Interview: Bianco

Incontriamo Alberto Bianco in occasione dell’uscita del suo nuovo album Quattro. La chiacchierata ha toccato diversi aspetti della realizzazione del disco, delle intenzioni che c’erano dietro e di ciò che sta succedendo e potrebbe succedere nella fervente scena musicale torinese.

Ascoltando il disco, secondo me la prima cosa che si nota è che è molto suonato, che non è una parola giusta in teoria, perché evidentemente tutti i dischi sono suonati, però intendo dire che ci sono molte linee strumentali, molta cura del dettaglio, la profondità del suono, attenzione anche alla parte ritmica. Direi che il tuo, ma mi verrebbe da dire il vostro, visto che lo trovo un lavoro molto da band, è un disco molto suonato.
Al di là dell’aspetto chitarra-voce, che l’ho fatto io in solitaria, appena avevo lo scheletro delle canzoni lo portavo subito in sala prova, e in cinque suonavamo le canzoni. A quel punto abbiamo deciso di cercare un produttore che sapesse gestire una band, e non uno che lavorasse col computerino da solo. Volevo che fosse un disco suonato, hai detto bene, senza troppe sequenze e programmazioni, anche se c’è una parte di elettronica e sintetizzatori. Volevo soprattutto che fosse suonabile dal vivo, senza basi o altre cose strane. Per tante canzoni ho proprio sentito l’esigenza di farle durare tanto, proprio perché ritenevo che, dopo il testo, si dovese lasciare all’ascoltatore il tempo di rilassarsi.

Soprattutto in Organo Amante.
Lì forse abbiamo esagerato, però, secondo me, al quarto disco era il momento di fregarsene di andare dietro alla forma canzone classica, ma di provare a esplorare in maniera più profonda il nostro gusto. Ci siamo resi conto che tanti dischi che ci fanno impazzire sono quelli in cui succede una cosa, poi magari c’è una linea di piano bassissima e da lì parte un altro mondo completamente diverso, senza l’ambizione di scrivere una canzone con la forma canzone standard, ma avendo, invece, la libertà di esprimere l’idea che hai in testa anche con la ,usica, non solo con le parole.

Avete registrato tutti insieme, oppure ognuno ha fatto le proprie parti?
Dipende dai pezzi, parecchi sono registrati completamente in presa diretta, mentre altri abbiamo fatto prima basso e batteria, poi il resto in overdub. Ad esempio, Organo Amante è stata registrata tutta in presa diretta, eravamo in otto, abbiamo chiamato degli ospiti, c’erano Paco degli africa Unite, Ale Bavo che suona con Samuel e con gli LN Ripley, Alessio Sanfilippo, batterista di Levante, ex Nadar Solo, oltre a noi cinque, proprio per creare il sound che avevamo in testa e registrarlo in presa diretta, proprio perché è una canzone da fare in multitraccia classico, se no si sarebbe persa quella roba di saliscendi he, invece, è la peculiarità del pezzo.

Da appassionato di musica, mi sembra che Torino sia sempre più unita come scena musicale, fate un sacco di cose insieme.
È vero, anche perché è una città fisicamente, geograficamente piccola, quindi ci sono poche persone, e la comunità musicale è necessariamente ristretta. Quelli che suonano, ovviamente, sono ancora meno, quindi è inevitabile conoscersi tutti e attingere quando vuoi esprimere il suono della città da cui provieni, intendo attingere da produttori torinesi, o da fonici torinesi, tutti quelli della scena, che sembra un po’ di rimanere chiusi, ma non è quello in realtà è la volontà di andare fuori ma portandosi un suono ben definito.

Torino ha prodotto quello che, secondo me, è il più bel disco italiano dell’anno scorso, che è quello di Andrea Laszlo De Simone.
Infatti due quinti della mia band fanno parte anche della sua. Abbiamo tantissime cose in comune, io ad esempio ho prodotto il primo disco degli Antony Laszlo, siamo molto uniti e mi sembra quasi di poter dire che un po’ il suo disco e un po’ il mio stanno rappresentando non dico il suono di Torino, che sarebbe un modo sbagliato di definirlo, però, siamo già in due che stiamo andando in quella direzione lì, e quindi mi auguro che tutti gli altri si uniscano per riuscire, come sta succedendo a Roma, in cui in tanti hanno un certo tipo di suono, a far sì che in molti si trovino su una determinata cosa, un po’ com’era successo a fine anni Novanta/inizio duemila, quando il reggae a Torino era una cosa importante, anche i Subsonica avevano iniziato da lì, era una cosa su cui tutti si concentravano.

Certo, mi viene difficile pensare che una Levante, o un Daniele Celona, o se mai Matteo dovesse fare qualcosa dopo i Nadar Solo, che si vadano a cercare tutte queste ricercatezze sonore, penso che a loro piaccia fare cose un po’ più dirette.
Può darsi, però sarebbe bello se invece ci concentrassimo tutti su una stessa cosa.

Proprio parlando del suono del tuo disco, secondo me si nota un uso maggiore delle tastiere e della parte elettronica di cui parlavi, e anche tantissime seconde voci.
Benz, che è il produttore artistico, è sì diplomato al conservatorio in violino, ma è molto pratico dal punto di vista dell’elettronica. Suona con Meg, quindi di elettronica se ne intende molto, suona con gli Africa Unite, e sicuramente Madaski è il capoccia dell’elettronica della zona torinese. Si è quindi portato dietro quel mondo lì, e da parte mia mi interessava dare all’ascoltatore una visione ampia del mio gusto, che è molto aperto, ci sono tantissime cose degli anni Ottanta e Novanta che mi piacciono un sacco, quindi era inevitabile utilizzare dei synth e dei tastieroni, e poi lui si è portato dietro tutto ciò che riguarda il pianoforte, che io ho sempre usato pochissimo, mentre lui ci ha scritto delle parti, perché è diventato, per la stesura e la registrazione del disco, il quinto elemento della band. Insieme al tecnico del suono, che si chiama Simone Squillario, sono riusciti ad amalgamare le tastiere, e devo dire che ultimamente ho sentito dei dischi in cui ci sono i tastieroni ma staccati a livello di suono, a livello tecnico dal resto della canzone, invece, secondo me, loro sono riusciti a infilare le tastiere tra il basso e le chitarre per dare quell’unione che è la cosa piacevole e figa del disco. Con questo che ho detto, magari la foto che c’è in copertina acquisterà un senso, nel senso che l’idea è di farsi rilassare dal disco come dalle mani di un parrucchiere che ti lava i capelli.

Parlando invece delle seconde voci, delle armonie vocali che ci sono?
Quella è la cosa che più mi piace del pop moderno, quella di esagerare con le armonie vocali. Ho la fortuna di suonare con ragazzi che quasi tutti cantano, quindi veniva naturale già in sala prove, e anche se non sapevano il testo perché era la prima volta che lo ascoltavano, buttare sulla voce delle linee armoniche, per cui poi le abbiamo registrate anche in studio e, secondo me, è sempre piacevole l’armonizzazione vocale.

Sui testi, volevo chiederti a proposito di una cosa che ho notato, ovvero che, secondo me, anche quando non parlano di te, si rivolgono comunque alla tua sfera personale. Mi sembra che tu analizzi quello che succede ad altre persone, in altre situazioni, ma è un’analisi che serve a te, per aiutare te stesso in determinate tue convinzioni o a superare certe indecisioni.
Hai detto bene, è una chiave di lettura giusta, perché parlo più di rapporti che io ho con qualcun altro, e della visione che io ho dell’amicizia, o di una persona che amo, che adoro, che stimo. Colapesce aveva intitolato Egomostro il suo secondo disco, ed è giusto, perché per un cantautore, per chi decide di fare questo lavoro, ed è quindi sempre alla ricerca di scrivere cose originali, dicendo “ehi, guardatemi, sono qua, guardate me”, il più grande mostro da abbattere è il proprio ego. Già credo di aver fatto pasi avanti cercando di descrivere la storia mia con altre persone, prima ero io il centro di qualsiasi testo scritto da me. Pian piano, forse, riuscirò a parlare esclusivamente di altre persone, senza buttarci me in mezzo.

Al quarto disco, hai notato un cambiamento nel modo in cui scrivi canzoni rispetto all’inizio?
Trovo che l’unica cosa rispetto a prima in cui trovo più facilità sia riconoscere se una cosa sia bella o brutta, prima facevo veramente molta più fatica anche solo a capire se qualcosa mi piaceva o non mi piaceva, che è ancora peggio, perché poi se una cosa è bella o brutta lo decide la gente. Adesso me ne accorgo quasi subito per ogni cosa che inizio se deve continuare o se va cestinata.

La mia canzone preferita è Organo Amante, un po’ ne hai già parlato, a me ha colpito molto il passaggio dell’adolescente egoista che non rinuncia a distruggere la voglia, in un uomo, di esserne padre.
Il pezzo è fatto completamente di metafore, per parlare di una cosa relativa a me, ovvero la tachicardia e il mio rapporto difficile col mio organo amante, che è il cuore, proprio dal punto di vista medico. È tutta una visione metaforica che ho di questa mia ansia. Sul passaggio di cui parli non ho molto da dire, se non che ho appunto dovuto utilizzare tutte queste metafore per venirne a capo, perché è una cosa di cui non riuscivo a parlare liberamente e tranquillamente, è proprio un handicap mio mentale.

Volevo poi chiederti di una cosa che hai scritto presentando il disco e il singolo Felice, hai detto che è una mosca bianca all’interno dell’album perché è spensierata, però, secondo me, ce en sono altre di canzoni con quel mood lì, direi Tutti Gli Uomini, che anche come tematica è simile, e Punk Rock Con Le Ali.
Sì, però se prendiamo gli estremi del disco, Felice è quella più estrema. Spero che si noti che il disco ha un estremo pop e uno che non lo è per niente, e secondo me Felice resta l’esperimento più pop del disco. Tutti Gli Uomini è pop, ma non così tanto, e nemmeno Punk Rock Con Le Ali, per quello ho chiamato Felice la mosca bianca, cosa che potrei dire della stessa Organo Amante o di Fiat relativamente all’altro estremo.

Parliamo del progetto video legato a questo disco, che, da quanto ho letto, vedrà l’uscita, dopo quello di 30 40 50, di altri due clip, che comporranno un vero e proprio cortometraggio. Anche in passato hai dato questa importanza all’aspetto video o è una cosa nuova per te?
È abbastanza una cosa nuova per me, io ho sempre grandissima difficoltà a immaginarmi il video di una canzone, quindi devo per forza chiedere aiuto a qualcuno. A questo giro avevo una mezza idea, e con l’aiuto di Valentina Pozzi, che è la regista di questi tre video che comporranno la mini serie, abbiamo sviluppato l’idea che avevo, che poi è nata in uno di quei momenti in cui dici “sarebbe bellissimo fare quella cosa, beh, proviamoci”. I mezzi che abbiamo sono la sua capacità di farlo davvero, e nient’altro, i mezzi economici per investire sui video sono pochissimi e per come sono fatto io, per come vedo la mia musica, preferisco investire molto di più sui concerti, quindi la cosa del video non vorrei metterla in secondo piano, però ho dovuto dare delle priorità. Con lei sto avendo uno sprone pazzesco nel farlo lo stesso, e secondo me almeno questo primo video è molto bello e professionale, e la cosa che mi piace molto nei video è quando la canzone diventa colonna sonora di una storia, però senza offuscare il valore della canzone. Qui trovo che canzone e immagini viaggino molto bene parallelamente e allo stesso tempo una cosa supporta l’altra, quasi si tenessero per mano perché uno senza l’altro non avrebbe molto senso.

Perdona la domanda che ti avranno fatto tutti, ma non posso evitare di chiederti com’è stata l’esperienza con Niccolò Fabi. Com’è stato essere in giro con un professionista di questo calibro?
Esattamente, un professionista di questo calibro. È stato una scuola, quando lavori con una persona così ti rendi conto del perché ci sono dei tour che funzionano e dei tour che non funzionano, e funzionano perché hai un capo, diciamo così, che è preso bene, sorridente, che non finisce mai di ringraziare le persone che lo aiutano. Un’esperienza così ti aiuta a capire quanto, all’interno di un meccanismo, non si è mai soli, ma la squadra è fondamentale, e quanto sia fondamentale condividere realmente la felicità ogni giorno con chi ti aiuta.

Stanno per iniziare i concerti, io dal vivo finora ti ho visto solo al Miami, e mi era piaciuto così tanto che ero corso a comprare il disco. Ora invece mi trovo nela condizione di conoscere già le canzoni, quindi ti chiedo cosa possiamo aspettarci noi che verremo ai concerti e, appunto, conosciamo già le canzoni.
Per prima cosa, tutto quello che si sentirà uscire dalle casse, cose belle e errori, lo avremo suonato noi. Non useremo assolutamente basi o cose del genere, suoneremo. Questa cosa dovremmo quasi darla sempre per scontata secondo me, ma ultimamente non lo è tanto, per cui ci tengo a specificare che sarà una performance live, con un suono molto curato e anche delle luci molto curate, uno spettacolo completo.

Immagino che poi, dopo queste date, l’idea sia anche quella di suonare in estate. Lì farai qualcosa di diverso, dato che sarai su palchi all’aperto e non nei club, o senti di avere un tipo di suono che va bene in entrambe le situazioni?
Quello a cui puntiamo è di creare uno spettacolo che si possa adattare a ogni situazione. Vorremmo portare anche le canzoni vecchie sul suono di questo disco, e secondo me è un suono che si può adattare sia al posto minuscolo che al festival enorme.

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