I Hate My Village @ Santeria Social Club, Milano, 27/02/2019

Timido sold out che non era proprio così scontato e che ha lasciato molti sorpresi a bazzicare fuori dalla Santeria Social Club a Milano alla disperata ricerca di un biglietto. Una super-band di nomi che (escluso il buon Alberto Ferrari dei Verdena) possono dire anche poco agli indie-rockers più mainstream che Viterbini forse se lo ricordano solo con la maschera dei Tre Allegri Ragazzi Morti di quando era un virtuoso turnista. Gli I Hate My Village sono una perla rara della musica italiana, che si ha come la sensazione siano “una tantum”, che dopo questo disco e questo tour non sia poi così scontato poterli risentire dal vivo. Ed è probabilmente per questo motivo che un concerto del genere ha in sè qualcosa di speciale, unico, con quella voglia addosso di poter dire tra dieci anni e più “comunque quella volta a Milano, io c’ero”.

Un pubblico strano, nel quale s’intravedono facilmente volti noti di compagni di avventura – qualcuno degli Afterhours, chiacchiericci addetti a lavori, nostalgici estremi dei Jennifer Gentle. Qualcuno non ha ben idea di cosa sta per succedere, capitato lì per caso perchè fan dei Verdena o perchè trascinato da qualche amico più illuminato. La verità è che gli I Hate My Village sono una creatura mitologica indefinibile, e così anche il loro pubblico che comprende diversi casi umani (nel senso più positivo ed empatico del termine) pronti a scatenarsi sugli assoli birichini di Adriano Viterbini e sui gorgoglii in autotune di Alberto Ferrari. Un concerto che s’è potuto godere anche senza aver ascoltato con chissà quanta attenzione il disco, un ritrovo di vecchi amici da trasferta con i quali s’era girata l’Italia quando gli Afterhours erano ancora in competizione con i Marlene Kuntz, una macchina di psichedelia afro-friendly trascinante di una passione non comune.

Quattro musicisti virtuosi e capaci che, prima ancora della musica, portano sul palco una spontaneità estrema. È quasi commuovente vedere un Alberto Ferrari, celebre maniaco del controllo e spesso condizionato da una rabbia sfascia strumenti, finalmente rilassato, sguardo perso e divertito, libero di giocare con le sue diavolerie elettroniche. Un’oretta e qualcosa di concerto (avrebbe potuto anche durare all’infinito riproponendo sempre gli stessi pezzi, per quel che mi riguarda) che andava a coprire anche parte del repertorio di Viterbini, dalla sua più celebre “Tubi Innocenti”, a una “Bring It Home” che si può sempre vantare della voce straziante di Ferrari. Intenso, divertente. Un live di musica suonata davvero, un concerto fantastico che si fa forza della passione sconfinata per la musica che i quattro riescono a trasmettere – quella passione che ti fa venir voglia di vedere un concerto al giorno, di ascoltare dischi in casa tutta la sera. Insomma, una forza creativa potete e contagiosa che ci mancava da un po’ in questa strana e variegata Italia.

Foto di Vanessa Tomasin

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