Umberto Maria Giardini – Forma Mentis

ANNO: 2019

ETICHETTA: Ala Bianca

PROTAGONISTI:: Giardini è al quarto album con l’attuale progetto, a cui vanno aggiunti i cinque di quando si chiamava Moltheni. Nella title track suonano Adriano Viterbini e Emanuele Alosi

INGREDIENTI:: quando the artist formerly known as Moltheni iniziò la propria seconda vita artistica grazie alla neonata La Tempesta, parlò di un disco mai pubblicato, realizzato dopo Fiducia Nel Nulla Migliore, intitolato proprio Forma Mentis e definito come “stoner”. Visto il titolo di questa nuova uscita e la presenza di influenze stoner, c’è la curiosità di sapere se almeno qualche idea sia stata ripresa da quel lavoro lasciato nel cassetto. In ogni caso, questo è sicuramente il lavoro più poliedrico e allo stesso tempo ostico mai realizzato da Giardini. L’autore esplora come non mai tutte le possibilità date dal proprio timbro vocale e di come poterlo far interagire con la musica. Infatti, dopo che negli ultimi dischi il lato ruvido e spigoloso del suo cantato aveva avuto la netta prevalenza, in questo disco torna a farsi sentire in modo rilevante anche il Giardini che canta in modo morbido e che lavora di cesello, per intenderci come faceva in Splendore Terrore. Per quanto riguarda le interazioni voce-musica, qui entra in gioco l’aspetto ostico di questo lavoro. Non perché la voce, i giri di chitarra (assoluti protagonisti) e quelli ritmici siano di difficile ascolto in sé, ma perché la loro combinazione è spesso fuori dagli schemi e quasi straniante. Giardini è quasi provocatorio nel mettere l’ascoltatore davanti a elementi che danno la sensazione di grande immediatezza, ma il cui insieme è armonizzato in modo da confondere volutamente. Per quanto riguarda il carattere del disco, come si accennava in precedenza, questo è un lavoro fatto con le chitarre, il cui insieme tra cupezza, energia e spigolosità ricorda band come Kyuss e Neurosis, ma anche Dinosaur jr., Husker Du e i primi Lemonheads. Il songwriting ad ampio respiro tipico dello stile di Giardini si confronta con queste sonorità senza che né l’uno, né le altre si snaturino, ma facendo in modo che entrambi gli elementi compongano un insieme di certo sorprendente e di difficile assimilazione per l’ascoltatore. I testi, come di consueto, si muovono in equilibrio tra immagini non ben definite ma molto evocative, manifestazioni di insofferenza per la difficoltà di esprimere i propri sentimenti, soprattutto nella sfera sentimentale e riflessioni su alcune dinamiche sociali contemporanee.

DENSITÀ DI QUALITÀ: difficile che un disco così faccia venir voglia di essere ascoltato con frequenza, però è un lavoro di alto livello che sicuramente susciterà interesse nell’ascoltatore attento e che non si accontenta delle proposte smaccatamente facili. E attenzione, non si sta dicendo che il disco è bello perché è difficile, ma lo è perché affronta con lucidità e ispirazione le sfide che si pone, mettendo in campi un risultato nel quale la grande intensità di voce, musica e testi è veicolata in modo da mettere insieme brani dall’alto profilo artistico e dal forte impatto emotivo. Dopo un primo ascolto necessariamente di ambientamento, l’ascoltatore aperto mentalmente e di cuore si ritroverà a vivere in pieno ciò che racconta l’autore e a sentirne letteralmente in bocca l’amarezza. A vent’anni dal primo disco, Giardini non smette di cercare nuove strade rimanendo comunque se stesso, e poco importa se abbia preso qualcosa dal suo passato nascosto o no, ciò che conta è l’ennesimo disco estremamente riuscito di un autore semplicemente unico.

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Affronta con lucidità e ispirazione le sfide che si pone, e la grande intensità di voce, musica e testi è veicolata in brani dall’alto profilo artistico e dal forte impatto emotivo
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    Voto - 8.7/10
8.7/10

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