Interview – European Ghost
Pale and sick è il debut album degli European Ghost, uscito questo maggio 2016 per la Unknown Pleasure Records. Il progetto del trio bolognese sta attirando l’attenzione da parte della critica e, più in generale, del pubblico, soprattutto estero. Abbiamo incontrato Cristiano Biondo (voce) e Giuseppe Taibi (basso, synth, drum machine) per saperne di più di questo loro progetto, ma non solo. Ne è nata una chiacchierata lunga e piacevole.
Come è nato il progetto European Ghost?
Giuseppe: Il progetto è nato per caso, è stata davvero una causalità. Io mi lascio guidare molto dalla causalità. Ci siamo trovati diverse volte io e Cristiano in diversi contesti, a volte surreali. Capitava di incontrarci durante concerti e, ad un certo punto, io provavo momenti di disagio ed uscivo fuori, e visto che anche lui soffre e prova sentimenti di disagio come me, capitava di trovarci fuori dai concerti: non c’era nessuno altro oltre lui. Da lì è nata una simpatia reciproca; da quella simpatia reciproca è nato il contatto, ‘’io chi sono tu chi sei’’; poi, per caso, ho letto le sue cose meravigliose e mi ci sono ritrovato, perchè anche io, come lui, ho una visone esistenziale surreale, un disagio. La differenza tra me e lui è che lui scrive in un modo eccezionale, non a caso è insegnante di lettere. Il fatto di provare a fare una collaborazione è nato poi naturalmente.
Cristiano: Io l’avevo già visto cinque anni fa suonare in un locale piccolo a Bologna. Mi piaceva la sua musica, ma non ci consociavamo. Recentemente abbiamo ragionato sul logo degli EU Ghost. Sono linee essenziali che prendono delle direzioni differenti, che è un po’ la metafora delle nostre esistenze: molte volte proseguono parallelamente e non si incontrano mai, ma ad un certo punto si arriva ad una collisione necessaria. Per noi è stato così: siamo arrivati ad una collisione necessaria che ci ha portato a trovare questa energia ed ha portato alla nascita del progetto. Tutto è nato da me e Giuseppe, d’estate ci trovavamo a casa sua, mi faceva sentire i suoi pezzi io avevo un microfono, e cominciavo a declamare, perché quella musica mi trasmetteva qualcosa, ed è nato cosi, nel giro di 3 mesi.
Giuseppe: e abbiamo tolto qualcosa!
Ah si? Sfrutterete quei pezzi in qualche modo? Un Ep? Un disco?
Giuseppe: Un disco, magari anche per compilation essendo opere minori rispetto al concept che è nato. Ma anche per compilation potrebbero essere usate. Le abbiamo scartate perchè volevamo realizzare un concept. Tutti i brani e la relativa parte musicale si combinavano tra loro, con forza e allora lì è nato il progetto. Non a caso il nome è nato proprio con l’ultimo pezzo, European Ghost.
Cristiano: Eravamo in impasse perché non volevamo un nome che ‘’bloccasse tutto”; doveva essere una cosa aperta all’ interpretazione e alla fine, con l’ultimo pezzo fatto in occasione delle ultime prove abbiamo detto “perchè no? Potrebbe essere un nome molto evocativo”.
Già prima dell’uscita ufficiale del disco (Unknown pleasures Records, 2016), erano disponibili online alcuni pezzi di Pale and sick; addirittura alcuni sono stati inseriti in alcune compilation del genere. Avete catturato l’attenzione di critica e pubblico, specialmente estero. Ve lo aspettavate? E possibile che sia stato merito dell’etichetta francese che vi ha prodotti?
Giuseppe: Nella nostra insicurezza, posso dire che eravamo sicuri. Quando ascoltavamo i brani che venivano fatti, ci rendevamo conto che non stancavano mai. Io parlo da musicista maniacale, arriva un momento in cui le cose non rimbalzano più e quei pezzi non rimbalzavano più. C’è una frase di Michael Gira degli Swans: “quando la mia voce, il suono non rimbalza più, vuol dire che il pezzo va bene”, ed è successo così. Nella fase compositiva, naturalmente ed inconsapevolmente, nella mia maniacalità, vedevo che ad un certo punto dicevo: “basta va bene cosi, funziona” e ancora adesso, ascoltando non mi stanca. Penso che se non stanca a me che ci ho lavorato ed ho ripetuto la composizione migliaia e migliaia di volte, direi che non stanca neanche agli altri.
Cristiano: Io non me lo aspettavo, ma ci speravo. Soprattutto perchè i pezzi hanno avuto molto successo nell’Europa dell’est, che ha una sofferenza maggiore rispetto al resto d’Europa: è la parte che ha patito di più l’integrazione, e sono quelli che hanno un orecchio più attento, più sensibile. Mi viene in mente un gruppo genovese, Port royal, che hanno avuto un gran successo in est Europa rivolgendosi ad un pubblico molto attento, sono grandiosi. E io speravo di colpire la sensibilità di questo popolo. Adesso ci stiamo spostando verso la zona nevralgia dell’Europa, ma a me interessava proprio quella parte dell’Europa, quella che ha sofferto di più, dopo le guerre mondiali. Comunque sì, è stata una sorpresa.
Come dicevo, avete ricevuto un riscontro positivo quasi immediato, eppure ho notato che non c’era un video ufficiale del singolo fino a pochi giorni fa, né un vostro canale Youtube. Nell’era dello streaming, il vostro disco non è ancora disponibile su Spotify e solo di recente è stato inserito su Bandcamp….
Cristiano: Questa cosa ci ha sorpreso, ci ha sorpreso l’entusiasmo dell’etichetta. Noi sapevamo che il disco doveva uscire a settembre; l’etichetta ci ha preso in contropiede con il suo entusiasmo e quindi tutti i passi che ci dovevano essere (spotify, youtube, il video) abbiamo dovuto fare tutto di fretta. Noi non abbiamo uffici, ci stiamo facendo conoscere con il “passaparola”, come succedeva negli anni ‘80 coi gruppi underground, siamo anche un po’ ingenui in questa cosa, speranzosi, ci siamo costruiti una rete di contatti. Mi piace dire che siamo ‘’puri’’ in questa cosa.
Giuseppe, tu e Mario (d’Anelli (chitarra, synths) siete sulla scena musicale da un po’ ormai, in quanto membri rispettivamente dei Two Moons e dei Black Veils. Il vostro background ha influenzato il progetto EuG? Come?
Giuseppe: Con riferimento all’aspetto compositivo, penso che sia tutto molto relativo. Quando componi delle cose è come stare in una comunità: ad un certo punto comincia a starti stretta, e allora esce fuori qualcos’altro, perché i fantasmi sono destinati ad uscire sempre.
… quindi tutto si riconduce alla necessità di soddisfare un’esigenza artistica?
Giuseppe: Per me si, poi io se non riesco ad essere creativo muoio, quindi il fatto che abbia fatto questo progetto è stato una valvola di sfogo.
Veniamo al disco. Per quanto riguarda i suoni, Pale and sick è un disco post punk con venature dark/coldwave, uso abbondante di elettronica che creano suoni densi e ossessivi. Atmosfere cupe e asfissianti, in cui si alternano momenti dilatati ad altri più sostenuti. In un epoca in cui la produzione musicale è così abbondante (anche con specifico riferimento al genere che suonate) pensate che la vostra proposta si distingua rispetto alle altre? In cosa?
Giuseppe: Io volevo che il concept fosse in qualche maniera diretto, e la maniera diretta era quella di proiettarti verso qualcosa di semplice ma immediato che è il punk. Anche se ci sono degli arrangiamenti molti articolati volevo che suonasse diretto, e nella contemporaneità il modo di suonare diretto è quello, non ci sono altre miscele.
Cristiano: Giuseppe mi diceva che non avrebbe voluto essere chiuso in un genere. Voleva che questo disco non fosse identificato in un genere solo ma che fosse lavorato in maniera certosina, aperto ad una sfera un po’ più ampia, che trascendesse dal dark, dal post punk. Voleva che fosse aperto a più stili, non rinnegando, ma riattualizzando la musica di un certo periodo, quello degli anni ’80, in maniera non mimetica, imitativa ma creativa. Nelle recensioni ci hanno celebrato il fatto che non abbiamo fatto i Cure, i Joy Division o i Sisters of mercy ma abbiamo fatto un nostro stile. In altre parole, “Salendo sulle spalle dei giganti”, come direbbero alcuni scrittori, abbiamo creato qualcosa di nuovo.
Infatti “Sex in kepler” si distingue molto dalle tracce che la precedono, sembra quasi che non c’entri nulla, sebbene il mood rimane lo stesso…
Cristiano: si, non volevamo essere chiusi, infatti nelle compilation e le radio europee passano dei brani diversi. Ognuno ci dà una sua chiave di interpretazione e questo ci piace. Non c’è il brano riempipista e quindi mettono Preset o The spiaral, ma le stanno girando un po’ tutte. Questo a me piace.
Come vedete la scena post punk /wave in Italia? Si tratta di un genere di nicchia destinato ad un pubblico selezionato?
Giuseppe: Fin dagli anni ‘80 è sempre stato un genere di nicchia, qui in Italia vanno altri generi musicali. Però, secondo me, per il post punk in generale, non ci sarà mai un’estinzione ma ci saranno delle evoluzioni. E comunque, a prescindere dal genere post punk, adesso ci sono delle altre soluzioni; soluzioni che possono somigliare al post punk perchè si riducono sempre in un loop. Il post punk è un loop, in cui tu canti il tuo disagio esistenziale, la tua ribellione, e la canti sopra a delle ripetizioni quasi tribali. Il tribalismo che c’è adesso è diverso da quello degli anni ’80, però secondo me, tutto dipende da come tu ti vuoi porre con le persone, e a chi vuoi somigliare. È come essere un guerriero “io ci sono voglio dire certe cose e lo dico in questo modo”. La differenza è che prima avevi una chitarra e un basso, adesso hai delle basi, ma ciò che conta è la sostanza che tu hai dietro. Ci sono persone che snobbano alcune contaminazioni, ma io lo trovo normale la musica si evolve e tu devi evolverti. Il nostro genere viene dalle radici anni ‘80 però dietro c’è una ricerca elettronica ridotta all’osso per adattarsi ad un momento contemporaneo come questo.
Cristiano: Volevo aggiungere che c’è il rischio che caratterizza ora il post punk in Italia: vedo che molti stanno virando verso il synth pop, un pop un po’ caramelloso, che a me non piace. Nel sud Italia ci sono realtà interessanti, e troppo poco valutate, in Sicilia per esempio. In generale, il post punk va molto di più all’estero.
Giuseppe: Forse ho una risposta a questo: in Italia quando fai musica, soprattutto di un certo livello, si cerca di scendere a compromessi col mercato; fuori dall’Italia, trovandosi in situazioni difficili, esce fuori l’esasperazione dell’individuo. Per quanto riguarda gli EUG, volevo proprio arrivare a lanciare un messaggio che fosse il più diretto possibile. Ciò lo si evince anche dal nome, dai testi, dalla musica. Il post punk è un linguaggio immediato che non è solo il fatto di essere post punk, ma di essere punk, diretti, selvaggi e veri, rispetto a delle situazioni che sono nella vita di tutti.
La realizzazione del disco è venuta in modo separato: sezione musicale e vocale sono stati realizzati in separata sede. Quindi, come sono nati i vostri pezzi? Potete dirci di più?
Cristiano: E’ stata una sinergia emotiva ascoltando le sue melodie. In qualche modo ho colto nella sua musica delle parole non dette; ho messo in parole le note musicali. Infatti, i pezzi sono un istant word, poi c’è stata la costruzione delle strofe. Ma è stata una cosa immediata, abbiamo trovato un’empatia immediata che ha reso possibile la lingua inglese.
Giuseppe: Per quanto riguarda l’arrangiamento, molte tracce sono nate dal modo di porsi di Cristiano. Lui ha un cantato asimmetrico, molto diretto, che si evolve sempre in modo diverso, e mi piaceva.
I testi del disco sono scritti da Cristiano. E’ stato difficile adattare le tue liriche alla musica già creata da Giuseppe?
Cristiano: No, non è stato per niente difficile. L’unica questione che abbiamo avuto inizialmente era se scegliere l’italiano o l’inglese. Io ho molto rispetto per l’italiano essendo un docente di lettere. Amo la poesia e la letteratura del ‘900 e sono legato anche alla tradizione musicale degli anni ‘80 (i primi Diaframma, Litfiba). Proprio per questo motivo, creare dei testi in italiano avrebbe richiesto un’elaborazione maggiore. La nostra sinergia era qualcosa di sciamanico, molto immediato. L’inglese mi ha permesso di farmi trascinare in questo modo, mentre l’italiano avrebbe richiesto un’elaborazione ed il rischio era la banalizzazione pop che ti dicevo prima.
Nel comunicato stampa ho letto che Pale and sick è un concept album: un volo radente sulle spoglie dell’Europa dei due conflitti bellici”. Ci puoi dire di più?
Cristiano: L’idea era quella di raccontare in musica ed in versi una Europa che non è l’Europa patinata delle banche che viene raccontata adesso, della pseudo integrazione, ma un’Europa che viene dalla tradizione, da due conflitti bellici, dalla sofferenza, dall’anarchia, dalle guerre civili; e non è tutto relegato lì, ma è da lì che nasce la nostra storia. L’idea delle guerre è nata per raccontare un mondo che non è di distruzione fisica ma è una vera e propria guerra fredda, legata alla solitudine dell’individuo che viene bombardato non più da bombe vere, ma dalla bomba del consumismo del isolazionismo, da tante situazioni difficili. Così siamo partiti da questa idea magnifica, abbiamo pensato a Wim Wenders ne “Il cielo sopra Berlino” eccetera. Un immaginario molto struggente. L’Europa è molto densa rispetto agli USA, ha una cultura e tradizione infinta, però era bello raccontare una Europa in disfacimento. E’ una forma di bellezza.
Giuseppe: E’ il contrasto dell’esasperazione dell’individuo solo in megalopoli, in città che diventano sempre più grandi e dell’individuo che si trova nella sua solitudine, a cercare di trovare le risposte. La solitudine la trovi in Pale e sick: un uomo pallido e malato, dentro una stanza bianca, illuminato dai neon, solo, e non sa come accogliere la sua vita e reagire ad una realtà così veloce così a volte insignificante, e pensa: “dove cazzo sono’’ .
Cristiano: Io sono rimasto affascinato da foto di guerra, di soldati e di prigionieri nazisti, libri sui partigiani. Osservare questi adolescenti, il loro sguardo spaurito di fronte a qualcosa di più grande di loro… partendo da questo punto di vista volevamo raccontare una guerra invisibile, che in realtà è l’evoluzione della guerra fredda; è la guerra senza bombe reali che ha portato all’isolazionismo, che ha portato a delle nuove trincee.
Quali sono le tematiche principali e le tematiche e le sensazioni dominanti nei tuoi testi?
Cristiano: Solitudine sicuramente e poi anche l’amore; l’amore sofferto, il fatto che alle volte le persone non si incontrano nel momento giusto, non si trovano in queste citta cosi gigantesche, di amori che si rincorrono e non si riescono a trovare fino in fondo.
Per quanto riguarda la dimensione live, io ho avuto modo di vedervi al Freakout di Bologna prima dell’uscita ufficiale del vostro disco. Dal vivo, gli European Ghost dimostrano di avere una grande personalità, ancor di più che su disco. Eppure suonate insieme da poco…
Giuseppe: Io avevo un’idea ben definita di quello che volevo. Cristiano mi chiedeva: “quando cazzo suoniamo da vivo?”; io gli rispondevo “finiamo l’album dopo mi metto alle macchine”. Volevo che il suono elettronico venisse suonato dal vivo ed è successo. Volevo capire innanzitutto il suono dopo che si raggiungeva l’obiettivo che era il concept. Dopo ho detto: “ok, prendo le macchine che servono”; poi è arrivato Mario con i suoi marchingegni, genialoide anche lui nelle sue forme e sostanze. Abbiamo unito le forze: Cristiano con le parole e il suo carisma, e poi dietro c’è un po’ di esperienza da parte mia perchè vengo da un progetto Two moons, e dopo una ottantina concerti in giro, so come reagisce la gente se ti muovi in un certo modo.
Cristiano: C’è stato un lavoro iniziale molto grande e certosino da parte di Giuseppe ma noi, di fatto, abbiamo fatto sette prove. Ad ogni prova migliorava sempre di più il suono e alla fine l’esplosione c’è stata quella sera.
European Ghost nasce come un esperimento musicale dettata da una necessità artistica estemporanea dei suoi componenti o pensate che avrà un seguito?
Giuseppe: Dal punto di vista creativo, esiste un momento della giornata, che può capitare anche una volta al mese, e quando arriva questo momento, arriva: un’oretta magica, e dico “cazzo qua sta succedendo qualcosa’’. Dopo, in un’ora, nasce qualcosa di magico e penso che ci si possa lavorare su. E’ successo cosi con Cristiano, e con gli European ghost. Se continuerà o meno non so, ciò che conta è fare delle cose che siano come delle tavole di Mosè: è nato ed è rimasto lì, sono delle pietre, un marmo e ci fai una scultura senza rendertene conto.
Avete in programma date in Italia e/o all’estero?
Giuseppe: ci stanno contattando diverse fanzine, locali, ci muoviamo nel momento in cui ne vale la pena. Vogliamo puntare più sulla qualità che sulla quantità. Deve valerne la pena. Noi sappiamo come muoverci, il messaggio che vogliamo dare perché dietro c’è dell’esperienza.



