ASIAnotfound: quel profumo dark ancora da svelare

Eccolo il nuovo disco della giovane artista abruzzese che per l’anagrafe discografica si firma ASIAnotfound. Esce anche in vinile “whynotfrank”, lavoro prodotto da Franco Liberati e che sfoggia un suono potente e compatto, ben sicuro dentro i cliché di quel pop rock dalle raffinate evocazioni dark. Gioca con dialoghi diversi, si avventura dentro cliché di un pop e abbandona anche l’inglese appena l’ispirazione glielo concede, rivelando un diverso approccio alla voce e alla timbrica. Forse avrebbe dovuto centrarsi di più o forse sono tutti ingredienti utili a svelare la fame di quel mettersi in viaggio. Se dentro “Anywhere” a momenti ci sento anche le progressioni dei Pinguini Tattici Nuclerai in stile Cramberries, dentro “Blackout” la scrittura e le sue soluzioni estetiche sfoggiano modi e forme davvero internazionali, nelle sospensioni, dei disegni di drumming…

Ho come l’impressione che questo disco abbracci la complessità invece di semplificarla… ha
senso secondo te?
Sì, ha assolutamente senso. Non ho mai sentito il bisogno di rendere le cose più semplici di quello che sono. La complessità ti dà una scala di colori molto più ampia, poi sei sempre tu a scegliere come usarla e quanto. Per me è uno strumento formidabile, non un difetto da correggere.

Parliamo di produzione: quanto hai condiviso con il team e quanto invece hai inseguito le tue
idee?
Non abbiamo un team nel senso classico del termine. All’inizio eravamo in tre, poi il percorso
si è ridefinito e siamo rimasti io e Frank a costruire il disco insieme, dagli arrangiamenti alla
produzione. Gli altri musicisti che hanno partecipato li abbiamo scelti e voluti noi, per
aggiungere colori e sfumature specifiche a quello che avevamo già immaginato.

E parlando di imperfezioni? Ne troveremo a spasso nel disco? Che rapporto hai con l’inflessione
umana?
Sì, ci sono, e alcuni li abbiamo lasciati volutamente, frammenti autentici che raccontano il
momento in cui sono stati registrati. Detto questo, essendo il primo disco in cui, oltretutto, ho
attraversato un processo di evoluzione importante, probabilmente ero molto focalizzata sul
migliorare ogni cosa, più per una mia percezione interna che per una reale necessità.
Dopo questo periodo di sperimentazione ho capito che ho bisogno di ristabilire una
connessione più diretta e profonda con la musica. Nei prossimi brani sarà più facile ritrovare
questa immediatezza, ma non vorrei che questo facesse pensare che in questo disco non ci sia
autenticità.

Un disco che troviamo anche in vinile: come mai questa scelta? Che rapporto hai con questo
formato?
Per via della mia età non ho un legame nostalgico con il vinile, non ho neanche mai avuto un
giradischi in casa. Ma questo disco è sempre stato molto fisico per me: il tempo che gli
abbiamo dedicato, l’aver preso parte a ogni fase del processo, le tratte da casa allo studio. Il
vinile mi ha aiutato a restituire quel senso di concretezza, a dargli un peso che corrispondesse
a quello che aveva avuto per me farlo.

Altra curiosità: archi e corno francese suonati da te. Cioè? Sono veri o programmati?
I corni li ho suonati io, mentre le parti di violino sono state eseguite da Fakizat Mubarak, una
violinista fantastica. In alcuni punti ci sono dei rinforzi nelle parti orchestrali che sono stati
programmati, ma la maggior parte delle linee di corni e violini, soprattutto le parti solistiche,
sono assolutamente reali.

E ancora: come mai la scelta di una canzone da fare in italiano? Un momento di “rottura” per il
filo del disco?
“Panico” è in realtà antecedente alla scrittura dei brani del disco: l’ho scritto nel 2018, in un
altro momento, quando io e Frank non ci conoscevamo ancora. In seguito lo abbiamo
riarrangiato insieme, anche perché in origine era solo chitarra e voce.
La questione della lingua è più sfumata: scrivo in entrambe e mi piace scrivere in italiano, ma
spesso la musica richiede una componente fonetica che trova nell’inglese una risonanza più
naturale.

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