Marlene Kuntz@ Anfiteatro delle Cascine, Firenze, 04/07/2025

E’ la solennità e l’austerità di un’orchestra – la Filarmonica del Teatro comunale di Bologna – che si sporca del cupo rock del Marlene Kuntz, sotto la direzione magistrale di Rodrigo d’Erasmo.

E’ il 4 luglio e siamo all’Anfiteatro delle Cascine a Firenze, il luogo adatto a far da scenario alla magia che sta per accadere.

Non so cosa aspettarmi di preciso, ma so che voglio essere esattamente qui per godermi ogni attimo in quanto unico ed irripetibile.

E’ proprio quando il cielo si colora di tonalità più scure, segnando così la fine di questo giorno, che entra dapprima l’orchestra e poi i Marlene.

La dolcezza lotta con l’ira ed il risentimento; la delicatezza si scontra con l’irruenza e non si sa cosa sarà a prevalere, e questa serata sarà proprio così, una alternanza di tutto questo.

La musica dei Marlene Kuntz è la giusta cura per cuori malati, per menti tormentate, ti scaglia giù per poi farti risalire, attraversando le mille sfumature dell’amore e del dolore.

Notte è un’amara carezza al cuore, “Eri tu così per me, ero io così per te, ma l’incantesimo si è spento poco a poco…” mentre a far da sfondo c’è una coltre sonora di violini che assumono le sembianze di leggeri bisturi che recidono l’anima fino alla sua essenza.

Capisco fin da subito che sarà un concerto indimenticabile, destinato a rimanere indelebile, come un ricordo che fa bene e male allo stesso tempo.

Mi guardo intorno e mi rendo conto che l’estasi pervade il pubblico e ne trovo conferma in Amen, che suona come una preghiera alla disillusione.

Si prosegue nella quiete con Schiele, Lei, Me, ma questo stato di raccoglimento sensoriale è ben presto interrotto dalla potenza di Cara è la fine, una canzone di per sé straziante, che in questa versione con orchestra diventa estrema e disperata.

E noi, compresi e amabili o offesi e succubi … noi cerchiamo la bellezza ovunque” (cfr. Bellezza), e qui di bellezza ce n’è tanta.

I Marlene la cercano da anni e l’hanno sempre trovata, grazie alle loro canzoni e al loro pubblico sempre attento e fedele, emozionato ogni volta.

La canzone che scrivo per te è un coro collettivo accompagnato da unico movimento di teste ondeggianti, occhi semichiusi e mani al petto.

L’Anfiteatro esplode con Ape Regina, Cristiano Godano raggiunge il suo massimo stato di grazia e ogni verso è uno schiaffo violento, la sua voce c’è, è ben presente, graffia e giunge ancora più forte grazie ad una struttura del suono ricca e complessa, composta da chitarre e basso abrasivi e disturbanti e dalla melodia crudele e greve dei violini.

Dalla platea e dalla tribuna si gode del piacere estetico, si prova gioia e soddisfazione nel vivere l’incanto.

Una romantica sensualità giunge con Musa e con Osja, amore mio sento di avere un groppo in gola “Osja, amore mio forse tornerai e io non ci sarò più…”, immersa tra vecchi e nuovi ricordi, tra passato, presente e futuro.

I Marlene Kuntz sono vivi più che mai, il tempo non è passato né per loro, né per il pubblico, siamo tutti a vivere e condividere questa esperienza trascendentale, spirituale che attraversa il tempo e lo spazio ma che purtroppo è destinata a terminare.

La fine è segnata da “il pezzo”: adesso “Fragori nella mente, rumori, dolori, lampi e saette” si abbattano violentemente su Firenze: una scossa pervade i presenti, che non resistono costretti nelle loro composte sedute e si precipitano d’urgenza sotto il palco in una danza espiatoria, nell’urlo finale e liberatorio di Sonica.

Finisce così, come è giusto che sia.

Finisce così, con il dolce della melodia e l’amaro dell’agonia.

Finisce così, con la consapevolezza di avere dato e ricevuto tanto, ma con la fame di volerne ancora e ancora. A presto.

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