Interview: Don Antonio

Con il tour a metà strada e una nuova collaborazione con il grandissimo Alejandro Escovedo abbiamo sentito (dal Texas) Antonio Gramentieri(Sacri Cuori, Hugo Race, Dan Stuart ecc) che ad aprile ha “esordito” con il primo lavoro solista: Don Antonio, un lavoro dalle mille sfaccettature. Gli abbiamo chiesto delucidazioni su qualche aspetto di questa sua opera prima.

IR: Ciao Antonio! Era ora che uscisse qualcosa (praticamente) a nome tuo! E’ stata lunga la gestazione?
AG: La gestazione di un lavoro di questo tipo dura tutta una vita, non segue i tempi del “mestiere”. E’ una cosa che non ho fatto con la consueta idea di programmare un’uscita, una promozione, un tour.
E’ stato un disco per me “necessario”, a prescindere da qualsiasi altra cosa. Qualunque cosa stia succedendo intorno, a partire dal tour con Alejandro Escovedo in poi, la ritengo in qualche misura una decisione autonoma del disco, non mia.

IR: La copertina mi è piaciuta moltissimo. L’hai ideata tu?Chi l’ha disegnata?
AG: L’ha realizzata Daniele Morganti, un ottimo illustratore siciliano. Mentre finivo il disco ho trovato, per terra, a Siracusa, la cartolina di una festa in una discoteca, e i personaggi disegnati sull’invito mi piacevano molto. Ho cercato l’autore e l’ho trovato. Abbiamo deciso insieme chi fosse Don Antonio, a livello iconografico, e siamo andati avanti. Sono contentissimo del risultato, dentro quel volto ci sono molte cose. Una curiosita’: io e Daniele non ci siamo mai incontrati di persona. E’ il progresso, baby…

IR: Entrando nel merito del disco: al solito hai uno stuolo di amici che ti aiutano, chi non ti aspettavi dicesse sì? e chi hai voluto a tutti i costi?
AG: Non è un disco con ospiti. Al solito e’ un disco di incontri. Chi è capitato – o ricapitato – nella mia vita durante la gestazione del disco, ci ha anche suonato. Non sono molto interessato agli ospiti, sono interessato agli scambi e al mettersi in discussione. I nomi nei credits fanno diventare ciechi, come l’onanismo secondo le antiche teorie.

IR: Sei andato a registrare in Africa(in Mali?) cosa ti ha attirato fino a laggiù?
AG: Non sono andato in Africa, ma a Catania. Che di certo e’ un po’ piu’ vicina all’Africa e all’Asia del mio paese. E – credimi – a quella latitudine si capisce meglio cosa e’ l’Italia, come entità geografica e sociale. Un posto magico. Per concepire certi suoni volevo un posto esotico e familiare al tempo stesso. Probabilmente sono sempre attratto dalle frontiere, dalle zone in cui le culture si sciolgono le une nelle altre.

IR: Tra gli altri hai coinvolto Cesare Basile. Credi che un giorno verranno accreditati i giusti onori? L’ho sempre visto collocato nel contesto errato per via dell’amicizia con Agnelli e c., mentre lo vedo più come un cantautore molto legato all’Italia e la sua terra.
AG: Cesare è stato una parte importante di questo disco, è stato l’altro carattere forte della produzione e un’ispirazione su tante cose. Un ottimo chitarrista, un ottimo autore. Ha scelto un percorso dentro la sua nicchia, che è stretta ma comoda come tutte le nicchie, e credo ci stia bene. Di certo come suol dirsi “meriterebbe più attenzioni” ma poi credo non saprebbe bene cosa farsene. Non tutti i percorsi si misurano con le stesse unità di misura. Credo e spero che per molti – Cesare è sicuramente uno di questi – la musica sia uno strumento per conoscersi e per dire delle cose, per relazionarsi a sè e al mondo, tutto questo prima che una “professione” misurabile con l’unica moneta del consenso e dei numeri. La gioia è misurabile in numeri? La fame? Il sesso? Le cose a cui teniamo molto, quelle profonde, con i numeri hanno un cattivo rapporto, insufficiente. Prendiamone atto.

IR: Mestizo in meno di tre minuti spazia tra tantissimi generi e suoni, come è nata?
AG: Mestizo parte da un riff di Cesare a cui – al ritorno dalla Sicilia – è capitato intorno un mondo di incontri. Ed è diventato una specie di blues senza passaporto, una trance mediterranea, molto centrale nello spirito del disco.

IR: Come hai scelto le voci da mettere nei brani?
AG: Le voci sono altri incontri. Molte donne di cui ammiro e respiro la Grazia e il prezioso dono dell’amicizia, l’argentino Alejandro Baijerry dei miei amici Jarred, The Caveman, amici e parenti di passaggio dalla sala-studio. Mi piace pensare la voce come “strumento” e non solo di canzone strofa-ritornello-strofa.

IR: Riuscirai dal vivo a portare un po’ di ospiti o riarrangerai brani?
AG: Quando possibile suoniamo in sette, c’è molto suono e non servono “ospiti”. E’ gia’ un collettivo con un’idea sonora e organizzativa desueta, romantica, del tutto utopica e insostenibile. Per cui mi rappresenta perfettamente, ed e’ il miglior gruppo della mia vita.

IR: Avendo collaborato con tanti artisti stranieri, buon ultimo Alejandro Escovedo, pensi che vengano ancora in Italia, come mi disse un noto promoter canturino, per fare una vacanza o perchè sanno di trovare un pubblico interessato?
AG: Ho la fortuna di lavorare con dei songwriters incredibili, e non solo in Italia. In Italia c’e’ molta passione per certi suoni, e spesso la passione porta a cercare sempre dei minimi comuni denominatori, e fare un po’ di tutta l’erba un fascio. Ho smesso da anni di credere che il pubblico debba essere mio amico o debba avere i miei gusti. Il pubblico faccia il pubblico, io faccio l’artista e vado per la mia strada. Gli artisti che mi piacciono sono quelli che fanno altrettanto. Ci sono le scorciatoie, somigliare a questo e quello, essere amici degli amici, eccetera. ma le scorciatoie sono per quelli con le gambe corte. Io sono ambizioso, e lavorare con quelli bravi mi ha resto molto molto molto molto molto selettivo.

IR: Sentiremo mai (non ai cori eh) un brano cantato da Antonio Gramentieri ?
AG: Cantare mi piace molto, a dispetto delle scarse doti. Direi, per usare un eufemismo, che in quel campo ho poche frecce in faretra. Però, a differenza di molti altri, lo so, e questa cosa fa una differenza. Uso il mio essere monocorde a mio vantaggio. Mi sentirai senz’altro presto, e sarà tragico e magnifico.

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