Delawater – Open Book At Page Eleven

GENERE: alt-rock

PROTAGONISTI: Paolo Marini (voce), Stefano Di Gregorio (batteria), Andrea Marramà (basso), Pierluigi Filipponi (chitarra), Serafino Bucciarelli (tastiere).

SEGNI PARTICOLARI: debutto sulla lunga distanza per la band di stanza a Teramo, dopo i riscontri generalmente positivi dell’EP del 2012 con il quale avevano presentato il loro progetto.

INGREDIENTI: le coordinate sono quelle di un rock dai contorni smussati dove il buon gusto per l’intuizione melodica, la raffinatezza e gli arrangiamenti suggestivi sono il comune denominatore degli otto pezzi. I riferimenti (chiunque negli ultimi 30 anni deve avere dei riferimenti!) sono della miglior scuola musicale di lingua inglese, sia in ambito indie che di maggior diffusione; ciò lo si nota tanto nelle aperture dei ritornelli che nelle esaltanti cavalcate a ritmi levati. Volendo per dovere di competenza rimanere in ambito italiano, gli accostamenti che colti istintivamente sono quelli ai Klimt 1918 di “Just in case..” (il binimio orecchiabilità -acidità ), all’impertinenza di taluni Yuppie Flu e all’amore per l’aspetto strumentale dei Giardini di mirò.

DENSITA’ DI QUALITA’: il “Lato A” , che in sostanza arriva fino al quarto degli otto pezzi in scaletta e aggiungiamo anche il quinto, è di alto livello. ‘Far from cartoons‘ è una opener che rimane impressa e che risponde appieno ai canoni stilistici del pezzo deputato ad introdurre la raccolta : secco, deciso, sfrontato e senza mezzi termini. Le qualità da interprete del Marini talvolta nicchiano, talvolta saltano fuori senza remore (‘Playing wipeout‘), sono generalmente di buon livello anche se alcuni passaggi hanno una pronuncia un po’ impastata. ‘Lo-fi Soldier‘ abbassa i ritmi, poggiandosi su una chitarra dreamy che serpeggia dentro un’atmosfera molto rarefatta trasformata nel finale in una bella coda dagli accenni noise. ‘Me and Tina wanna dance tonight‘ ha una bellissima impalcatura che poggiandosi su lievi cambi di ritmo e progressivo ispessimento del wall of sound, regala momenti di assoluto piacere. Da ‘Is running fast this car‘ (buona, ma che avrebbe necessitato di un’idea più luccicante) il disco si sposta dall’eccellenza, per condurre in porto il risultato con strumenti meno arditi e più convenzionali. Non di maniera, assolutamente, ma la sensazione è semplicemente quella di aver riposto la maggior parte delle risorse, ispirazione e qualità nelle prime cinque canzoni, andando più nella direzione della “ricerca” che non della concretezza. ‘This place doesn’t build opinions‘ del trittico finale è sicuramente la più riuscita, ma ha un ché di incompiuto (sarebbe stato interessante ascoltarne l’evoluzione anche sui 7 minuti). In conclusione questo è un debutto da segnalare soprattutto per la personalità dimostrata nel non rincorrere le mode dell’ambito indie, ma portando avanti con coerenza il discorso personale ““ seppur non sconvolgente per originalità – già positivamente avviato nel 2012 con un orizzonte in termini di margini di miglioramento davvero ampio.

VELOCITA’: si alterna un po’ di “allegretto” con ritmi più adagiati.

IL TESTO: “First time We met it was at “Cadillac” I was uptight on the dance floor, I ring the bell, I’m a bit late more deliveries yet to come“ da “Me and tina wanna dance tonight“

LA DICHIARAZIONE: “canto in inglese perché istintivamente mi viene di cantare in inglese. Sono sempre stato attratto da come suonano quelle parole e non mi piace sentirmi cantare in italiano. Più che altro non mi viene. Mi dovrei forzare e sarei poco spontaneo alle prese con un testo in italiano. Ma si tratta di un sentire comune quello di indirizzare le nostre canzoni verso sonorità estere. E’ un processo naturale, nulla di pensato a tavolino.” da intervista rilasciata a noi di Indie-Roccia

UN ASSAGGIO ‘Far from cartoons.’

IL SITO: Facebook – Delawater

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