno se la donna sfrutta la storia per ottenere qualcosa. Bisognerebbe davvero dividere la discussione in vari punti, e io non amo le prese di posizione troppo generalizzate, come dicevo, un uomo non dovrebbe mai sfruttare una donna e una donna non dovrebbe mai sfruttare il fatto di esserlo, però è talmente piena di variabili, che penso che il buon senso sia la risposta a questa domanda. Ovviamente apprezzo che una persona sfrutti un palco come quello dei Brit Awards per dire una cosa del genere, e allo stesso tempo Renga ha detto una cavolata, che però è anche vera. Non a livello tecnico come dice lui…

… però è vero che a tante persone le voci femminili non piacciono. Esatto, io stessa per larga parte della mia vita ho ascoltato solo uomini. È ovvio che non mi puoi dire che è così perché tecnicamente dà più fastidio all’orecchio umano, però a livello di numeri è così. Vai a vedere solo la playlist Indie Italia, dove delle donne che ci sono state, nessuna è rimasta, mentre c’è roba lì da una vita, e io lo so per certo, la gente skippa perché la voce femminile non piace. Che poi, in giro per il mondo, sono le donne che stanno facendo un sacco di cose belle, ad esempio io non riesco a pensare a un Dua Lipa uomo, e lei ora sta vincendo qualsiasi cosa, e in realtà a me piacciono 6-7 canzoni, e la stessa cosa posso dire di Billie Eilish. Io riesco solo a dire che il buon senso è la risposta e che, caso per caso, le persone devono usare la testa.
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