Sula Ventrebianco – Più Niente

GENERE: alternative, stoner, indie

PROTAGONISTI: Sasio Carannante (voce e chitarra), Giuseppe Cataldo (chitarra, seconda voce, synth), Mirko Grande (basso, cori), Aldo Canditone (batteria). All’occorrenza ai quattro si unisce la violinista Caterina Bianco

SEGNI PARTICOLARI: Più Niente (Ikebana Records/Goodfellas) è il quarto disco in studio dei Sula Ventrebianco, vede la luce a distanza di tre anni da Furente (anch’esso edito dalla stessa label napoletana). A supporto del quintetto partenopeo un nome che non ha bisogno di alcuna presentazione, Alberto Ferrari dei Verdena che ha curato il missaggio del disco e del quale si percepisce l’influenza

INGREDIENTI: il disco parte con Yellowstone, un brano che interseca, in un minuto o poco più, fischiettii, vocalizzi e chitarre, un intro piacevole e allietante. È questo il primo passo verso un album fatto di brani versatili che si muove tra chitarre forti in salsa stoner (come Arkam Asylum e Dubhe che richiamano in parte i Queens Of The Stone Age di Era Vulgaris) e movenze sempre rockeggianti ed energiche ma tendenti più all’orecchiabilità (come Sale In Sogno, Subutecs o Merak). La poliedricità di cui si parla riguarda anche brani come Diamante (da cui sorge spontaneo il parallelismo con la fase più recente dei Kings Of Leon) in cui effetti di chitarre e sintetizzatori si intrecciano su una base di puro sentimentalismo, o ancora Una Che Non Resta e Resti che attraggono per la forza emotiva che investe chi ascolta grazie all’eleganza e alla bellezza non solo dei suoni ma anche dei testi altamente poetici e riflessivi

DENSITÀ DI QUALITÀ: Più Niente è la quarta stella in cui ci imbattiamo nella galassia Sula Ventrebianco, anche questa affascinante e suadente come le prime tre. Dacchè i Sula sono sulle scene, quindi nel corso degli ultimi dieci anni circa, hanno fatto il possibile per subentrare nella “hall of fame” delle band italiane, quelle che lasciano il segno (anche se ad una nicchia all’inizio, come spesso capita). Ad oggi si può dire che non si son voluti spostare tanto dal punto di partenza, da quello stile che prevedeva, e prevede tutt’oggi per l’appunto, l’alternanza tra il sound alla Queens Of The Stone Age (paragone di tutto merito) e quello che verte, se pur a tratti, verso un cantautorato inaspettato e ben fatto e che li descrive come una band con notevoli capacità. Il loro percorso è simile a quello di tanti altri gruppi che, tra sacrificio e voglia di fare, sono riusciti a raggiungere livelli abbastanza alti e soddisfazioni varie e dovute. E sono certo, qui lo dico e qui lo nego, che di loro si sentirà parlare ancora tanto

VELOCITÀ: altalenante, tendenzialmente veloce e spasmodica ma con, di riflesso, ritmi lenti e rilassanti

IL TESTO: “Lì nel porto c’è la nostra nave bianca che è tanto amica del vento che ci asciugherà addosso l’umido di quelle notti piene di quei momenti. In fondo non è vero che io non amo mai. Gli uomini come me dormono spesso e non pregano mai quando intorno è leggero ma impererò a non sentirmi un gigante e a stare attento a non schiacciare niente”, da Resti

LA DICHIARAZIONE: “Contrariamente a quanto può sembrare, Più Niente non ha nulla a che vedere con qualcosa di distruttivo, col fatto che non ci sia più niente da fare, con l’arrendersi. In realtà è giusto l’opposto. Con questo disco vogliamo dire che siamo ancora pronti a godere di tutto ciò che abbiamo davanti finchè possiamo e che vogliamo amare tutti coloro che ci amano finchè sono presenti nelle nostre vite. Ci è piaciuto molto, in questo senso, usare il ghiaccio come metafora. Il ghiaccio è l’elemento perfetto donatoci da madre natura cambia forma e può deteriorarsi. È quindi un invito a vivere senza freni finchè ce ne viene data la possibilità”, da un’intervista tratta da Rock.It

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