Interview – Malisangu
Fuori dal 10 giugno “Sospesi”, il nuovo album dei Malisangu. Il disco sarà disponibile esclusivamente in vinile, come segnale di rottura nei confronti dello streaming “usa e getta”. Composto da otto brani e suddiviso in due lati “Vertigine” ed “Equilibrio”, si tratta di un disco che invita l’ascoltatore a riflettere mentre si lascia andare ad una musica di qualità.
“Sospesi” non si inquadra in un solo genere perché riesce a spaziare da brani più pop rock come “Senza Titolo” a ballad più classiche come “Cadremo sorridendo”. La band attraversa con naturalezza diversi mondi sonori, intrecciando elementi pop, rock, alternative a suggestioni cantautoriali e incursioni nella musica classica ed elettronica. Il risultato è un equilibrio originale di stili e atmosfere, che dà vita a un sound personale e riconoscibile, capace di emozionare e sorprendere.
E non c’era migliore occasione di un’intervista, per capirne qualcosa in più.
“Sospesi” è un titolo che evoca immobilità e attesa, ma anche tensione e possibilità. A livello concettuale, da dove nasce questa sospensione e cosa cercavate di raccontare?
“Sospesi” è un momento di stasi, in cui si guarda al passato e si riflette sul proprio futuro. È un tempo di analisi, attesa, giudizio. “Sospesi” rappresenta le due facce della medaglia: da un lato c’è uno sguardo rivolto all’esterno, dall’altro uno rivolto verso se stessi.
La suddivisione in “Vertigine” ed “Equilibrio” ricorda quasi una narrativa in due atti. Come si è evoluta questa dualità nel processo creativo?
Si è evoluta nel modo più naturale possibile, perché quando affronti certi temi cerchi di raccontarli a 360°, ampliando inevitabilmente il punto di vista.
Questi testi sono stati scritti in periodi diversi e non erano nati per creare un concept album, ma a un certo punto, tirando una linea, ci siamo accorti che condividevano un’anima comune. Così li abbiamo messi insieme, suddividendoli nei due lati — Vertigine ed Equilibrio — che descrivono al meglio gli stati d’animo di quelle scritture.
Le musiche, invece, sono frutto di percorsi creativi differenti che hanno trovato il loro equilibrio in studio, durante la registrazione.
In un’epoca dove il tempo sembra sempre più frammentato, il vostro disco invita a un ascolto lento, pieno. Cosa rappresenta per voi “qualità del tempo” nella musica?
Crediamo che la qualità del tempo sia fondamentale, non solo nella musica ma nella vita in generale.
Prendersi il tempo per fare le cose al meglio, riflettere, portarle fuori in modo coerente e completo. Oggi siamo figli della rapidità, della velocità, e spesso il pensiero e il giudizio diventano istintivi e poco ragionati, con tutti i rischi che questo comporta.
Analizzare le cose ci permette di esprimerle nel modo migliore, ma nel mondo del “tutto e subito” sembra quasi un concetto alieno.
L’uso del violino elettrico è una scelta non convenzionale in contesti pop/rock: quanto vi ha permesso di spingere i confini del vostro sound?
In realtà non decidiamo a priori dove posizionare la lente. Cerchiamo di sfruttare al massimo il flusso creativo quando arriva, e di cavalcarlo. Per noi scrivere, oltre a essere un mezzo espressivo, è anche un gioco. Ogni brano è un mondo a sé, e cerchiamo sempre di cucirgli addosso un vestito sartoriale, che sia coerente con la sua anima, cioè con il testo.
Avere uno strumento come il violino all’interno della band ci permette di spingerci davvero oltre, perché ci offre sonorità molto variegate. Ognuno di noi occupa uno spazio ben preciso, e disporre di una tavolozza di colori più ampia ci consente di disegnare e colorare la nostra musica in tanti modi diversi. Oggi non riusciremmo a fare a meno di nessuno dei nostri strumenti nella fase creativa: sono il nostro marchio di fabbrica.
Brani come “Miraggio” e “Sottosopra” scavano nell’introspezione, altri invece sembrano aprirsi a uno sguardo più universale. Come decidete dove dirigere la lente?
In realtà non decidiamo a priori dove posizionare la lente. Cerchiamo di sfruttare al massimo il flusso creativo quando arriva, e di cavalcarlo.
Per noi scrivere, oltre a essere un mezzo espressivo, è anche un gioco.
Ogni brano è un mondo a sé, e cerchiamo sempre di cucirgli addosso un vestito sartoriale, che sia coerente con la sua anima, cioè con il testo.
Quali compromessi (o vantaggi) comporta la produzione esclusiva su vinile dal punto di vista della composizione e della distribuzione?
Pensiamo ancora che fare arte non debba avere compromessi: limiterebbero la libertà di espressione.
Per questo ci preoccupiamo solo di far suonare i brani nel modo più coerente possibile e di esprimerli al massimo delle nostre capacità e possibilità.
Per noi è fondamentale che un brano suoni come l’abbiamo immaginato.
Produrre un vinile e restare più a lungo possibile lontani dallo streaming, oggi, è una questione di pura sopravvivenza.
Negli ultimi anni si è dato per scontato che la musica dovesse essere fruibile gratuitamente, ma le produzioni hanno dei costi e noi siamo artisti indipendenti. Il vinile è un modo per dare un valore concreto alla nostra musica: se vuoi ascoltarla, è giusto acquistarla.
Lo streaming fa bene solo alle multinazionali, non ai musicisti — e alla lunga questo lo pagano tutti. Se i musicisti non si danno una svegliata su questo punto, andrà sempre peggio.
Quando componete, pensate già alla resa dal vivo o la musica nasce in uno spazio completamente intimo e poi si adatta al palco?
Quando scriviamo, ci viene naturale farlo già pensando al live.
Veniamo dalla vecchia scuola del rock and roll, dove la musica si suona. Non nasce a tavolino, ma è un processo che si adatta strada facendo nel percorso creativo, con l’obiettivo di essere suonato dal vivo.
E sull’album la portiamo proprio come dev’essere suonata dal vivo.
Guardando avanti: immaginate un futuro in cui la musica torni davvero ad essere un’esperienza rituale, come il vinile propone. Che ruolo vorreste che i Malisangu avessero in quel panorama?
L’unico ruolo che un musicista desidera davvero è suonare dal vivo, nel maggior numero di location possibili. Poi fermarsi, creare nuova musica e ricominciare a suonare dal vivo, ancora in più posti possibili. È un ciclo continuo, e per noi è l’essenza di questo mestiere.

