Intervista: Georgia,Georgia
Il primo album di georgia, georgia, Looking for affection per Factory Flaws, è un esordio sorprendentemente maturo e intenso. Tra confessioni intime, relazioni e percorsi di crescita personale, l’artista costruisce un racconto sincero e vulnerabile. In questa intervista ci parla della nascita dei brani, delle sue influenze e del percorso dietro al disco.
IR: In Looking for affection quanto è stato difficile trasformare momenti di “fallimento” e “silenzio” in canzoni pubbliche? C’è una traccia che ti ha richiesto più coraggio delle altre per essere scritta?
GG: La scrittura e la composizione sono da sempre il mio modo di elaborare le emozioni, quindi non ho mai avuto grandi difficoltà a trasformare i momenti di sconforto in musica. Più difficile invece è condividere tutto ciò con altre persone, e rendere pubblico i miei pensieri piu intimi. Una delle tracce che ho fatto più fatica a scrivere, e soprattutto a condividere è stata soft tongue. Questo perchè, mentre la maggior parte dei brani presenti del disco parlano di situazioni passate e superate, “soft tongue” è invece una delle canzoni più recenti e attuali del disco. Il testo è una vera e propria confessione, in cui ammetto all’altra persona le mie paure e insicurezze sull’inizio della nostra relazione. La canzone mi è servita proprio superare la mia difficoltà a comunicare a parole e ad aprire la conversazione su quello che stavo provando in quel momento.
IR: In “Slow Down” parli della pressione di dover sempre correre ma qual è stato il momento in cui hai capito che “rallentare” non era una sconfitta, ma una necessità per non cadere?
GG: Durante gli anni di università alla facoltà di Medicina ho avuto difficoltà a stare al passo con i miei compagni, e la cosa nel tempo stava inficiando sulla mia autostima e sull’idea che avevo di me stessa di studentessa modello. Ho iniziato quindi ad andare in terapia, e proprio grazie alla psicologa ho imparato a slegare il mio valore come persona dalla mia performance accademica. In questo modo sono riuscito a slegarmi dalle mie stesse aspettative e dall’ansia di restare indietro, e ho capito che rallentare e seguire il mio ritmo era l’unico modo per vivere l’università e la vita più serenamente. Alla fine, ognuno ha la propria strada ed è giusto che la percorra con il proprio tempo.
IR: Il brano “comphet” parla dell’eterosessualità e di come il ‘mondo’ la veda come obbligatoria. Come ha influenzato la tua scrittura scoprire il “Lesbian Masterdoc”?
GG: Il Lesbian Masterdoc è arrivato in un momento in cui avevo tanti dubbi, e mi ha aperto un mondo. Mi ha aiutata a prendere coscienza di alcune dinamiche che stavo vivendo all’interno delle relazioni, di comportamenti che avevo ma che non mi appartenevano realmente, e alla fine che la persona che stavo frequentando non faceva per me. Nel testo della canzone ci sono riferimenti a esperienze e persone reali. In particolare, c’era una ragazza, Emilee, che in quel periodo vedevo molto spesso sui social e che faceva divulgazione proprio sull’eterosessualità compulsiva. Ho voluto citarla nel testo sebbene non ci conoscessimo di persona, perchè è stata un fattore importante per me in quel momento. Una volta che la canzone è uscita ho provato a contattarla per farle sapere che era stata un’ispirazione per me, ma purtroppo non sono più riuscita a ritrovarla!
IR: In things you do affronti il tema della violenza psicologica in una relazione. Cosa diresti oggi a quella ragazza di 18 anni che se ne vergognava e che messaggio speri arrivi a chi ascolta questo brano?
GG: Non è stato semplice per me pubblicare things you do, perchè è una delle canzoni più intime e personali che abbia mai scritto, e raccontare di uno dei periodi più difficili della mia vita è stato spaventoso. Quello che mi ha dato coraggio, però, è stato il pensiero di poter arrivare con le mie parole a qualcuno che stesse vivendo una situazione simile, e magari aiutare questa persona a capire che violenza e amore non possono coesistere, e che si può uscirne. Alla me di 18 anni, e a tutte le persone che le somigliano, direi di guardare le cose per come stanno e che l’amore non dovrebbe essere complicato. Direi di dare ascolto alla sensazione che sotto sotto qualcosa non va, e che la violenza si presenta in tante forme, anche senza segni fisici.

IR: Cosa ha portato collaborare con Daniele Cocchi (Violea)?
GG: L’incontro con Violea è stato voluto dal destino. Era da tempo che cercavo una persona con cui lavorare che fosse al 100% allineata ai miei ascolti e gusti musicali. L’incontro al concerto di Phoebe Bridgers e Clairo è stata la miccia che ha dato il via alla nostra collaborazione e l’amore condiviso per l’indie rock è stato il collante che l’ha fatta funzionare. Col tempo, oltre al rapporto collaborativo, con Violea si è consolidato anche un rapporto di amicizia e di fiducia. Questo mi ha permesso di lasciargli sempre più libertà nel lavoro di produzione, perchè sapevo che sarebbe stato capace di trovare la chiave perfetta per far evolvere le mie canzoni da semplici demo a brani originali e credibili. Collaborare con Violea mi ha permesso di realizzare il sogno di far sentire le mie canzoni ad altre persone, anche oltre oceano, di suonare di fronte a un pubblico internazionale, e infine di coronare il nostro lavoro con un disco.
IR: Il tuo nome d’arte raddoppiato (“georgia, georgia“) ha un significato simile di “nuova identità” o è puramente un omaggio a Phoebe Bridgers?
GG: Il mio nome d’arte è un omaggio a una delle mie canzoni preferite, “Georgia” di Phoebe Bridgers, che a sua volta è un omaggio a “Georgia, Georgia” di Elliott Smith. Mi piaceva l’idea di portare avanti questa serie di citazioni di due grandi artisti che sono stati una fonte di ispirazione importantissima per me. E ripetendo il nome con una virgola, volevo dare come un senso di apostrofe, di vocativo, riprendendo anche la mia scrittura che è spesso posta sotto forma di dialogo e diretta a un interlocutore.
IR: La traccia “runner up” esprime un concetto forte: “Non gareggio per arrivare seconda… se non sono certa che vincerò, mi ritiro”. Questo spirito competitivo e lo applichi in tutti gli ambiti della tua vita?
GG: Nella vita non sono mai stata una persona competitiva, e anche nelle relazioni spesso ero la parte più arrendevole della coppia. Dopo aver vissuto delle situazioni difficili a causa di questo, ho imparato a fidarmi di più delle mie emozioni e dell’istinto. Ho capito che a volte non sono io a dovermi mettere in discussione, e che non è giusto accettare meno di quello che si da. E quando ancora una volta mi sono sentita in dovere di dimostrare di meritare amore, ho finalmente detto basta: se l’altra persona non è sicura di volermi, questa è già una risposta sufficiente per me, e non partecipo più alla “gara”. Questo pensiero ad oggi l’ho fatto completamente mio, e se in una situazione non mi sento bene o apprezzata, non sto più in silenzio, e, se serve, me ne vado.

IR: Quali sono i tuoi piani per il tour di Looking for affection? Chi suonerà con te?
GG: Per il tour di Looking for affection non posso ancora dare troppi dettagli. Sicuramente il mio obiettivo è raggiungere città e regioni in cui finora non sono arrivata, specialmente verso il centro-sud Italia. Per quanto suonare davanti a un pubblico sia sempre e comunque una bellissima esperienza, lo è ancora di più farlo con la band al completo. Avere tutti i musicisti a suonare con me è sempre speciale. Spero di potervi dire presto qualcosa in più, perchè non vedo l’ora di tornare sul palco!



