Interview: Saluti Da Saturno

Avevo già avuto l’occasione di intervistare Mirco Mariani a Milano a Settembre in occasione dell’uscita di “Dancing Polonia”. Bene, a distanza di soli 8 mesi sono andato a trovarlo a Bologna per visitare il suo Labotron, un vero e proprio centro di ricerca, sperimentazione e produzione musicale con strumenti rarissimi e “dimenticati”. Durante la visita abbiamo parlato del nuovissimo lavoro “Shaloma Locomotiva Orchestra”, una vera e propria biografia in musica dei Saluti da Saturno. Dieci canzoni (9 cover e un inedito strumentale) che riassumono il percorso intrapreso da Mirco Mariani con la sua “flexible orchestra da piano-bar futuristico”.

Partiamo subito dal titolo del disco. Mirco, ogni volta che crei qualcosa di nuovo so benissimo che i titoli dell’album non sono mai scelti a caso ma nascondono al loro interno una storia interessante e variopinta. Da dove nasce il nome “Shaloma locomotiva”?

“Shaloma Locomotiva” nasce durante una serie di concerti che ho fatto nel giro di 2 settimane lo scorso Ottobre. La prima tappa era al teatro di Arezzo all’interno di un festival per il quale sono stato chiamato con l’obiettivo di presentare al pubblico le musiche che hanno segnato la mia vita. E quindi metto in piedi questo concertino in duo con Jimmy Villotti, lo storico chitarrista di Paolo Conte e di moltissimi altri musicisti e cantautori italiani. Quella sera ad Arezzo è stata una delle giornate più memorabili della mia vita, un concerto bellissimo. Da lì a pochi giorni sono poi partito per la “gita/concerto” in Polonia. Durante questo tour passiamo anche per la Croazia e qui una ragazza mi regala un disco e mi dice “questo disco sarà per te una fonte di buon augurio, di qualcosa di buono”. Mi dice il titolo del disco che conteneva appunto la parola “Shalom”. Ad essa ho legato subito la parola locomotiva, in quanto mi trasmetteva il senso di un augurio di buon viaggio. Ho scoperto poi che “shalom” in ebraico significa “arrivederci”. E’ nato quindi questo binomio “Shaloma locomotiva” che mi ha trasmesso subito una fortissima energia positiva che ho dovuto canalizzare in un nuovo disco. Mi sono messo subito al lavoro all’interno del Labotron, il mio nuovo laboratorio di produzione pieno di strumenti a cui tengo particolarmente e, insieme a Marcello Monduzzi, ho registrato i 10 pezzi in soli 3 giorni. Ho realizzato la compilation della mia vita.

Chi sono gli ospiti che hanno preso parte a questo disco?

Il disco l’ho registrato soprattutto io con l’aiuto appunto di Marcello Monduzzi. Per 3 brani ho chiamato qualche musicista per registrare qualche suono diverso. Per esempio per “Sassi” di Gino Paoli ho chiamato alla batteria Enzo Cimino, agli archi Nicola Manzan dei Bologna Violenta, Domenico Caliri alla chitarra elettrica e classica. Per la cover di Lucio Battisti ho chiamato Roberto Greggi per le voci, Marco Bovi alla chitarra, al basso e al banjo e Luca Ferraro Fano al memorymoog.

A maggio è partito il nuovo tour. cosa ci dobbiamo aspettare da questi nuovi concerti?

Innanzitutto i primi due concerti di Modena il 19 Maggio e di Lugo di Ravenna il 20 Maggio rappresentano una delle tappe fondamentali della mia carriera artistica. Io ho sempre avuto una mia fissa che superava tutte le altre fisse che mi hanno accompagnato in tutto questo tempo. Per esempio ho attraversato Il mio periodo Tom Waits, quello di Charlie Haden, ecc. Ho sempre oscillato tra il jazz e la musica canzone italiana. Un musicista che in particolare mi ha sempre affascinato per la sua impronta musicale è Mitchell Froom. Ho sempre avuto Mitchell Froom come massima aspirazione a livello musicale. E questa volta per queste prime due date l’ho avuto con me sul palco a suonare i mellotron e questa per me è un’emozione incredibile. Ma soprattutto è interessante raccontarvi come è nata la collaborazione. Mi chiama lo staff dell’Angelica Festival in quanto c’era la possibilità di organizzare una cosa fatta bene. Mi propongono di portare i pezzi dei Saluti da Saturno sul palco con un’orchestra composta da strumenti molto particolari. Io avevo tempo 2 giorni per giocarmi la carta. Subito quindi ho pensato a Mitchell Froom. Avevo pochissimo tempo perché il festival doveva andare in stampa e in pochi giorni dovevo dare i nominativi di tutti i musicisti che avrebbero partecipato. Diciamo che gli altri membri dell’orchestra li conoscevo già: Paolo Fresu, Jimmy Villotti, Bruno Perrault, Gianfranco Grisi, Massimo Simonini ed Enzo Cimino. Mancava la ciliegina sulla torta. Non sapevamo come arrivare a Mitchell che, tra l’altro, abita a Los Angeles. Do l’incarico al mio road manager Nico di trovare il contatto in due giorni. Lui tramite la moglie di Froom, Suzanne Vega, trova una mail che potrebbe essere quella giusta. Scriviamo quindi una mail a questo indirizzo descrivendo per bene il progetto. Dico la verità, nel giro di qualche ora è arrivata la risposta affermativa di Froom, una risposta del tipo: “vengo molto volentieri a fare questa cosa perché io conosco già Mirco Mariani”. E lì ho vacillato parecchio ed ancora oggi non ne conosco il motivo, probabilmente mi conosceva attraverso la mia passione per il mellotron. Ha accettato con una sola richiesta: fatemi viaggiare bene. Per renderti l’idea, una delle ultime produzioni che ha fatto Froom è l’ultimo disco di un certo Bob Dylan.
Quello che mi è capitato mi fa molto pensare. Immagina di essere in Italia. Se devi contattare un musicista che non conosci devi impiegare un sacco di tempo parlando con una serie di persone prima di arrivare a lui, magari solo perché ha fatto un disco di cui 5 giornalisti hanno parlato bene.!

Come gestirai questa doppia creatura Saluti da Saturno e Shaloma Locomotiva Orchestra?

il mio desiderio è che con il tempo la gente non parlerà più dei Saluti da Saturno ma ci identificherà con il nuovo nome “Shaloma Locomotiva Orchestra”. Con i Saluti da Saturno, la mia orchestra flessibile, ho ormai creato un suono al quale la nostra piccola ma solida base di ascoltatori è molto legata. E’ quindi difficile slegarsi da quel concetto mantenendo lo stesso nome. Spero proprio che il titolo di questo disco possa diventare davvero un nome di un gruppo.
Ho capito nella mia carriera che il nome di una band è più importante per gli addetti ai lavori (giornalisti, manager e ufficio stampa) che per il pubblico. Senza un’identità precisa si rischia di rimanere un po’ tagliati fuori. Ti dico di più. Quando è nata questa mia idea tutti mi consigliavano di aspettare prima di lanciare il nuovo progetto in quanto il pubblico e la stampa erano ancora troppo legati al nome Saluti da Saturno. Io ero davvero impaziente e desideroso di lanciare tutto questo il più presto possibile ma davvero ho dovuto seguire i consigli delle persone con cui lavoro perché altrimenti sarei stato probabilmente lasciato indietro.
Io faccio fatica a seguire queste “regole” del mercato musicale italiano in quanto mi piace diversificare il mio lavoro, mai ripetermi. Se continuo a ripetermi dopo poco svanisce lo stimolo e la creatività. Ho smesso di suonare con altri musicisti dopo molti anni perché ormai per me lo schema era diventato ripetitivo.Ho costruito la mia piccola cosa per renderla libera tuttavia anche adesso con i Saluti da Saturno non sono al 100% libero. Ora ci riprovo con “Shaloma Locomotiva Orchestra”. Io nella mia carriera ho già fatto quello che dovevo fare: ho suonato per tanti anni la batteria con Enrico Rava e con Vinicio Capossela. Per me quindi ora l’obiettivo primario è cercare quello che la musica veramente di più vero ha. In questo tour sto cercando di mettere insieme interpreti straordinari provenienti da mondi diversi e vedere cosa può succedere, sperimentando la contaminazione di generi e strumenti diversi.

Una domanda sulle cover incluse su questo disco: come è nata la scelta? Si tratta di canzoni molto personali, che senti particolarmente tue?

Si si assolutamente. E sono anche varie fra di loro. Si va dal liscio, alla canzone storia italiana, ai brani latino-americani reinterpretati e la bossa nova.
La mia più grande passione è il jazz a tal punto che credo sia una musica di altri mondi. Non ho osato inserire pezzi jazz in quanto credo che in italia sia impossibile oggi creare una formazione jazz. Esistono i grandi singoli ma è molto molto difficile creare un gruppo di elementi che possano coesistere bene insieme.

Hai già un’idea di come potrebbe evolvere questo tuo nuovo progetto nel futuro?

Certo che ho già un’idea. Il mio desiderio per il futuro è quello di portare avanti il progetto della Shaloma Locomotiva Orchestra, con l’obiettivo di coinvolgere aspetti e protagonisti diversi del mondo della musica. Nella Shaloma Locomotiva Orchestra non ci sono generi proibiti. Potrebbe essere anche heavy metal o noise con un membro dei Sepultura o dei Primus. Creare delle cose che possono sembrare lontanissime, diametralmente opposte offrendo al pubblico situazioni uniche ed irripetibili. Come diceva Duke Ellington: non c’è genere musicale bello o brutto ma solo musica bella o musica brutta. Non pongo limiti all’evoluzione di questo progetto.
Parallelo a questo il mio secondo obiettivo è dare nuova vita alla musica romagnola del liscio. Quindi togliere l’idea del karaoke da balera. La musica del liscio è bellissima solo che l’hanno incanalata in un tunnel ben preciso dal quale è difficile uscire. Io sono romagnolo, siamo un popolo un po’ “maraglio”, per dirla alla bolognese. Siamo un po’ contadini, ruspanti, leggerotti. Abbiamo fatto diventare questa splendida musica romagnola un po’ ridicola.
Il mio obbiettivo è portarla ad una visione differente, che possiamo chiamare “Saluti da Saturno dancing balera”. Noi andiamo a suonare nelle balere e l’orchestra Casadei a teatro. Voglio cercare di togliere tutte queste barriere mentali che ci portano ad associare un genere musicale ad una precisa location in cui suonare.

Cosa si può fare nel concreto per cambiare, anche a livello legislativo, questa situazione? Come si può portare la musica in luoghi diversi, non convenzionali?

Potremmo fare tanto. Ci sarebbero tantissimi posti originali in cui suonare realizzando concerti stupendi. Tuttavia potremmo fare poco quando realizzi che anche per un semplice concerto improvvisato in un luogo che non ti aspetti nascono problematiche a livello legislativo, di permessi, di sicurezza, ecc. Secondo me dovremmo imparare dall’Est Europa ad essere un po’ più liberi. A mio parere in Italia ci stiamo un po’ incartando nei generi, nelle mode e nella burocrazia. Ci sentiamo dei fenomeni, ci basta poco per considerarci superiori quando in realtà un po’ di umiltà ci farebbe molto bene. Siamo bloccati da preconcetti inutili: un musicista famoso non può suonare con un musicista poco conosciuto. Credo che per il bene di tutti dovremmo superare questi concetti inutili e fare più musica.

Nei tuoi concerti sei sempre molto bravo nel bilanciare i momenti in cui si suona seriamente musica e i momenti di intrattenimento e di interazione con il pubblico. E’ una qualità rara. Come è nato questo tuo tipo di insegnamento?

Io nonostante quello che si possa pensare, non mi porto dietro né gli insegnamenti di Enrico Rava né di Vinicio Capossela per quanto riguarda questo aspetto. Entrambi hanno il loro personale modo di rivolgersi al pubblico che io rispetto molto.
Tuttavia io personalmente seguo l’insegnamento dell’orchestra romagnola di qualche anno fa. Quando tu andavi sul palco a suonare guardavi quanta gente c’era e trovavi l’ispirazione, senza avere scalette predeterminate. Si partiva con un determinato brano perché si intuiva che la situazione in quel momento era quella. E soprattutto finchè rimanevano 3 persone nella sala si suonava, poche pugnette!
Inoltre io sono una persona molto emotiva, che viene contaminata molto dall’ambiente e dalle persone. Non suono mai nello stesso modo da una sera ad un’altra. Ovviamente diventa una cosa complicata per i musicisti con cui suoni perché devono seguire la mia ispirazione. Non è da tutti. Però questo atteggiamento mi dà molte più soddisfazioni, rispetto ad uno schema più rigido e professionale che si può trovare con artisti del calibro di Enrico e Vinicio.
A proposito del mio amico Vinicio, nell’ultimo disco c’è un pezzo che si chiama “La paloma azul” che è proprio dedicato a lui perché mi ricorda un po’ tutta la nostra amicizia. In particolare una versione Live in Mexico mi ricorda i tour insieme e le notti passate all’aperto ad esplorare il cielo e le stelle. Siccome è un brano strumentale ho scritto io il testo pensando a questo mio legame storico con lui.
Con il grande Enrico Rava invece nei nostri tour era necessario assicurare sempre un livello altissimo di qualità, di conseguenza non c’era possibilità di improvvisare troppo o uscire fuori dagli schemi.
Tu sei Enrico Rava, non Mirco Mariani. Mirco Mariani domani può andarsi a fare un concerto e suonare quello che vuole e sbattersene di tutti perché è Mirco Mariani. Enrico Rava come fa a sbattersene, visto che è Enrico Rava?

Mirco, ci lasci con un’ultima perla?

Ok. Vi racconto questa. Quando ero molto giovane ed inesperto, il mio obiettivo era suonare diverso dagli altri, per impressionare e farmi notare dai più grandi musicisti che incontravo puntualmente al “Chet Baker” di Bologna.
Una volta ho avuto la fortuna di viaggiare in tour con il grande batterista Bill Higgins. Mi raccontava delle storie affascinanti. Lo vedevo suonare delle robe difficilissime e lui rideva come un cretino come se stesse facendo la roba più semplice del mondo. Una volta mi mette alla prova e dice: fammi sentire, dai suona. La mia grande condanna ai tempi era sentirmi dire: Mirco sei bravo, ma come te ce ne sono cento altri. Lui mi ha capito subito. Mi dice: “Vuoi suonare diverso e moderno? Guardati alle spalle, non guardare avanti. Subito non capii nulla ma poi sono tornato ad analizzare quanto mi aveva detto. Ho ascoltato la sua lezione e sono andato a riscoprire tutti i più grandi batteristi del passato prendendo appunti. Sono andato a riscoprire gli albori del free jazz che alle mie orecchie suonavano davvero modernissimi. Avevo capito che tanti anni prima la musica jazz era nata libera, senza schemi rigidi e quindi potenzialmente più innovativa. Poi per forza di cose con l’avanzamento degli anni ci si è spostati verso regole più definite che ne hanno minato la libertà di espressione. Si tratta di un grande insegnamento che mi ha dato una fortissima ispirazione che sento ancora oggi.

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