Interview: Brothers In Law

Il secondo LP dei Brothers In Law, Raise, è appena uscito. La band pesarese ha saputo ampliare il suo sound, grazie all’aggiunta di nuove caratteristiche, e ha fornito un’altra prova interessante e di valore. Il loro tour, che li porterà presto anche negli Stati Uniti e in Europa, è appena iniziato e noi di Indie-Roccia.it li abbiamo intercettati poco prima del loro concerto al Bronson di Ravenna. Ecco cosa ci hanno raccontato in questa lunga chiacchierata:

Ciao, finalmente è uscito il vostro secondo album: ci potete raccontare che sensazioni state provando? Come è andata ieri sera la prima data, a “casa vostra”, alla Stazione Gauss di Pesaro?

Giacomo Stolzini (voce, chitarra): E’ stata una serata molto particolare per me quella di ieri. Per quanto mi riguarda, ero molto emozionato. Inanzitutto era la prima volta che suonavamo in quel locale, la Stazione Gauss. C’era molta attesa anche da parte dei nostri amici e dei pesaresi, sono venuti in tanti e siamo stati molto soddisfatti anche di questo. Era la prima volta che portavamo tutti il disco nuovo. Eravamo un po’ tesi anche dal punto di vista tecnico. Credo, però, che abbiamo fatto uno dei nostri migliori live, quindi oggi mi sento molto soddisfatto di quello che abbiamo fatto ieri.

Andrea Guagneli (batteria): Per noi era importante avere una risposta, sia a livello di pubblico, sia a livello di feedback. Volevamo capire anche dove potevamo sbagliare, a livello di scaletta, di dinamiche e tutto il resto. E’ stata una bella prova.

Andrea, come ti diceva il direttore di Indie-Roccia, Stefano Bartolotta, venerdì scorso, quando ci siamo incontrati al Covo Club di Bologna, il nuovo album sembra avere un sound più ricco, ci sono più strati.

A.G.: Sì, è molto più strutturato e molto più pieno, con l’aggiunta sia della batteria intera che del basso.

Ci puoi dire quali sono state le aggiunte più importanti?

A.G.: Principalmente queste due, unite a una costruzione di canzoni più complesse e articolate. Il tutto si è trasformato in un suono più ampio, più pieno e decisamente più raffinato rispetto al primo album.

G.S.: Secondo me è meno inserito all’interno di un cliché, nel senso che è più difficile identificare questo album all’interno di un genere. E’ sicuramente più difficile e sarà anche più difficile suonarlo dal vivo, perché comunque le dinamiche cambiano molto da una canzone all’altra rispetto al disco vecchio, dove invece era tutto più livellato. Ti parlo anche del modo in cui li suoni. Devi cercare di capire quali sono i tuoi momenti, quindi cosa deve fare la chitarra in quel preciso istante, come la devi suonare, per poi enfatizzare, non so, una piccola esplosione che deve arrivare dopo.

Avete avuto tempo per provare?

A.G: In realtà no. (tutti ridiamo) Però, per aver provato solo l’ultima settimana prima del concerto, è andata bene. Lorenzo era a Londra ed è tornato solo a dicembre, poi Nicola è partito per il tour europeo dei Be Forest e in pratica siamo riusciti a provare solo l’ultima settimana. E’ andata molto bene.

G.S. Sono stati quattro giorni tiratissimi.

A.G.: Suonando, ovviamente, si raffina il suono sempre di più e scopriamo anche meglio quali sono le dinamiche da utilizzare durante il concerto.

Per quanto riguarda il nuovo album: com’è cambiato il vostro approccio al songwriting rispetto al primo album e all’altro materiale che avevate pubblicato finora? Ci potete spiegare il significato del titolo, Raise? I vostri testi da cosa sono stati ispirati?

G.S.: Per quanto riguarda il significato del titolo, in quest’album abbiamo deciso di cambiare un po’ il nostro atteggiamento. Se prima, con Hard Times For Dreamers, ci sentivamo molto schiacciati dalla realtà e avevamo quindi assunto un atteggiamento da rassegnati e ci sentivamo molto giù di morale e ci sembrava che non ci potesse essere una speranza in nulla, invece adesso, con il nuovo disco, parliamo di una presa di coscienza di quello che succede intorno a noi nel mondo, dove però coesistono delle cose negative insieme ad altre positive. Sta soltanto a noi ricercare quelle che più ci interessano e ci fanno vivere al meglio l’esistenza. Ci sono tantissime cose belle. Abbiamo cercato di cambiare completamente atteggiamento. I testi parlano di tanti argomenti, ma sicuramente c’è sempre l’uomo al loro centro. Through The Mirror, per esempio, è un invito al pubblico, alla gente a cercare di capire: mi sono immaginato questa persona che si guarda allo specchio, quindi, guardandosi allo specchio, è come se si rendesse maggiormente conto di essere un individuo e di domandarsi che cosa ricerca veramente dalla sua vita. Decide di fermarsi e di chiudersi le orecchie per non sentire tutti i consigli della gente, concentrandosi di più su se stesso e domandarsi: “Cosa voglio? Chi sono? Che cosa voglio fare della mia esistenza?” Sono degli inviti a ragionare di più. Invece Oh, Sweet Song, che ha un testo molto più semplice e più diretto, parla della capacità della canzone o della musica in generale di farti evadere dalla realtà, anche se solo per pochi attimi, e quindi di catapultarti in un’altra dimensione di piacere.

Avete avuto un approccio differente nel songwriting rispetto a prima?

G.S.: Direi di sì. Forse le canzoni sono state scritte in maniera diversa dal primo disco. Il nostro primo album è uscito di getto, senza troppi ragionamenti.

A.G.: Sì. Pensa che Go Ahead l’abbiamo scritta in una settimana.

Avete avuto più tempo per riflettere?

G.S.: Abbiamo arrangiato molto di più sui suoni. Abbiamo seguito meno l’impulsività e l’istinto, che alcune volte magari ti annebbiano un po’ la testa. Magari decidi di fare una cosa con la chitarra, ma poi ci ragioni e capisci che sarebbe meglio utilizzare il pianoforte, o un synth o dei cori. L’approccio è stato diverso, più meditato.

Posso chiedervi di No More Tears, che mi sembra sia una delle canzoni più malinconiche tra quelle che avete scritto finora? Com’è nata questa canzone?

G.S.: No More Tears è nata da un giro reggae di organo che avevo fatto con GarageBand. Stavo lavorando su GarageBand a casa e ho trovato quest’organo bellissimo e ho iniziato a creare un giro, poi lo sentivo come una base reggae e in seguito l’ho fatto ascoltare anche agli altri. Eravamo in sala prove e non avevamo ancora la base dell’organo: siamo partiti un po’ più liberi da una struttura, io ho iniziato a suonare le note dell’organo e poi Nicola vi ha aggiunto un riff di chitarra. E’ nata così. Sul finale poi ci siamo riagganciati a quel giro di organo, chiaramente eliminando la base reggae. (tutti ridiamo)

Vi volevo chiedere dell’ultima canzone dell’album, Tear Apart, che ha un feeling cinematico. E’ stata una cosa costruita di proposito oppure è uscita mentre lavoravate sul pezzo?

G.S.: Anche in questo disco ci sono due canzoni che si collegano, come già accadeva in quello precedente. Ci faceva piacere mantenere questa caratteristica, che vorrei riprendere anche in futuro, perché potrebbe essere anche un segno distintivo. Tear Apart è nata da Compose, il pezzo che la precede. Fondamentalmente è nata da una mononota di violini e da lì abbiamo iniziato a studiare tutto il pezzo.

A.G.: Personalmente è anche quella che mi piace di più da suonare con la batteria, perché ha molta dinamica come canzone.

G.S.: E’ il pezzo più lontano dalla precedente produzione dei Brothers In Law.

Sì, senza dubbio.

G.S.: Ieri sera l’abbiamo suonata per la prima volta live e mi è piaciuta molto.

Vi piacerebbe in futuro, non so quando, poter scrivere qualcosa per il cinema, o magari per la televisione?

G.S.: Magari. Ne sarei molto contento. Ci piacerebbe poter scrivere per un western. La canzone è molto western.

Siete diventati famosi anche al di fuori dei confini nazionali. Ho visto che avete avuto alcune anteprime su siti e blog internazionali. Come vi sentite? Cosa ne pensate?

A.G.: Con questo album vogliamo cercare di ampliare ancora di più i nostri orizzonti e magari questa nicchia, che forse si era creata con Hard Times For Dreamers. Il live è molto importante in questa ottica. L’ascoltatore viene a sentirci e ora puo’ vedere un live più completo rispetto a prima. A marzo andiamo per più di tre settimane in America, poi ci sarà anche il tour europeo e proviamo a portare l’album anche lì. Secondo me puo’ funzionare molto.

Volevo proprio chiedervi del vostro tour negli Stati Uniti e in Europa. Come vi state preparando?

Nicola Lampredi (chitarra): Io faccio i pesi tutte le mattine. (tutti scoppiamo a ridere)

A.G.: Ancora non ci stiamo preparando. Abbiamo ancora un mese di tour in Italia, quindi ci sono ancora tante cose a cui pensare. E’ sempre uno stimolo molto grande andare fuori. In Europa non siamo ancora stati, quindi anche lì sarà terreno fertile per noi. Per l’esperienza vissuta tre anni fa, io sono veramente tanto carico e non vedo l’ora di essere lì (negli Stati Uniti), perché l’apertura mentale che c’è e tutta la costruzione intorno alla musica, rende tutto tanto vivo e quindi ti dà tante soddisfazioni.

E Austin?

A.G.: Austin è un’isola felice.

Farete qualche concerto in più questa volta?

A.G.: Almeno tre o quattro sicuramente.

Avete suonato con tantissime band come Slowdive, Wild Nothing, Still Corners, Dum Dum Girls: cosa avete appreso da questi artisti?

A.G.: Gli Slowdive sono a un livello superiore a tutti gli altri, ma anche Wild Nothing, nel suo giro, è molto bravo. Mi piace tanto. E’ capace di aprirsi in ogni album, prova a osare e ci riesce alla grande.

Mi ricordo che è uno dei tuoi preferiti, o sbaglio?

A.G.: Della sua etichetta (la Captured Tracks) sicuramente sì. Anche gli Still Corners sono bravissimi e poi Mac De Marco. Rachel Goswell (Slowdive) ha apprezzato il nostro singolo. Se qualcuno cinque o sei anni fa mi avesse detto; “Vedrai che un giorno suonerai con Rachel e lei ti condividerà la canzone su Facebook, facendoti i complimenti”, avrei già iniziato a piangere lì. Per me è stata una grandissima soddisfazione, loro sono il mio gruppo preferito.

Parlando della scena marchigiana, cosa ne pensate di tutti questi gruppi interessanti, esplosi negli ultimi anni? Avete qualche band da suggerire ai nostri lettori?

G.S.: C’è sempre stato un bel movimento.

N.L.: Io conosco soprattutto le band di Pesaro. Una volta c’erano i Karibean di Osimo. Poi a Senigallia ci sono i Chewingum e i Dadamatto. Di Pesaro, ovviamente i Camillas, gli Altro, Versailles, Soviet Soviet.

A.G.: Angelo Sava.

N.L.: E’ un ragazzo barese che si è trasferito a Pesaro. Ha appena messo su una band a Pesaro e ormai è diventato un local.

G.S.: Ci sono gli Ebrei da Fano. Non possiamo lamentarci, ci sono tante band che suonano.

A.G.: Ancora c’è continuità nei progetti. Non è stato un fulmine e via, ma anno dopo anno c’è sempre stata una costruzione. I Be Forest hanno consolidato la loro figura, i Soviet Soviet anche. Per noi il secondo album è stato un passo difficilissimo, ma alla fine abbiamo superato anche momenti e dinamiche che possono accadere. Tutto serve a crescere. Non pensavo che sarebbe stato così difficile il secondo album, quindi è una maggiore soddisfazione uscire da questi momenti. Bisogna cercare anche di rinnovarsi, bisogna osare.

G.S.: Però solo se ne senti l’esigenza, senza snaturarsi. E’ una questione molto difficile.

A.G.: Sì, è qualcosa di molto soggettivo.

G.S.: Bisogna apprezzare quello che c’è di vero in quello che stai facendo. Si percepisce. E si percepisce poi anche nel momento in cui lo porti fuori nel live. Io la penso così.

A.G.: Questo disco non è così immediato come il primo.

E’ meno pop.

G.S.: Ci sono due o tre pezzi che arrivano più facilmente, mentre altri hanno bisogno di essere ascoltati più volte.

A.G.: Secondo me è importantissimo il contorno che dai a quello che fai e quindi tutta la costruzione dell’immaginario, la copertina. Bisogna dare un minimo di coerenza in tutto quello che proponi. E’ importante costruire la canzone intorno alla band, cercando di dare una coerenza a tutto.

Un’ultima domanda: per favore potete scegliere una vostra canzone, vecchia o nuova, da usare come colonna sonora di questa intervista?

Lorenzo Musto (basso): No More Tears, che credo sia quella più adatta come colonna sonora.

Grazie mille.

G.S.: Grazie a te.

[Si ringraziano Chris Angiolini, Enrico Martinelli e tutto il gentilissimo staff del Bronson di Ravenna per la preziosa collaborazione nel realizzare questa intervista e Costanza e Aurora Delle Rose e Florinda Rufo per il supporto.]

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