Marlene Kunz @Estragon club, Bologna, 19/03/2026
Il Vile compie trent’anni; “Trent’anni di differenza, stessa fottu*a attitudine” e una nuova veste: una nuova versione illustrata con vignette disegnate da Alessandro Baronciani ispirate a questo meraviglioso disco e, per l’occasione, un nuovo tour per celebrarlo.
Questo giovedì 19 marzo siamo all’Estragon club di Bologna e siamo al sold out (vabbè… ovvio!).
Come fare a raccontare un live dei Marlene Kunz? Come descrivere quella sensazione di potenza che scuote il corpo e la mente? Quel terremoto emotivo, quella scossa interiore che si genera nella parte più interna del tuo essere e diventa movimento esterno, inarrestabile, incontrollabile?
Non lo so, ma ci proverò.
Parto da una doverosa premessa. I Marlene sono poesia rumorosa, lirica che si sposa al chiasso strepitante e rimbombante. Ho sempre trovato tutta la loro musica struggente e caotica, psichedelica ma al contempo avvolgente, accogliente.
Viviamo in un’epoca governata dalla superficialità delle emozioni, dalla banalità dei pensieri e questo si ripercuote anche nel mondo della musica. Anche qui, di questi tempi, si fa fatica a trovare la vera profondità. E’ per questo che abbiamo bisogno dei Marlene e della loro musica: per ricordarci che siamo vivi, coinquilini dei nostri demoni, con le nostre fragilità ma anche con la nostra forza.
Il live ha inizio poco dopo le 21.30. Si parte con 3 di 3, il pubblico (per lo più over 30) accoglie calorosamente i MK fin dai primi secondi ed io, guadagnata la mia bionda media, mi affretto a conquistare le prime file.
Sono passati trent’anni dicevamo, ma non si direbbe affatto; i MK hanno la stessa voglia, la stessa passione di un gruppo di ragazzini.
La prima parte della scaletta è abbastanza prevedibile e ripercorre il disco nella sua interezza.
Poche parole, poca interazione col pubblico, c’è solo l’urgenza di suonare, di sudare: la potenza che si propaga dal palco è incredibile ed investe tutti noi con una violenza sonora e una intensità fuori dal normale. E’ un saliscendi di emozioni: c’è la rabbia espressa dalle chitarre distorte in L’Agguato o nella lirica in Cenere (“che te ne pare di come striscio?”); c’è la malinconia in Come stavamo ieri.
Ape Regina è sempre un colpo al cuore. Ora regna l’ira e la collera, ogni suo verso è lacerante, i riff di chitarra sono uno schiaffo, mentre la batteria e il basso suonano come un pugno nello stomaco: “Eri malata? Oh, ape regine divina e dorata, perdono io, ti chiederei, ma non ci sei più e in queste stanze di urla e un tonfo scuce la pelle, gliaciale un brivido sale dal basso scompaio…“
Tra noise e una vena di psichedelia, ogni pezzo di questo album suona un rock cattivo, aggressivo e ne è complice anche il linguaggio, così ricercato, inusuale, allusivo, a volte volgare, che lascia poco spazio alla quiete.
Anzi, forse per un momento la trovo in L’esangue Deborah, una delle mie tracce preferite (quante volte mi sono ritrovata a pensare di essere io l’esangue Deborah che “si muove gracile e piange al sole che non è colpevole“). Mi commuovo, ma solo per un attimo.
Esco subito dallo stato di turbamento emotivo, per lasciarmi scuotere da Ti giro intorno, ma soprattutto da il Vile, in cui ci ritroviamo a cantare e saltare quasi come se stessimo vivendo un rito di espiazione.
Terminato Il Vile, si prosegue con Sonica e Nuotando nell’aria, sempre apprezzati da noi fan e lo dimostriamo, ancora una volta, urlando ogni singola parola.
Dopo una breve uscita, si chiude con Infinità e Lieve.
Finisce così un live intenso e passionale. Mi dirigo verso casa felice e soddisfatta e mi chiedo (e a questo punto lo chiedo anche a voi), tra trent’anni avremo un disco da festeggiare come questo? Non lo so, intanto possiamo dire che oggi abbiamo “Onorato il Vile!”. Grazie Marlene.



