Intervista: Bono/Burattini

Il duo formato da Francesca Bono (Ofeliadorme) e Vittoria Burattini(Massimo Volume) ha dato alle stampe il secondo disco dal titolo Ora sono un Lago. Sono passati cinque anni dall’esordio, molti concerti e tante cose sono accadute.
Ci siamo fatti raccontare come è nato e che idee lo hanno fatto germoliare dalle due protagoniste.

IR: Come è nato il titolo “Ora sono un lago” e cosa rappresenta per voi, sia a livello simbolico che emotivo, all’interno dell’album?

Francesca: È in qualche modo una riflessione sull’incombere del tempo. Ma c’è anche tutto un aspetto immaginifico che viene evocato dall’idea del lago, che è acqua che non scorre ma non per questo priva di movimento. Ci è sembrato efficace per descrivere questo disco. E poi c’è l’incipit della poesia Specchio, di Sylvia Plath, “Sono d’argento e rigoroso. Non ho preconcetti” che per me suonava potentissimo e mi sembrava parlare di noi e di questo disco.

IR: L’album si muove tra una dimensione psichedelica ed una molto intima: come avete lavorato per tenere insieme queste due anime?

Vittoria: Credo sia parte della nostra natura e dei nostri gusti. Il suono del synth produce un’atmosfera che tendiamo a chiamare “psichedelica” e sia io che Fra amiamo atmosfere più intime. Io tendo a suonare batterie ridotte all’osso e ripetitive e forse questa nostra naturale tendenza produce una tensione a tratti drammatica.

Francesca: Entrambe abbiamo accumulato molta esperienza nella scrittura di “canzoni”, e credo che, in fin dei conti, questo ci abbia aiutato a trovare in qualche modo un focus per ogni brano, anche laddove sembrerebbe non esserci, a prima vista. Forse è da lì che scaturisce la dimensione più intima a cui accenni. Credo che il procedimento che ha portato alla realizzazione di questo album assomigli a quello che serve per comporre un puzzle. Alla fine, ogni pezzo ha trovato il suo posto nella cornice immaginaria dentro la quale ci siamo mosse.

IR: Rispetto al vostro debutto “Suono in un tempo trasfigurato“, sembra esserci una maggiore libertà compositiva : il vostro processo creativo è cambiato tra il primo disco e questo?

Francesca: L’approccio è cambiato perché siamo cambiate anche noi e abbiamo passato quasi 5 anni a suonare insieme e a cementare un’intesa che partiva già su ottime basi. Laddove ‘Suono in un tempo trasfigurato’ nasceva da una commissione per una sonorizzazione di 3 corti di Maya Deren, che solo dopo abbiamo deciso di trasformare in un disco, qui le composizioni sono nate da sessioni di improvvisazione in sala prove, sessioni mie in solitaria, a casa, con synth e chitarra, momenti di ascolto insieme, registrazioni casalinghe con strumenti giocattolo…Insomma, abbiamo sperimentato di più e abbiamo realizzato dei desideri.

Ad esempio, io desideravo che sul disco cantasse anche Vittoria, e Vittoria a sua volta voleva realizzare batterie diverse o addirittura, com’è successo in ‘Fragili danze’, non suonare affatto se il brano non ne aveva bisogno.

IR: In che modo il lavoro in studio di Francesco Donadello ha influenzato la direzione artistica dell’album?

Vittoria: Con Francesco siamo amici da una vita, e credo ci sia molta stima reciproca, di sicuro da parte mia. Una delle cose belle di lavorare con lui è che non ti fa mai sentire la pesantezza dello studio. Questo perché è attentissimo, concentrato e altamente efficiente e non ti mette mai addosso nessuno stress, anzi. Erano forse anni che non provavo in studio una sensazione di libertà e di leggerezza così forte, anche la libertà di poter fare altre cose rispetto a quelle che erano state decise in precedenza, cambiandole giusto per vedere dove il percorso ci avrebbe portato.

Da una parte, Francesco aveva le idee chiare su come approcciarsi al nostro disco, cioè usando effetti molto “materici”, caldi e analogici, seguendo una linea naturale che partiva dai nostri gusti e dal nostro suono, e dall’altra ci ha lasciate (e si è lasciato), come dicevo sopra, molto libere nello sperimentare e giocare in studio, con spazio per improvvisare; pronto a catturare momenti che possono durare un attimo ma che hanno magari una sua potenziale bellezza. Ha poi aggiunto molta compattezza al suono, strati di potenza e profondità, rendendolo coeso e sognante.

Francesca: Sottoscrivo quanto ha già detto Vitto, e aggiungo che Francesco ci ha anche aiutate a chiarire le idee riguardo ai brani da tenere e quelli da lasciare fuori dalla tracklist. Ce n’era ad esempio uno che ero convinta da sempre ce l’avrebbe fatta, ma poi, guardando all’organicità, ci siamo rese conto che non doveva entrare nel disco. ‘Come un riflesso’, invece, faceva parte di alcune improvvisazioni, momenti tra sessioni di registrazione nei quali Francesco lasciava aperti i microfoni e via andare…Ad aprile scorso, durante le registrazioni a Forlì all’Amor mio non muore (studio che mi è rimasto nel cuore), era venuta fuori questa batteria bellissima di Vitto, passata nel tape delay, e solo mesi dopo abbiamo deciso che potevamo farci qualcosa, quando tornate dallo studio di Fra a Berlino ho trovato delle mie tracce di voce che avevo nell’hard-disk, le ho campionate e manipolate per un giorno intero e poi ho rispedito tutto a Francesco. È importante avere una visione d’insieme, senza affezionarsi troppo a certe creazioni, che ad ogni modo sono lì, e potrebbero un giorno vedere la luce in altra forma o sul palco. Ma è altrettanto importante cogliere la vibrazione del momento e andare fuori dai binari, senza seguire la schedule del tempo in studio in maniera pedissequa.

IR: Alcuni brani mostrano identità molto distinte: da l’ipnotica “Ora sono un lago”, alla “cinematografica” “Acrobata” o alla spirituale di “Fragili danze”. Come nasce l’identità sonora di un vostro brano?

Vittoria: Di solito nasce da una suggestione, da un giro di Fra, oppure da improvvisazioni fatte insieme in sala prove: se durante l’improvvisazione riusciamo a catturare l’atmosfera giusta poi ci lavoriamo, sistemiamo, cerchiamo cambi. La componente di commento cinematografico ricorre spesso comunque: la struttura di un paio dei brani che hai citato in effetti è nata inizialmente come parte di una sonorizzazione (che è stata un una tantum) che avevamo fatto per Home Movies a commento di vecchi e bellissimi filmati di famiglia. Il commento a immagini cinematografiche è finora stato ricorrente nella nostra produzione. Diciamo sempre infatti che ci piacerebbe molto lavorare alla colonna sonora di un film.

Francesca: Mi interessa l’argomento della sinestesia, la contaminazione dei sensi, e per me la musica è anche visione. Credo che in questo io e Vittoria funzioniamo un po’ allo stesso modo, anche se non ce lo siamo mai dette esplicitamente. Forse è anche il motivo per cui, pur essendo ogni brano quasi un mondo a sé, mostrano coerenza e coesione come corpus.

IR: La presenza di musica elettronica sperimentale, post-rock e sprazzi di folklore italiano, mondi diversi che siete riuscite a incastrare: quanto in modo consapevole e quanto è emerso in modo spontaneo?

Francesca: Per quanto mi riguarda, è sempre il suono a condurmi da qualche parte. Lavoro in modo molto spontaneo. So solo che a un certo punto, ad esempio, ero a casa e avevo registrato il synth della traccia di apertura ‘Ora sono un lago’ e l’ho ascoltata ossessivamente per ore, finchè nella mia testa è emerso il bisogno di sentire delle corde. Così ho preso la chitarra classica, ho registrato con un SM58 appoggiato al tavolo la linea che si sente nel brano, e quella è la traccia mixata da Francesco. Non mi pongo troppe domande durante il processo creativo. Preferisco agire e poi far sedimentare le idee. Se dopo qualche giorno quelle idee continuano a perseguitarmi, vuol dire che stanno andando da qualche parte e devo assecondarle.

IR: La chiusura dell’album con “Oltre le palpebre” e “Lonely blue star” in una dimensione più acustica era pensata fin dall’inizio come una sorta di “arrivo” del disco?

Francesca: No, quando componiamo non abbiamo mai in testa un’idea di tracklist, quella viene dopo, a brani mixati, quando si svela di fronte a noi una sorta di trama sonora. Pensa che ‘Lonely Blue Star’ per un pelo non ce l’ha fatta. Abbiamo passato un po’ di giorni ad ascoltarla e poi siamo stati tutti e 3 d’accordo (io, Vitto e Francesco) che fosse la chiusura perfetta per il disco. Adesso mi sembrerebbe impossibile non avere quella traccia nell’album.

IR: Avete parlato di suggestioni poetiche legate a Sylvia Plath e Patrizia Cavalli. In che modo la poesia è entrato nel vostro processo creativo?

Francesca: Nei due anni che abbiamo passato a progettare questo disco ci sono state situazioni nelle quali letteratura e poesia si sono affacciate sulla nostra pratica, a partira da un concerto fatto nel 2024 per AngelicA su invito di Archivio Aperto/Home Movies, quando la sempre ottima Giulia Simi ci ha invitate a sonorizzare “Niente che è vivo si perde”, un omaggio cinematografico a Goliarda Sapienza. Da lì, ogni tanto con Vittoria venivano fuori spunti, come il nome di Patrizia Cavalli ma anche di altre/i, e quindi sono state delle suggestioni che poi sono riemerse durante il lavoro. Parole che evocano immagini. Immagini che evocano suoni.

IR: Dal vivo riuscirete a portare i brani come si sentono su disco?

Vittoria: È una bella scommessa. Il tentativo è quello di restituire i brani come sono sul disco inserendo anche degli inserti di improvvisazione e interplay durante il concerto. Da una parte è un modo per cercare di rendere più vivo il concerto, dall’altro anche per renderlo un po’ meno prevedibile.

Francesca: A me piace l’idea che il live sia un’esperienza un po’ diversa dal disco, e non può essere altro che così, in fin dei conti, perché c’è il palco e il pubblico, e l’interazione con il luogo e l’acustica del posto. Non mi interessa una riproduzione perfettamente fedele dei brani, cerco soprattutto un contatto emotivo con chi ascolta.

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