Interview: Krizia

Entusiasmarsi per il primo EP di un progetto e vedere già un grande futuro per esso nella propria immaginazione è una sensazione che non smette mai di elettrizzarmi, ma ultimamente l’ho vissuta troppo poco. Per fortuna, mi è venuto in soccorso The Deads, di Krizia, uscito lo scorso 26 giugno per Giungla Dischi e MGM. Sono cinque brani molto coinvolgenti ed evocativi, anche grazie all’intenso minimalismo nei testi e nei suoni, con il perfetto lavoro in sede di produzione di Fabio Grande, leader dei mai dimenticati, almeno da queste parti, I Quartieri. Sono stato molto felice di entrare in contatto con Krizia via Zoom e di chiacchierare con lei per scoprire il suo stimolante approccio al fare musica, tra idee chiare e il giusto spazio lasciato all’inconscio artistico.

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Trovo che queste cinque canzoni abbiano un valore molto alto, quindi mi chiedo e ti chiedo, cosa prova una persona, un’artista, alla prima pubblicazione ad avere questa cosa così importante tra le mani? Tu la stai vivendo con l’idea di averla fatta perché la volevi fare, senza pensare a che riscontro avrà, o invece, se non dovesse ottenere la considerazione che per te merita, ci rimarresti male?

Beh, innanzitutto grazie per le cose che hai detto, in realtà sono molto felice di come sta andato questo progetto, innanzitutto per come si è svolta la creazione di questi brani. Non mi aspetto molto, nel senso che non pretendo mai nulla dalla mia musica e dalle cose che scrivo, semplicemente perché è inevitabile che io le scriva. È una cosa molto legata alla mia vita, e quindi non potrei pensare di smettere in questo senso, e, di conseguenza, non penso che mi demotiverei se le cose non dovessero andare bene in termini di riscontri ottenuti. Se parliamo di essere felice per questo progetto, devo dire che è così soprattutto perché non mi aspettavo, appunto, molto da questo tipo di scrittura, infatti il titolo stesso dell’EP, oltre che rifarsi a Joyce, si rifà proprio al culto dei morti, all’idea della consegna amorevole, per cui, di riflesso, io ho consegnato i brani a un destino che è loro e che anche io sto a guardare in primis.

Leggendo la tua presentazione, si dice che queste canzoni definiscono con maggior chiarezza il tuo universo artistico, quindi anche qui ti chiedo, prima di queste canzoni che appunto sono le prime che possiamo ascoltare, se non sbaglio, a tuo nome, che cosa c’era? C’erano altre canzoni? Magari qualcuna di queste canzoni verrà rielaborata, rilavorata e ripubblicata, oppure è solo un momento preparatorio per quello che è arrivato adesso, per quello che verrà dopo?

Io scrivo musica da quando avevo 9 anni e praticamente il mio primo brano è stato un plagio di Zombie dei Cranberries, avevo appena imparato a suonare la chitarra e, sai, le prime cose che uno fa è la canzone del sole, tutti gli accordi in maggiore, poi ho scoperto il Mi minore e mi sono resa conto che mi piaceva molto e ho detto “guarda ora sai che faccio? La copio pari pari e ci metto la mia musica, ci metto le mie melodie”, quindi io mi sono dedicata sempre a un tipo di scrittura personale, però in realtà, prima di questo, c’era un progetto legato anche a mia sorella, un duo di cover, che però andava su altri orizzonti, io volevo dedicarmi a una scrittura più intima e matura e in realtà sì, nell’album che sto scrivendo, che sarà quello prossimo a The Deads, ci saranno dei brani ancora precedenti a questo tipo di scrittura. Nell’EP si è fatta una scrematura di quelli che mi sembrano i brani migliori, quindi in un certo senso nell’album verrà riportato qualcosa del passato al futuro e questo mi entusiasma molto, devo dire.

Settimana scorsa ho intervistato il cantante dei Klimt 1918, e a un certo punto mi ha detto: “Io non scrivo musica e testo tutti insieme perché altrimenti sarei un cantautore”. Ora, tu sei una cantautrice, quindi musica e testo nascono insieme oppure nascono in momenti diversi?

Sì, nascono insieme nel senso che è sempre qualcosa di molto fisico e corporeo, è da lì che credo che nascano questi brani, di solito sono solo delle immagini, e a queste immagini è come se si associasse una sorta di idea musicale, di quello che voglio dire, e quindi assumono una struttura ossea, cercano di divincolarsi in qualche modo, soprattutto attraverso il corpo, e poi la voce non è altro che il medium, credo, per fare questo. Nella mia scrittura devo dire che c’è sempre questa sorta di elemento inconscio, praticamente canticchio delle parole e abbozzo una melodia su quelli che mi sembrano gli accordi giusti, e poi quelle parole lì diventano quella che è la struttura portante della canzone, praticamente il testo che verrà scritto dopo gira attorno a quelle che sembrano quasi delle keywords. Quindi in questo senso mi piace molto, è come se fosse sempre una struttura inconscia, perché deriva da quelle parole pronunciate senza pensare.

Una cosa secondo me molto importante per la buona riuscita di queste canzoni, oltre alla scrittura in sé, è legata alla produzione, soprattutto apprezzo molto determinati cambi improvvisi sia di tonalità che di intensità.

Sono molto contenta che si siano notati, perché io sono un grande fan del grunge, soprattutto dei Nirvana, ma poi anche dei Radiohead, quindi piaceva l’idea di creare sempre una tensione tra i brani, senza che risultasse scontata, ridondante in qualche modo, quindi se questo è stato percepito sono molto felice. E poi in realtà anche in studio è stato semplice, perché lavorando con Fabio abbiamo fatto il meno possibile su quelle che erano le scritture di partenza, su quello che era lo scenario iniziale, quindi è rimasta questo tipo di struttura.

Il disco è suonato da te, da Fabio, e anche da un batterista. La registrazione è avvenuta vecchio stile, tutti in una stanza, oppure avete lavorato più separatamente come si fa adesso nei tempi moderni? Perché il suono mi sembra anche molto caldo, quindi mi viene da pensare che siete stati tutti nella stessa stanza a suonare insieme.

Assolutamente, sì, siamo stati molto tradizionalisti in questo. Poi Stefano, il ragazzo che suona le batterie, si conosceva già con Fabio perché era parte del suo progetto solista, io conoscevo Stefano, quindi è stata quasi una reunion di famiglia. Fondamentalmente, ho esaminato i brani con Fabio e poi ho chiamato Stefano a vedere un po’ cosa ne pensasse. Una cosa che mi piace molto nella scrittura dei brani è proprio chiedere parere ai musicisti e a coloro che ci lavorano. Io sono sempre stata una persona che, forse, scrivendo in questa sorta di solitudine, in questa dimensione chiusa anche un po’ della mia vita, forse temeva un po’ questo tipo di confronto, non nel senso che avevo paura di qualcosa, ma proprio perché quando uno è abituato ad avere sempre e solo la propria visione, anche un po’ la propria intenzione su quella che è la scrittura e la musica in generale, poi forse aprirsi agli altri è strano, sicuramente c’è un po’ di timore, c’è paura di lasciarsi andare probabilmente, è proprio quello. Invece questo scambio si è rivelato una splendida risorsa, davvero, per il mio progetto.

Io sono stato, uso il passato perché non credo che siano ancora attivi, un grande fan de I Quartieri, della band di Fabio, e tante cose del loro suono le noto anche in queste tue canzoni, quindi ti chiedo, hai cominciato a lavorare con lui perché volevi quel tipo di suono, perché conoscevi I Quartieri, o per altri motivi?

Sono molto felice che si ritrovi qualcosa de I Quartieri, che poi si ricollega ai Radiohead secondo me. Innanzitutto, ho ascoltato la musica di Fabio prima di mettermi in contatto con lui, e mi piaceva molto come approccio, come scrittura, io apprezzo molto quello che è il suo modo di approcciarsi agli strumenti, di pensare alla musica. Lui è anche molto minimalista, come me. Ci diciamo sempre questa cosa in studio, che dobbiamo tagliare qualcosa, “less is more”. Poi io sono anche una grande amante dei suoni vintage, e questa cosa la ritrovo molto in Fabio in studio, negli strumenti di cui dispone, con cui lavora ogni volta. Ha proprio un mindset, e quindi io l’apprezzavo moltissimo, mi sembrava proprio quello giusto per me.

A proposito di minimalismo, ho notato, un’altra cosa che mi piace molto nei testi, ovvero non sono molte le parole utilizzate, però tutte hanno un peso molto importante. Mi dicevi prima delle parole chiave che trovi e poi dei testi che girano attorno a esse, ma se vuoi, sei libera di dirmi qualcosina in più su questo aspetto.

Sono molto felice che tu abbia colto questa cosa, perché è un aspetto su cui ragionavo di più ultimamente, è un tema. Io non ritengo di avere tutte le risposte sulla mia musica, nel senso che io sono molto fan di quella teoria che dice che l’opera d’arte detiene un elemento inconscio alla stessa artista, quindi io di per me non potrò mai sapere le cose che faccio del tutto o dove voglio andare a parare, è sempre una canzone che mi racconta qualcosa di me e ho scoperto che probabilmente c’era un focus su quei temi, proprio a livello inconscio, e quindi, inevitabilmente, c’è una narrazione quasi ciclica, per non dire chiusa che non mi piace molto, però sì, forse si va sempre su quei temi lì ed è quello che avevo bisogno di dire. In questo senso io non mi oppongo a questo tipo di eventi, proprio per questo concetto qui, verso la musica, cioè di porsi sempre su una soglia, con rispetto e vedere cosa viene fuori, senza che il lavoro sui testi diventi una sorta di accanimento, e credo che questo si possa anche ascoltare, nel progetto.

Hai immaginato di fare dei concerti oppure ti vuoi direttamente buttare nella realizzazione dell’album? Cosa farai in questi mesi e se pensi di suonare dal vivo, sarà sempre con la stessa formazione in trio?

In questi giorni suonerò per Spring Attitude, all’Eur Social Park, in apertura al concerto di Mille, e ne sono molto felice, sarà il debutto romano e anche per questa label, dove mi trovo adesso, Giungla Dischi. I progetti sono sicuramente quelli di fare qualche altro concerto, lo spero molto, di approcciarmi a una band, il trio non mi dispiace, però c’è sempre spazio per tutti, la musica è una grande casa in cui si può sperimentare, se una persona mi dice guarda, dobbiamo fare questa cosa, voglio entrare in questo progetto, magari la ascoltiamo, con apertura. Poi sì, sto già scrivendo quello che è l’album, che è un sogno che avevo da bambina, c’è già tutto, le idee, i brani, e credo che lo registrerò in autunno.

Hai comunque sempre l’idea di suonare con qualcuno, suonare in solo non è un’idea che ti interessa al momento?

In realtà per me è assolutamente piacevole anche questo scenario, per esempio a Spring Attitude sarò in solo, ed è una cosa che io apprezzo molto per questo tipo di musica che è la mia, perché credo che si crei sempre una situazione molto intima, molto diretta, anche nello scambio, e quindi la trovo assolutamente una risorsa, non credo che ci sia qualcosa che si rischi di perdere rispetto a quella che è la progettualità dell’EP. La band è un’esperienza diversa, un’esperienza di condivisione, sicuramente si possono aggiungere dei significati e dei colori anche in quel senso. Per quanto riguarda invece la progettualità di quello che sarà l’album, io voglio cercare di dire ancora con più sincerità le cose, e quindi forse ci sarà un ulteriore minimalismo. Questa è l’idea di fondo, vorrei scarnificare ancora di più per arrivare al nodo centrale delle questioni.

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