Interview: Paolo Benvegnù

Abbiamo intervistato di persona Paolo Benvegnù dopo la presentazione del suo nuovo album, “H3+”, alla Santeria Paladini 8 di Milano. Un lavoro pregevole e armonioso, e una presentazione altrettanto emozionante, segnata sia dai nuovi brani che da qualche classico intramontabile (come “Cerchi nell’acqua”). Questa giornata ha fatto da accompagnamento ad un’intervista che ha cercato di trattare le tematiche presenti nel nuovo lavoro e, perché no, di conoscere più da vicino il cantautore milanese.
Paolo Benvegnù si presenta portando con sé quel carisma e quel senso di rispetto, di chi è in grado di veicolare messaggi di grande complessità con la facilità di chi porta avanti una chiacchierata sul tempo, senza incutere quel distacco che rende irraggiungibile l’artista.

Hai segnato musicalmente più di vent’anni, tra il progetto degli Scisma e i tuoi album da “solista”, iniziando da “Piccoli Fragilissimi Film” (2004) e arrivando oggi ad “H3+”, mantenendo l’asticella del livello sempre alta, se non superandoti di volta in volta. Cos’è che continua a darti questa ispirazione?

Non saprei…credo che sarebbe troppo riduttivo dire la curiosità, perché non è quello. Io non vedo l’ora di essere stupito, come tutti per certi versi, soltanto che nel tempo lo stupore “si affina”. La vita ti porta a un sacco di situazioni per cui lo stupore può non essere “primigenio”; diventa qualcosa che hai già visto. Invece la vita, per fortuna, mi ha fatto acuire un po’ lo sguardo e allora penso, se non sono completamente pazzo, di riuscire a vedere un poco oltre il visibile. E acuire lo sguardo ti fa anche cambiare la prospettiva, per cui se a me colpisce qualcosa, è veramente qualcosa che mi arriva in profondità. Non m’impressiono più per l’energia di un uomo o di una donna bellissima…m’impressiona più la “bestalità”. Ce l’ho in me, la conosco. Facendo un esempio, quando qualcuno mescola “amore” e “governo”: questo è lo stupore. O quando riesci a interpretare dei gesti inconsci di un essere umano. O quando vedi un paesaggio particolare.
L’altra sera ho sentito qualcosa di indicibile e di bellissimo nel quartiere Prati, a Roma, all’una di notte, con tutti questi palazzoni enormi. Era tutto abitato e disabitato allo stesso tempo, e questo mi ha colpito. Cerco di portare queste piccolissime intuizioni in quello che facciamo, io e i miei compagni. Quando loro riescono ad essere incuriositi mi danno una mano fortissima “a scendere” e tenere le cose a terra e questo significa che l’asticella per me è un po’ più alta.

Porti da sempre avanti un percorso di ricerca nelle profondità dell’uomo, qualcuno dice negli ultimi tre album, in realtà io credo che tu abbia iniziato prima.

E’ una grande restituzione, ti ringrazio. E’ dal ’97 che ci provo.

In “Hermann” questa ricerca si faceva molto “terrestre”, parlando della vicenda umana, in “Earth Hotel” l’uomo era quasi scomposto, metaforicamente in delle stanze d’albergo, però iniziava a guardare lontano, mi viene in mente un pezzo come “Lo spazio profondo”, in “H3+” l’uomo tende definitivamente all’infinito, quasi a perdere in confini e diventare immateriale…cosa pensi di questa chiave di lettura?

Non sai quanto conforto mi dai. Spesse volte si ha una visione parziale delle cose, anche da parte di chi, come me, le compie. Mi viene da pensare che non si possa valutare una vita da una piccola opera, da un gesto, per un giorno. Va valutata nello scibile, in tutta l’ esistenza. Ed io è da quando sono diventato sensiente che penso a questo, dall’età di 32 anni…sono arrivato un po’ tardi (ride)…
Ero convinto da sempre che, come tutti, siamo opera di passaggio e di trasmutazione di informazioni. Gli studi di neuroscienze hanno codificato esattamente questa cosa, in maniera scientifica, ed io ho capito di aver avuto un’intuizione giusta.
Commento la tua considerazione dicendo veramente “grazie”, perché se qualcuno riesce anche soltanto a notare questo, vuol dire che abbiamo fatto grandi passi, ed è bellissimo sapere che qualcuno li possa notare, in generale. E se questi piccoli passi possono servire ad indirizzare qualcuno anche solo di un grado di differenza, anche non nel contesto specifico, allora significa che tutti noi siamo serviti a qualcosa.

E in questo percorso di ricerca il rapporto con l’altro, nell’amore, è sempre molto presente. In “H3+” viene quasi ad essere il pretesto del viaggio. Mi viene in mente la frase “Non siamo mai stati soli, da soli non sappiamo dove andare” (No drink no food).

Esattamente. Questo è un disco d’amore, anche se non viene visto così. E’ un grande disco d’amore, perché parla dell’amore nel senso di “a-mors”. E’ un disco che ha un grande senso della vita ed è vero, il pretesto è l’amore, ed anche una strenua volontà di percepirlo in ogni cosa. E’ il disco di un innamorato, di una persona profondamente innamorata della vita. Ma non sono io, eh! E’ Victor Neuer! (ride). Comunque è sostanzialmente un disco d’amore, anche se non tratta di quello.

In questa tendenza all’immateriale poi in realtà tutto richiama l’umano e in “Boxes” arrivi a dire “Ma è la noia che mi porto dentro il vero centro”. Che ruolo gioca la noia nel percorso?

Per stupide leggi di causa-effetto, a volte si dice “l’uomo si muove in una certa maniera perché è curioso”. La curiosità esiste, ovviamente, ma è l’effetto. La causa è la noia. Noi non sappiamo davvero cosa siamo qui a fare, o comunque in qualsiasi luogo. Perciò è proprio quello il centro del movimento dell’uomo. La mia opinione è che, paradossalmente, il centro dell’azione dell’uomo è qualcosa che ha a che fare con l’inanità. La mancanza di capacità di contemplazione fa in modo che noi dobbiamo muoverci, gesticolare, quando sentiamo di annoiarci. Poiché la curiosità legata alla noia ci ha portato ad alcuni risultati…mi viene da pensare che, tornando un po’ più indietro, utilizzando un altro iter, si potrebbe andare da qualche altra parte. Il concetto della noia nei miei lavori ritorna spesso, perché vorrei non dimenticarmelo (ride)….

Pezzi come “Olovisione in parte terza” o “Slow Parsec Slow” lasciano dentro un senso di stupore meraviglioso, perché è tutto in perfetta armonia, i testi e gli arrangiamenti. Danno proprio un senso di “distacco”, musicalmente parlando. In una scena musicale in cui l’elettronica e in generale la ricchezza strumentale sono utilizzate per “gonfiare di apparenza” i brani, quanto è importante che gli arrangiamenti rispecchino la complessità delle parole?

Molto importante. E’ qualcosa che si colloca a distanza orbitale rispetto a quello che facevamo prima. Mi stupisco in maniera negativa di come da tempo manchi, o comunque sia raro da trovare, quello che io considero veramente “armonico”, nella musica. Per me in una canzone (non parlo di sinfonie, suite, perché lì si parla di altro) la triade armonia, melodia, testo, è fondamentale. E’ semantica. E l’assenza di semantica dilaga. Io me ne accorgo quando una cosa è “giusta” e di cose giuste ne sento pochissime. E quando ne trovo qualcuna, casualmente, tra le cose che sento, viene sempre da persone che vado a cercare e che hanno sempre una grandissima coscienza delle cose, che sia “conscia” o istintiva. Riuscire ad arrivare a un certo tipo di “essenza”, attraverso questa triade, non è facile.
Nella musica “altra” mi viene da pensare ad alcuni di quei miracoli che ha fatto Morricone nel ‘900. La colonna sonora di “C’era una volta in America” non c’entrava nulla col film e col montaggio di Sergio Leone, eppure è perfetta. E’ proprio la musica ad essere perfetta per quel momento storico. E quando succedono quelle cose lì t’inchini alla maestria.
Noi facciamo dei tentativi e non sempre ce la facciamo. Forse nel caso di “Slow Parsec Slow” ci siamo riusciti ed anche in “Olovisione in parte terza”, che è una canzone d’amore, e sono proprio stato guidato da tutto un vissuto. Sì, quelli sono due casi in cui forse ci siamo riusciti.

Avere le parole per descrivere la propria o altrui complessità, o “mostruosità”, come a volte la definisci, cambia il modo di approcciarsi a se stessi?

E’ uno strumento in più, ma per averlo devi un po’ avvicinarti. Un po’, paradossalmente, più ti avvicini a un altro e più ti avvicini allo sconosciuto che è in te. Bisogna esplorare quello. Per superare la superficialità nella mia vita e avere una comprensione maggiore dell’altro e delle cose, ho dovuto imparare a diventare “sfondo”. Sono un’anima che viene dalla miseria, dalla forte miseria, al di là di quella economica, per la quale sono primatista europeo (ride)…dalla miseria intesa come mancanza di ottica, intesa non come cecità visionaria, ma la stessa cecità che viviamo di questi tempi.
L’essere riuscito, col tempo, a mettermi un po’ sullo sfondo rispetto all’altro è stato un grandissimo passo per me, e ancora ne ho di passi da fare…

Questa maniera così soggettiva di scrivere canzoni può rendere a volte difficile “scoprirsi” col tuo pubblico?

E’ complicato, ma in realtà non penso mai di avere un pubblico, nel senso che non riesco a pensare a un uditorio. Per me l’uditorio sono i miei compagni. Se riesco ad incuriosire loro, allora ho scavato bene nelle intuizioni che ho. Sono convinto che una cosa debba avere una sua purezza di partenza e questa purezza non può avere come fine ultimo un uditorio reale. Una luce che illumina una stanza può illuminare una stanza più grande, ammesso e non concesso che ci sia questa possibilità. Deve avere una propria esistenza nel primigenio, nel personale e nel quotidiano. Poi se questo dovesse avere un importanza, non deve interessarmi. L’approccio non deve essere “seduttivo”. Con gli Scisma nei primi dischi cercavo di “sedurre” una parte di persone, l’ho fatto anch’io e me ne sono vergognato a morte.
Se non c’è un senso “seduttivo”, chi si approccia a qualcosa ci deve entrare veramente e se riesce ad entrarci e sente un’assonanza, poi è difficile che vada via.

Cambiando radicalmente argomento, al momento in Italia esistono delle valide realtà musicali. Con tutti i mezzi di diffusione il bacino di utenti sarebbe potenzialmente molto più ampio. Ciò che si verifica, in realtà, è che è la musica ad adattarsi al mezzo, semplificandosi nella forma, invece che i mezzi ad adattarsi alla musica…

Bisogna dire di no. Ma per dire di no prima di tutto non devi pensare che hai famiglia, che è un classico in Italia…anche tra i ricercatori più brillanti. Ma li capisco, so cosa vuol dire.
In secondo luogo subentra l’accecante volontà di sentirsi al centro del mondo. Perciò nessuno dice di no. Io certi aspetti rivoluzionari di nuovi gruppi italiani che sento, non li trovo affatto rivoluzionari né profondi. Sembra che stiano solo “segnando il territorio”, non suonando. Lo so perché l’ho fatto io prima di loro, tra l’altro, meno bene di loro e di tanti miei coetanei, ma l’ho fatto. Ma “sono ragazzi”, va bene.

Musicalmente parlando, cosa ti ha stupito di recente, o ti ha fatto dire, da cantautore, “avrei voluto scriverlo io”?

Qualche anno fa ho sentito “La repubblica del sole”, di Ettore Giuradei, che è tutto molto bello. Ma c’è dentro un pezzo, “Eva”, che è un capolavoro assoluto e dovrebbe stare tra le canzoni immortali della musica italiana. Non c’è, per i discorsi che facevamo prima: “semplificare il metodo per occupare il catodo”, mi viene da dire (citazione di “Dio Esterno” degli Scisma…).
Invece, per energia e potenzialità, “I Cieli di Turner”, un gruppo di Perugia che sono anche andato a vedere in sala prove tanto che mi ha colpito. Sono così dotati di purezza e ingenuità, eppure hanno una straordinaria capacità di essere evocativi. Sono ragazzi giovani di 23, 24 anni ed i loro testi sono veramente interessanti; hanno una forma molto bella, perché fanno in modo che l’ascoltatore possa avvicinarsi perché interpreta. Se non avessi visto loro, se non fossi entrato in questi squarci di visione, probabilmente un pezzo come “Olovisione in parte terza”, in cui dico molto meno del solito, non sarebbe venuto così. Alcune cose quindi mi stupiscono, ma devo sentirci una purezza di fondo. Loro sono puri.

…e invece umanamente cosa ti ha stupito?

Magari è retorico dirlo, ma mi ha stupito un’altra conferma delle piccole intuizioni che avevo avuto, e cioè quanto siete potenti voi donne, al di là del fatto che siete letteralmente l’anima creatrice dell’umanità. Mi ha stupito quanta perfezione biomeccanica avete, senza saperlo.
Io ho da poco passato l’esperienza di diventare padre e ho assistito alla gravidanza della mia compagna, ed è incredibile come tutto debba succedere in quell’esatto istante e tutto sia incredibilmente perfetto. E’ tutto un fattore di tempo. Le contrazioni sono un fattore di tempo per “aprire un ponte levatoio”…è una cosa incredibile. Un ingegnere per fare una cosa del genere con dei materiali, avrebbe una difficoltà incredibile.
Questo mi ha stupito. Non l’atto in sé, il dolore…è il miracolo che viviamo giorno per giorno senza rendercene conto. La creazione è l’acme del miracolo. Ma mi sembra che davvero non ci rendiamo conto di quanto sia miracolosa ogni cosa. Siamo in un mondo veramente magnifico,o meravigliosamente terribile. E ci vuole veramente poco a star bene, se ci rendiamo conto di quanto siamo fortunati. Potevamo nascere plancton, e invece siamo uomini e anche grazie al sacrificio di milioni e milioni di essere viventi possiamo essere qui a parlare. Pensa che roba incredibile, che casualità pazzesca. Mi sento fortunato, anche quando devo pagare l’affitto, anche quando sono in 10 a venire ai concerti o se dicono che i miei dischi fanno schifo. Questa è una cosa che mi ha stupito umanamente e che mi guida.

A questo punto è arrivato il momento dei ringraziamenti e mi porto via di questa giornata una ricchezza non solo musicale, ma anche e soprattutto umana.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.