Gionata – Figli dei film

Uscito lo scorso novembre, “Figli dei Film” di Gionata non smette di farci emozionare perché ci trasmette quella la voglia che la generazione degli anni Novanta ha di guardare il mondo dal fondo della sala, sullo schermo, ma senza la ricerca necessaria di un lieto fine. I finali positivi hanno stancato, abbiamo capito che l’unico modo per sopravvivere a questo mondo è vivere privi di illusione, guardando in faccia alla realtà che presto o tardi ci prenderà a schiaffi.

Ma torniamo a Gionata. Il suo terzo album è un’opera crepuscolare, attraversata da una malinconia lucida che non cerca redenzione, ma verità. Il disco racconta una generazione cresciuta a colpi di immagini perfette, di promesse luminose e vite accelerate, che oggi si ritrova stanca, spaesata, incapace di abitare la noia e il silenzio.

Rispetto alla spensierata inadeguatezza de “L’America” e al sarcasmo ambivalente di “Congratulazioni” (dischi precedenti), qui Gionata sceglie una postura più fragile e definitiva: una speranza disillusa, incoerente, quasi trattenuta per paura di romperla. Le canzoni si muovono sottovoce, come appunti presi a margine della quotidianità, eppure colpiscono per la loro capacità di trasmettere chiaramente le emozioni dell’artista. “Lavorare stanca” apre il disco come una resa dei conti tardiva, mentre brani come “Burnout” e “Buena sorte” scavano nel buio di una stanchezza esistenziale che non è solo personale, ma collettiva.

Il cuore dell’album sta proprio in questa tensione: il desiderio di scomparire come passaggio necessario per risorgere. “Figli dei film” parla di sogni ad occhi aperti, di vite romanzate che non reggono il confronto con la realtà, di un immaginario — oggi alimentato anche dai social — che promette tutto e restituisce ansia, isolamento e frustrazione. Eppure, tra pioggia, ricordi sfocati e notti insonni, emerge una scrittura che non giudica, ma osserva, lasciando così tutto sospeso.

La title track chiude il disco come fosse uno specchio rotto: riflette una generazione che fatica a crescere perché non ha strumenti, che rifiuta la noia e rincorre un ritmo che non appartiene alla vita.

Dopo aver ascoltato l’album, restiamo così con il peso di una domanda: cosa resta, quando fingere non basta più per sopravvivere?

https://open.spotify.com/intl-it/album/4B2JtDqhYk0tUsHQ2GEI7U

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