TO MAKE ROOM – UNA STANZA PER PIANGERE ED USCIRNE COL SORRISO
To Make Room (“fare spazio” in italiano) è una di quelle espressioni della lingua anglofona che mi hanno sempre affascinato. Ma fare spazio è troppo generico: quanto ne dovrei fare, tanto o poco? E cosa ci devi mettere dentro? Per l’evenienza Anton Sconosciuto, offre le sue stanze sparse per l’Europa, avamposti intimi e sicuri dai quali dà forma al suo disco d’esordio per Coypu Records / PLUMA Dischi.
Come nell’ambiguità della terminologia italiana, anche in To Make Room vi è dell’indecisione. E non poca: We’ll never feel as anything complete canta il brano d’apertura Live In Your Eyes.
Veicolata da un indie rock sbilenco che mescolandosi con i synth diventa bedroom pop (quale espressione di genere migliore), il disco di Anton Sconosciuto flirta con le atmosfere che Mac DeMarco ha istituzionalizzato negli ultimi anni. Condito da una voce sgangherata e a tratti stonata, l’esordio di Anton Sconosciuto si presta perfettamente alle giornate stupide passate a riordinare casa che finiscono con un piantino sotto la doccia. Il tutto mentre ancora si canta inventandosi le parole in inglese.

Scelta della lingua dettata dall’infanzia trascorsa a Londra, culla del mondo e della musica. Da qui le influenze anni ’70 che Anton, tra alt-folk e jazz, ha inserito negli 8 brani del disco. La parte più interessante tuttavia è lo storytelling che lascia emergere un taglio quasi antropologico nella narrazione.
Everytime we have fun
It’s not enough
Riding doubts all night
Is there peace in sight?
Indecisione, dicevamo poco fa.
To Make Room è un lavoro figlio della nostra epoca, ricco di quesiti e povero di risposte. Al posto di queste ultime, Anton lascia spazio alle sensazioni che accompagnano i dubbi esistenziali del nostro tempo. Se cercate una risposta, allora quella è la malinconia che copre l’interezza del disco e si presta come sottofondo per i fan della nostalgia indotta e immotivata.
Anton Sconosciuto riesce a farti rimpiangere il bagno dalle piastrelle rosa (Pink Bathroom) che non hai mai avuto, ma che sicuramente avevi messo tra i preferiti su Tumblr. Classica situazione alla quale non puoi fare altro che rispondere citando Unsinn:
I can’t explain myself when I talk,
Or when I speak, or when I dream.
Grazie alla primarietà delle sensazioni, Anton Sconosciuto ama divertirsi portando l’ascoltatore dove più desidera. What’s Your Name, ad esempio, instaura un motivo giocoso, dando l’idea che finalmente si stia per ascoltare un brano euforico. E invece no, sono solo i primi 10 secondi, quanto basta per sollevarti da terra e farti ricadere giù.

To Make Room concede pochi sorrisi: un album per cuori che una volta spezzati, si predispongono spezzati anche alla prossima storia d’amore.
A parte l’ironia (unico strumento conosciuto per sdrammatizzare la natura delle relazioni umane), il disco cela due perle di sound design: Tides, che sfrutta il suono di gocce d’acqua nell’arrangiamento, e Keep Me In Your Brain, la quale intro ricorda i migliori sci-fi.
Can’t Seem To Belong riflette a pieno la bidimensionalità italo-inglese dell’artista. Una canzone che sembra raccontare la storia di un ragazzo italiano evaso a Brighton in cerca di fortuna, ma che si ritrova in ultima istanza fatalmente solo:
Is it missing a girl or all my friends
In the end things are going well
[…]
But it’s just my stupid head
It won’t stop at night
It will ruin my day
I guess I’d rather be home
Anton Sconosciuto ispira un couchsurfing che si ritrova tutto nella copertina dell’album: una stanza metodicamente decorata di specchi che ci mostrano chi siamo, ma quasi mai quello che vorremmo essere. Una stanza che, nonostante l’amore che ci abbiamo riversato dentro, spesso assume la configurazione di una gabbia.
La cosa che ancora non mi spiego però è che To Make Room è un disco che funziona sia ascoltato al chiuso che durante una passeggiata all’aperto. Forse è qui che risiede il genio di Anton Sconosciuto: trasformare la malinconia in una giornata di sole.
Anche quando sei a Londra, in periferia.

