Afterhours – Padania

GENERE: alt-rock, pop-rock.

PROTAGONISTI: Manuel Agnelli, leader e voce del gruppo, Giorgio Prette (batteria), Giorgio Ciccarelli (chitarra e tastiere), Roberto Dell’Era (basso), Rodrigo D’Erasmo (violino) e Xabier Iriondo (chitarra).

SEGNI PARTICOLARI: chi consulta questo sito (e in generale bazzica l’ambiente rock nostrano, anche distrattamente) non credo necessiti di presentazioni riguardo questa band. Tuttavia, per dovere di cronaca, è giusto spendere due parole per dire che ‘Padania’ è l’album numero 10 (compresa ovviamente la trilogia in lingua inglese degli esordi) di quella che con buona quantità di numeri, fatti e qualità può essere definita come la rock band più autorevole del nostro paese. Numerosi cambi di line-up ne hanno scosso le fondamenta, ma quasi mai hanno minato pericolosamente la credibilità artistica (vacillata per altri motivi) saldamente domata dalla personalità superiore di Manuel Agnelli. Esemplare è il ritorno in formazione di Xabier Iriondo, assente su disco dai tempi di ‘Non È Per Sempre’ e che rappresenta un ulteriore motivo di curiosità e buone speranze sulla validità di un disco che è chiamato a far riequilibrare i conti dopo un lavoro a tratti avaro di guizzi come ‘I Milanesi Ammazzano Il Sabato’. Insomma il ritorno del chitarrista più istrionico e amato dai fan è una sorta di amuleto per scongiurare un ulteriore fallimento e la variazione del trend negativo che dura da ‘Quello Che Non C’È’ (2001). Insomma più che una band, oggi gli Afterhours sono un piccolo Stato di musicisti con precise e forti identità ognuna delle quali reclama uno spazio importante nell’economia delle scelte artistiche.

INGREDIENTI: altro elemento non trascurabile in sede di analisi musicale del disco è la definitiva unione alla compagine di Rodrigo D’Erasmo, la cui sapiente mano accarezza, aggredisce, modella gli archi con ammirevole flessibilità all’interno di numerosi pezzi (i più riusciti) lavorando (di concerto alla voce di Manuel) alla creazione di un impatto sonoro asfissiante e concitato, dove la concentrazione nei momenti di stasi è una continua palpitazione in attesa della deflagrazione. Come ogni lavoro di una band che da qualche periodo soffre di cali d’ispirazione o di una semplice latitanza di boccette d’inchiostro magico nel quale immergere la propria penna, ci si chiede se la produzione inedita riesca richiamare (quantomeno nelle attitudini, negli arrangiamenti, nel mood insomma) quanto di più glorioso prodotto nel recente o remoto passato. Ebbene il mood di ‘Padania è una chiara appendice di quanto fatto con ‘I Milanesi..’ sebbene lo sforzo odierno sia maggiormente orientato (in parte, come vedremo in seguito) ad un confronto diretto, frontale con l’ascoltatore. In alcuni casi ritmiche e arrangiamenti vanno in direzioni opposte per dare origine a soluzioni acide, oblique. In altri, gli impianti sono molto classicamente orientati al pop-rock dal tappeto acustico e fluttuante, che si arricchisce di elettricità ed enfasi in corrispondenza del ritornello. A fare da collante a tutto ciò è la presenza – talvolta ingombrante – della voce impetuosa di Manuel Agnelli.

DENSITÀ DI QUALITÀ: 4 anni di distanza tra un disco e l’altro dovrebbero implicare quantomeno un accurato lavoro di editing: taglio, dilatazione, selezione. Insomma di momenti per riflettere sulla tracklist, su ciò che escludere o includere c’è n’è stato. O no? Per questo non riesco a capacitarmi dell’assurda e supponente caparbietà con la quale gli Afterhours negli ultimi due dischi abbiano seguitato ad includere pezzi che definire superflui è non solo un eufemismo, ma un atto di riverente rispetto e gentilezza. Certo, è da stolti mugugnare sulle felici scelte del passato, rimpiangere le ipnotiche e strazianti suite di ‘Quello Che Non C’È’, la confortante calorosità delle scelte di ‘Ballate Per Piccole Iene’. E fermiamoci qua. Perché ciò che è successo prima del 2001 a mio parere oltre ad essere francamente irripetibile è poco o nulla affiancabile alle vicissitudini artistiche attuali. Anche solo ipotizzare di poter paragonare ‘Hai Paura Del Buio? o ‘Germi’ agli ultimi dischi, anche questo nella fattispecie, sarebbe oltraggioso e privo di qualsiasi fondamento critico. Cosa va e cosa non va, dunque in ‘Padania’? “qualcosa” e “un po’ più di qualcosa”, sono le risposte immediate. Promuovo senz’alcun dubbio le sempre più impattanti aperture e chiusure, marchio di fabbrica indelebile della ditta Afterhours. L’ouverture di ‘Metamorfosi’ è una sincopata, mutante e liberatoria concertazione di rumore e beffardo strazio, la cui ideale coda di redenzione è in ‘La Terra Promessa Si Scioglie Di Colpo’ che con una certa sicurezza posso definire come la canzone più bella che la mente di Manuel Agnelli abbia regalato dal 2005 ad oggi (a mio parere l’ultimo grande pezzo davvero memorabile è stato ‘Ballata Per La Mia Piccola Iena’). Le buone sensazioni sono quindi ampiamente ricollegabili alla prima metà del disco, con indulgenza anche fino a ‘Spreca Una Vita’ (forse il pezzo che nell’accezione più pura del termine rock e nel filtro della voce, ricorda con maggior coscienza dei mezzi il periodo più folle degli Afterhours), seppur con delle epurazioni (‘Fosforo E Blu’ messa lì giusto per ricordare che si tratta della stessa band che ha scritto ‘Siete Proprio Dei Pulcini’ ha un che di stucchevole). Canzoni come la title-track, al di là dell’ammiccamento emozionale, hanno una sapiente gestione dei tempi, un uso ammirabile della voce e una vena malinconica e disillusa dal fortissimo sapore crepuscolare, che sicuramente valgono la definizione di “classico”. Sullo stesso canovaccio anche ‘Costruire Per Distruggere’, forse ancor più efficace dal punto di vista dei testi. Il ‘Messaggio Promozionale N 1 ha un’impronta chitarristica che ricorda alla lontana qualcosa dei primi Coldplay e non sarebbe neanche male, se l’ironia saccente del testo non fosse quasi insopportabile. ‘Nostro Anche Se Ci Fa Male’ inizia a mostrare i primi segni di cedimento del disco, un pezzo fin troppo ricercato e insistente nel pathos e un testo che potrebbe andar bene, fino a quando non intervengono i backing vocals a rovinare il tutto in modo davvero misero. ‘Giù Nei Tuoi Occhi’ gira a vuoto in attesa dell’urlo del chorus, ma annoia a causa della ripetitività del ritmo e una sostanziale incompiutezza che puzza di improvvisazione dell’ultimo momento. Insomma un riempitivo bello e buono, mezzo funk e mezzo punk, nulla di significativo. La caduta completa oltre che nel secondo messaggio promozionale che in sostanza si monta e smonta da solo (molti hanno evitato di commentare questi due pezzi definendoli semplici divertissement, ma siccome sono finiti in un disco che viene pagato per intero e non al netto dei due pezzi, allora è giusto giudicarli negativamente), si ha con ‘Io So Chi Sono’ cantata in modo insolito ma fascinoso su una base arrangiata in modo fastidioso che vira sul noise e quasi decolla col passare dei secondi grazie alla linea di chitarra che si aggiunge nel finale, per poi precipitare definitivamente con un coro di bambini che chiude in modo sconcertante il pezzo. So che probabilmente quanto sto per dire puzzerà di snobismo anche fino all’altra parte dell’Italia, ma mi sento in dovere di parlarne sia per la profonda conoscenza e ammirazione che ho nei confronti della produzione di quella che comunque resta e resterà una delle mie band della vita. E perché i nostri lettori (specie quelli più giovani) devono poter godere di un giudizio accurato e obiettivo su quanto si apprestano ad acquistare e che magari sarà materia di riflessioni che non devono assolutamente essere condizionate dai giochini dei media peggio (e credo forzatamente) attrezzati nel giudicare questo disco. Ho letto e sentito un po’ ovunque in giro di ‘Padania’ come di un disco rivoluzionario, fra i più coraggiosi, urticanti, spiazzanti e aggressivi della carriera della band di Manuel Agnelli. Io mi chiedo su quali basi sono stati fatti simili raffronti. Mi viene da pensare che chi usa queste parole con buona probabilità circoscriva la propria conoscenza degli Afterhours a Sanremo o al duetto con Mina con un ascolto (per dovere di cronaca) al disco precedente alle suddette esperienze (‘I Milanesi..’, appunto). Oppure, costruiscono ad arte giudizi, storie e concetti ad uso e consumo del fattore ‘vendita’. Perché infilare una chitarra distorta in coda o nel mezzo di un pezzo per amplificarne gli effetti dissimulandone la semplicità (‘La Tempesta È In Arrivo’ che ad ogni modo, pur in diverse banalità del testo, non mi sento di bocciare), urlare in modo furioso per un paio di minuti (‘Fosforo e Blu’), dire “cazzo” in modo simil-rappato (‘Ci Sarà Una Bella Luce’, comunque salvabile) non porta a definire queste canzoni come “sconvolgenti” o “spiazzanti”. Allo stesso modo, con una sagace quanto sottile strategia di rappresentazione, gli Afterhours hanno delineato delle sottotracce contestuali per dare un maggior rilievo al ‘concept’ del disco che al di là delle dichiarazioni di facciata non ha la piatta asetticità dei testi di ‘I Milanesi..’ ma nemmeno una linearità emotiva che scava a fondo nelle coscienze. Certo alcuni passaggi sono notevoli (molti sono racchiusi nella già citata chiusura di ‘La Terra Promessa Si Scioglie Di Colpo’) e comunicano con efficacia il disagio dell’immedesimarsi nei valori che dominano le molteplici misere realtà che si susseguono in questi anni, ma l’intimo scalpore dell’inabilità ad espiare le colpe proprie e altrui sono espresse liricamente solo a sprazzi mentre la globalità dei paesaggi poetici sono contingenti a superfici su cui è difficile scavare in quanto troppo aride o didascaliche. ‘Padania’ pecca senza dubbio in una ovvia (vista la non più verde età della band) mancanza di urgenza artistica, nella snervante discontinuità qualitativa della scaletta (e di conseguenza nella non esuberante attrattiva al riascolto completo), nell’applicazione talvolta forzata e sistematica della ‘ricerca’ strettamente musicale che porta a soluzioni più bizzarre che spiazzanti. Tuttavia, viaggiare in compagnia degli Afterhours resta un’esperienza consigliabile, anche perché la qualità della produzione (soprattutto nella sovrapposizione dei suoni e nell’abile gestione dei momenti più elettrici dove la voce viene anche sovrastata) è eccellente, pulita, precisa. Manuel canta sempre meglio anche se in alcuni episodi dagli angoli più smussati eccede nell’enfatizzare il lato emotivo. Un disco che se fosse stato privo di diversi e pesanti passaggi a vuoto, guadagnando magari nella dilatazione dei pezzi più validi, avrebbe senza alcun dubbio lasciato una grossa impronta negli ascoltatori. Purtroppo invece la difficoltà nel conciliare l’esaltazione dei momenti più godibili ed il disappunto nel notare che tra essi ci si debba sorbire l’intermediazione di banali saggi di eclettismo, spingono più in direzione di un deterrente al riascolto.

VELOCITÀ: Alternata, forse preferibile quella meno sostenuta.

IL TESTO: “E’ un mostro l’amore, se non c’è, se non c’è nessuno che lo vuole? Muore dentro, e chi muore certo, tu sai non torna” da ‘Metamorfosi’.

LA DICHIARAZIONE: alla domanda: “I pezzi probabilmente più curiosi e inaspettati del disco: i due ‘messaggi promozionali’. Considerando quello che dicevi prima, sono una sorta di ‘satira dell’immediatezza’? Sembra che la ruvidezza acida che si sente in tutto il disco esploda in questi momenti…” viene risposto “Sì, è così. Non è facile da spiegare, ma intanto siamo comunque nell’epoca del messaggio promozionale. Qualunque cosa succeda, un bombardamento su una città del Libano, dei bambini rapiti o un’altra tragedia, alla fine ti arriva comunque il messaggio promozionale che spesso è anche in tema con quello che è successo: rapiscono un bambino e lo spot è sui pannolini. Si tratta di una satira, forse non pesante, ma ‘Padania’, come concept, vuole rappresentare anche questo tipo di situazione. Nelle foto promozionali abbiamo questi visi di cera, quasi inespressivi, come persone che non hanno né anima né sentimento. E nel disco, nel momento emotivo più alto, arrivano degli spot a rompere l’atmosfera, ma sono più simbolici che altro, funzionano in quanto tali più che per il loro contenuto. Tuttavia, il secondo, che parla della vendita di spazi promozionali su cd, il più cinico dei due, alla fine non era una brutta idea!(ride). Eravamo in dubbio se brevettare la cosa e alimentare ancora di più la provocazione: volevamo aprire un numero verde, con una segreteria telefonica, e vedere – facendo lo spot in maniera più seria di come è finito sul disco – quanta gente avrebbe creduto che gli Afterhours erano davvero disposti a vendere degli spazi pubblicitari sui dischi. Però poi abbiamo avuto un po’ paura… Paura della gente… ”, da ‘Radiomaps.it’.

IL SITO: ‘Afterhours.it‘.

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