Interview: Bobo Rondelli
Abbiamo conversato con Bobo Rondelli in merito al suo recente lavoro “A Famous Local Singer” e soprattutto della sua grande esperienza musicale, poco prima che si esibisse allo Young Jazz Festival di Foligno. Il musicista labronico ha conosciuto il successo negli anni Novanta con gli Ottavo Padiglione, lanciato dal singolo “Ho picchiato la testa” in cui Bobo esprimeva al meglio sia il suo lato profondo che quello ironico e dissacrante: a Livorno, infatti, l’ottavo padiglione identifica il reparto di psichiatria dell’ospedale cittadino. Da allora numerosi album e una vita sopra le righe che hanno trovato sintesi nel film-documentario che il regista Paolo Virzì ha realizzato nel 2009 dal titolo “L’uomo che aveva picchiato la testa”. Rondelli è conosciuto anche per le sue sessions nella trasmissione tv di Rai3 “Gazebo”.
L’umore ce l’ho jazz. Al di là delle canzoni sul palco improvviso anche gag e storie. Non ho studiato musica jazz, ma io intendo questo spirito in maniera diversa. Per me il più grande jazzista è stato Totò. Alla band io do il via, poi se io improvviso è su giri blues. Se uno ascolta me e poi va a sentire Paolo Conte magari non mi ascolta più poi però sono felice di aver fatto da tramite.
Delle canzoni di “A Famous Local singer”, “Settimo round” e “Cuba lacrime” in particolare sembrano molto adatte a questo evento, ma quale significato ha per te il settimo round?
Ho fatto un calcolo basato sui dodici round della boxe. Io da quarantacinquenne, quanto l’ho scritta, ero alla settima, ora inizio ad andare all’ottava. Ogni po’ di anni li considero una ripresa. All’interno di questa canzone c’è anche un frammento del film “I mostri” di Dino Risi – “La nobile arte” è l’episodio in questione – sul finale del pezzo ricordo il dialogo fra Gassman e Tognazzi: “Quello mena! Ha il pugno di vetro infrangibile! Mena, mena…”.
Parlando del nuovo album e dell’ispirazione che ha portato alla scrittura dei testi, credi ci sia stata una evoluzione netta rispetto ai tempi degli Ottavo Padiglione?
In genere le mie sono canzoni che parlano d’amore. Se c’è un vissuto è più facile. “Che grande fregatura è l’amor” lo ritengo ancora attuale per quanto mi riguarda. All’epoca dell’Ottavo Padiglione ero più duro nella scrittura, toccavo anche temi sociali tosti come in “Compagno Laganà” in cui racconto la storia di un carabiniere o in “Preghiera” in cui parlo di un bambino che chiede soldi in città per la strada. Sto facendo anche qualcosa dell’Ottavo, vedo che i ragazzi vengono ai miei concerti perché è un linguaggio più giovanile, ora da cinquantenne e padre è più difficile usarlo. Prima ero più punk-rock quando cantavo “Overdose Adventure” in particolare.
Cosa farebbe oggi Rondelli se fosse ragazzo?
Se oggi avessi vent’anni farei il calzolaio, una cosa che non vuol più fare nessuno. Chi fa questo mio lavoro ha una malattia mentale. Perché raccontarsi e farsi vedere? C’è un ego spropositato. Magari poi è per carenze affettive che lo fai. Perché sono vivo, esisto anche io. Con gli anni, prendi quello che hai preso cercando di ridarlo indietro donando più amore possibile. Non dico guaritore, i poeti sono guaritori. Io non sono un poeta però ci provo.



