Neko At Stella – Shine

ETICHETTA: Dischi Soviet Studio/Audioglobe

GENERE: garage-blues, desert-rock

PROTAGONISTI: Glauco Boato (chitarra, voce), Jacopo Massangioli (batteria) e Roberto Pecorale (organi, piano elettrico)

SEGNI PARTICOLARI: Shine è il secondo lavoro in studio della band fiorentina, partita in quarta con l’omonimo disco pubblicato quattro anni fa, ed è stato registrato totalmente in analogico presso l’Oxygen Studios di Paride Lanciani, adepto di Steve Albini. L’aggiunta di un terzo elemento al nucleo iniziale ha portato la band a riarrangiare i “vecchi” brani con organi e un piano elettrico e a dedicarsi con ardore all’attività live. Questo atteggiamento ha portato il trio a dar vita ad un sound nuovo, se pur non troppo, fatto di continue riprese dei loro primi passi, ma in compenso molto più desertico e psichedelico

INGREDIENTI: il disco si apre con White, un brano che aiuta a comprendere chi siano i Neko At Stella e qual è la direttiva che si sono prefissati di seguire. Le venature blues date dalla chitarra di Boato, a cui non manca però l’aggressività, spianano la strada verso un disco che abbraccia grandi idee musicali e ben curato in ogni dettaglio. Andando avanti nell’ascolto ci si imbatte sempre più nello spirito di Shine, quello oscuro che va a contrapporsi alla lucentezza espressa nel titolo. A Soul Full Of Dust e The Desert Comes hanno esattamente questo messaggio da tramandare, l’animo desert di cui prima è reso appieno in entrambi i brani: voce con eco, organi alla Manzarek e chitarre iperespressive. Una svolta arriva con Last Nite Boogie, è il brano che non ti aspetti stando al Rock’n’Roll vivace e alla velocità che lo caratterizzano rispetto all’inquieta tranquillità del resto del disco. C’è quasi un rimando a suoni non troppo attinenti allo stile tendenziale dei Neko At Stella nell’apertura della title-track Shine, nonché brano di chiusura dell’album. In quasi sette minuti di durata è possibile rivivere quelle emozioni che gli anni novanta ci hanno dato, quei suoni ruvidi e rumorosi che tante band di prim’ordine hanno proposto. Anche testualmente il brano presenta il suo perché, si immagina il pianeta Terra rinato dopo la scomparsa degli ultimi uomini.

DENSITÀ DI QUALITÀ: i Neko At Stella, per quanto rappresentino una piccola realtà musicale, hanno dentro di sé un intero mondo da raccontare, nonostante la fievole discografia che ad ora li rappresenta possono senz’altro definirsi una band con delle grandi idee e capacità. Shine dà prova di come un gruppo possa fin dagli esordi distinguersi per svariati motivi, è un album ambizioso, risultato di un arduo lavoro e che vuole restare impresso nella mente e nel cuore di chi lo ascolta, come del resto anche il primo loro lavoro.

VELOCITÀ: otto canzoni tranquille, non frenetiche, ma inquiete.

IL TESTO: “Just help yourself, just help you thinking right, you know what’s right, don’t need to justify. But when it comes, with all its wildest rage, because the fore burns, you’ll get out from your cage”, da The Desert Comes

LA DICHIARAZIONE: Glauco: “Personalmente non lascio mai nulla per strada, nel senso che nel tempo aggiungo ascolti nuovi senza mai abbandonare quelli vecchi. Adoro i bluesman quali Robert Johnson, Son House, John Lee Hooker, Lightning Hopkins; amo Elvis, Johnny Cash, Bob Dylan, gli Stones, i Led Zeppelin, i Velvet Underground, i Clash; passando per i Joy Division, Jesus and Mary Chain, Sonic Youth, Stone Roses, My Bloody Valentine, Nirvana, Smashing Pumpkins, Pearl Jam, Blur, Low, Ride, Mogwai. Arrivando ai Blues Explosions, White Stripes, Dead Weather, BRMC, QOTSA. Ce ne sarebbero moltissimi altri da aggiungere alla lista. Il blues mi è sempre piaciuto, ne ho sempre ascoltato parecchio ma non mi era mai capitato di suonarlo. Quasi per caso, durante una delle mie esperienze di vita in Giappone, ho conosciuto ragazzi che lo suonavano durante le jam sessions nei molti blues bar di Tokyo, posti in cui mi è capitato di assistere a performance strabilianti di grigi impiegati in giacca e cravatta che dopo 15 ore di lavoro venivano al locale, bevevano una birra, imbracciavano una chitarra da 200 euro, o tiravano fuori la loro armonica dalla borsa da lavoro, e riuscivano a coinvolgermi in modo così prorompente, anche emotivamente, da lasciarmi senza parole. Cosi ho deciso che sarei dovuto riuscire a suonare con loro. Questo è il modo in cui ho scoperto quant’è bello suonare il blues”. Da un’intervista rilasciata a DemonCleanerZine.

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