Mimosa: la vita che accade tra i tasti di un pianoforte
Mimosa Campironi affida al gesto e all’imprevisto, al tempo del qui ed ora e alla visione di se nell’intorno di quell’istante la scrittura di “Real Life”, pubblicato da La Tempesta Dischi. Quattordici composizioni nate nella casa di un mago, tra presenze, rumori domestici e improvvisazioni (assolute protagoniste direi), perché la musica, la sua natura, la sua “parola” diventi più fragile e definitivamente irripetibile. Il pianoforte si tinge di urgenze emotive e di una delicatezza che non so raccontare. Questo disco va ascoltato a luce spenta…
Viene inevitabilmente in mente T. D. Lemon Novecento, che suona guardando i passeggeri «accadergli» attorno. Chissà che questo disco non nasca un poco anche da lì…
Citi uno dei miei film preferiti! Con la musica di un grande compositore! Mi piace molto questo accostamento, soprattutto quel verbo: «accadergli». In effetti c’è qualcosa che riconosco nel mio modo di suonare: guardo una persona, ascolto una conversazione, sento qualcosa che succede nella stanza e poi me lo ritrovo nelle mani. Il pianoforte diventa un modo per entrare in relazione con quello che ho intorno. In “Real Life” ci sono persone, oggetti, incontri, episodi anche piccolissimi. Lo raccontano già i titoli: una gatta, un portapillole, qualcuno che arriva da lontano. Mi interessa proprio quel passaggio misterioso in cui qualcosa che hai vissuto diventa musica. E dentro ci finisce anche il mio essere attrice, questa attenzione ai gesti, alle persone, a quello che sta per succedere.
Registrato a casa di Toffolo… un tempo la casa di un mago. Che storia è stata? Anche la casa, immagino, abbia «scritto» il disco…
Sì, la casa ha partecipato tantissimo. È la casa di Davide Toffolo, a Pordenone, e prima era appartenuta a un mago. Abbiamo registrato nel seminterrato, insieme a Enrico Berto, per quattro giorni durante le vacanze di Natale. Intorno, però, la vita continuava: c’erano gli amici, le voci, il fuoco, la gatta Celestina. Io ero al pianoforte e tutto questo poteva diventare uno spunto musicale. Anche il tempo della casa, il modo in cui le persone la vivevano, è entrato nel lavoro. Mi piace che un disco così fisico e quotidiano sia nato proprio nella casa di un mago: c’è qualcosa che li accomuna, quella specie di magia che succede quando premi un tasto e, all’improvviso, cambia l’atmosfera di una stanza.
Un simile flusso, durato ore… Come si giunge alla fine? Come si dice: «Ok, possiamo mettere un punto»?
È una delle parti più delicate, perché potresti andare avanti per sempre. Mentre suono cerco di capire quando una frase ha fatto il suo percorso, quando il silenzio che arriva dopo ha già un senso. Poi c’è un’altra fine da trovare, quella del disco. Avevamo ore di musica e, riascoltandole, dovevamo capire quale percorso costruire. Scegliere vuol dire anche rinunciare a qualcosa a cui sei affezionata, perché magari, nell’insieme, funziona meglio un altro momento. È un lavoro di composizione anche questo: trovare le proporzioni, le attese, il respiro tra un brano e l’altro. Il punto arriva quando riesci ad ascoltare il disco dall’inizio alla fine e senti che quel viaggio, in qualche modo, ha trovato la sua forma.
La Sardegna poi a cesellare l’ascolto. Avete trovato il tempo di fermare il tempo e ascoltare il disco attraversando quei paesaggi. Che ragione ha questa scelta? Oppure è stato casuale?
Mesi dopo le registrazioni siamo andati in Sardegna, io, Davide, Enrico Berto e Brixie, portandoci dietro tutto il materiale. Lo ascoltavamo in macchina, attraversando l’isola, davanti al mare e proprio da quegli ascolti è nata la scelta dei quattordici brani. Più che fermare il tempo, mi piace pensare che abbiamo dato alla musica un tempo diverso. In macchina il paesaggio cambia continuamente e tu continui ad ascoltare: una frase incontra una strada, una luce, una curva. Per me è stato importante sentire quella musica lontano dal pianoforte e dalla stanza in cui era nata, immergerla nel paesaggio, nella natura. Poi invece per l’ordine dei brani ci siamo affidati ai tarocchi.
Un disco simile, a ogni ascolto, quanto e come lo riscriveresti?
Se oggi mi sedessi al pianoforte, probabilmente cambierebbero moltissime cose: la durata di una frase, il peso di una nota, il momento in cui fermarmi. Cambierebbero perché nel frattempo sono cambiata io e perché avrei intorno altre persone, un altro spazio. Il disco, però, lo lascerei nella forma che ha trovato: conserva quei giorni e anche le loro imperfezioni, che per me hanno un valore musicale. Dal vivo questa possibilità di riscrittura resta aperta. Ci sono una struttura, una memoria, delle direzioni, e poi c’è quello che succede tra me e chi ascolta. Anche quando lo riascolto, comunque, qualcosa si sposta: una nota che ieri sembrava di passaggio oggi può diventare il centro di tutto. Mi piace lasciare questo spazio anche a chi ascolta il disco. Anche dal vivo, infatti, c’è gran parte della composizione che avviene live, con il segno dell’energia delle persone presenti. Mi piace parlare di composizione dal vivo, condivisa nella presenza collettiva. Se volete ascoltarlo a Roma sarò il 31 ottobre a Officina Pasolini.



