Scusate il ritardo – aprile 2017

Portare avanti una webzine amatoriale di musica indipendente non è assolutamente facile. Lo si deve fare nel tempo libero, nei ritagli di tempo dopo il lavoro o lo studio, e lo si fa unicamente per passione. È capitato dunque – e continuerà a capitare specie in realtà come le nostre – che durante il corso dell’anno si siano trascurati dischi particolarmente ben riusciti per pura mancanza di tempo. Con questo articolo cerchiamo dunque di rimediare ad alcune nostre mancanze, consapevoli del fatto che molto è ancora da fare.

The Wer – Werever (Chains)
I romani The Wer sono cosi completamente assoggettati ai 1975 che ci si chiede se i nostri ragazzi abbiano un minimo di personalità e amor proprio. Ne risulta un disco che, davvero, pare (quando va bene) una raccolta di b-sides della band di Matty Healy, con suoni e linee guida in arrangiamento che rimandano al primo album della formazione di Manchester. In Inghilterra i gruppi che stanno seguendo quel sound ormai non si contano più, in Italia grazie a Dio non siamo a quei livelli di saturazione, ma francamente viene da chiedersi il senso di ascoltare dei pallidi cloni quando ci sono già gli originali. (Riccardo Cavrioli)
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Vikowski – Beyond The Skyline (Costello’s Records)
Malinconici e intensi mid-tempo per piano e sottili trame elettroniche, che si vanno a collocare nell’immaginario già occupato da pesi massimi come Editors (nei passaggi più cupi) e National, senza dimenticare uno come James Blake. Il minimalismo pare essere la strada maestra: le note del piano indicano la via e la ritmica spartana segna il tempo, che non supera mai un certo livello di guardia. Gloomy-pop che tocca l’apice nei tre brani conclusivi, in cui le valenze elettroniche prendono piede e il synth-pop si fa avvolgente e ci cattura, mentre il disco si chiude con uno struggente strumentale al piano. Promosso! (Riccardo Cavrioli)
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Il Vuoto Elettrico – Traum (Dreamingorilla)
Un rock declamato quello dei Vuoto Elettrico che fa della claustrofobia e della tensione costante una ragion d’essere. A tratti sembra di avere a che fare con un Giorgio Canali strafatto di acidi e incazzato nero, ma al di là di riferimenti più o meno possibili quello che conta sono i colpi che l’abum sa infierire su di noi. Lasciano il segno quelle sfuriate, sempre: ci investono colate laviche di chitarra, tempi che ci cambiano sotto gli occhi e le parole che, urlate o lascive, ci entrano nel cervello, marchiandoci a fuoco. Post-noise-rock fatto davvero bene, impreziosito dalla produzione potente e tagliente di Xabier Iriondo. Bravi! (Riccardo Cavrioli)
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Angela Baraldi – Tornano Sempre (Woodworm)
Il rock di Angela Baraldi non lascia indifferente. Sarà per la sua voce così suggestiva, calda e ruvida, sarà per suoni che fluiscono diretti e senza filtri, con suoni classici, di quelli che nascono in lunghe session tra musicisti che amano guardarsi in faccia e poi si lasciano andare, tirando fuori cupezze, incazzature, dolcezze e rabbie. I musicisti in questione sono eroi come Giorgio Canali, Vittoria Burattini e Stewie DalCol, al servizio delle parole di Angela, che ancora scava nel torbido, tra storie di vita e polaroid che mostrano istantanee quotidiane che mettono la pelle d’oca. Angela è così, prendere o lasciare, ti guarda in faccia e ha già capito tutto, facendoti la radiografia. Può spaventare, certo, ma poi affascina. (Riccardo Cavrioli)
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Girless – I Have a Call (Stop Records/To Lose La Track/TimTam Records)
Per tutti quelli che pensavano che il disco più emo del mondo fosse il primo di Dashboard Confessional, beh, sentite qui e non preoccupatevi se vi troverete con la pelle d’oca o le mani tremanti. Chitarra e voce, storie di suicidi, percorsi di vita, solitudini, occhi lucidi, minimalismo che genera empatia struggente sia in chi compone i brani (che cerca di trovare un via o una spiegazione che ha portato a quel gesto), sia in noi, che ascoltiamo a bocca aperta. Io a dischi così darei il nobel. (Riccardo Cavrioli)
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Strueia – La Chitarra Il Bosco Lo Spleen (Mia Cameretta Records)
Terzo disco per Strueia, personaggio (ingiustamente) poco noto nelle sponde musicali che tanto ci piacciono ma che gronda raffinatezza sia nei testi che nei suoni. Il titolo è decisamente evocativo: se immagino di trovarmi in un bosco con in mano carta, penna, una chitarra e la giusta dose di male di vivere quello che mi verrebbe da scrivere è esattamente quello che Strueia riporta nei brani nel disco. Scriverei di come un amico che se ne va arriverebbe a mancarmi e a come mi ritroverebbe una volta ricongiunti (confuso dalle sintomatologie e dallo spleen), o ancora di quello che naturalmente cambierebbe in seguito all’allontanamento. Penserei alla debolezza che mi caratterizza in più casi lasciandomi ispirare dagli alberi d’inverno, misto di bellezza e tristezza e quindi riflessione. La squisitezza del pop cantautorale dell’artista laziale è proprio quello che attrae, è malinconico, introspettivo e piacevole. (Andrea Martella)
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Les Fleurs Des Maladives – Il Rock è Morto (Ostile Records)
Tornano a sfornare la loro rabbia i quattro ragazzi di Como con un disco che si avvale di un titolo potenzialmente provocatorio nei confronti di chi ha fatto del rock’n’roll la propria bibbia. È una sorta di riflessione su come e quanto questo mondo, con ovviamente le sue mille sfaccettature che lo caratterizzano da anni, sia mutato e sulla probabilità che potrà non mutare più: il rock è morto in visione del fatto che siamo già alla deriva. È questa la discriminante che percorre tutta, o quasi, la tracklist, dal primo brano (che pare essere una presa di posizione netta ma contrapposta alla morale del disco, per la serie “voglio solo rock’n’roll” e nient’altro) a ‘La Grande Truffa Dell’Indie-Rock’ (in cui si lamenta quello che spesso una band è costretta a fare per arrivare al successo). Quello dei LFDM è senz’altro qualcosa di già sentito, probabilmente di trito e ritrito; il punto è che permette di balzare indietro nel tempo di almeno vent’anni grazie al richiamo (per sommi capi) del punk che ha fatto scuola e del grunge che ci ha cullati, il tutto in chiave moderna e rivisitata. (Andrea Martella)
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