Perché Sanremo è Sanremo: l’avvocato del “diavolo”

Per parlare della questione Sanremo, prendendo spunto dall’interessante articolo di Stefano, che trovate qui, devo fare un paio di premesse. La prima, è che ho gusti da persona anziana. Lo ammetto e ne vado fiera. In questa edizione di Sanremo le cose che mi sono piaciute molto sono il Soul di Davide Shorty e il “punk da balera” degli Extraliscio e Toffolo. Ma in questi giorni sto ascoltando molti altri brani in gara e il discorso seguente vuole essere per lo più privo di giudizio.

La seconda è che credo che all’epoca delle piattaforme digitali, la selezione dei “Big” di Sanremo sia diversa, rispetto al passato. Una volta un Big doveva avere un certo numero di dischi venduti, mi pare di ricordare. Oggi, invece, artisti che hanno già milioni di ascolti, a volte sono noti solo a un pubblico specifico. Questa “contraddizione” è una premessa importante perché c’informa che anche chi non è “famoso”, ha già un prodotto definito e conosciuto. Deve, allora, confermare le aspettative di una consolidata fanbase e riuscire ad arrivare allo stesso tempo al pubblico generale di Sanremo, con una sola canzone. Che, per un diciottenne, è difficile.
Con questa premessa, non mi stupisce che negli anni, pur essendosi il Festival avvicinato alla realtà musicale che c’è “fuori”,  gli “esperimenti” siano stati sempre meno e che artisti meno conosciuti anche molto bravi abbiano portato cose assolutamente orecchiabili. Deve funzionare nel breve termine, prima di tutto, per arrivare ad un pubblico più ampio possibile.   

Allora arriviamo a Sanremo 2021 e ai Måneskin. Band giovanissima che ha costruito la propria fanbase in un seguitissimo talent show basato sulle cover. Ha all’attivo un paio di singoli e due album, uno di inediti. Una cura dell’immagine studiatissima, come tutti. Negli ultimi anni ha collezionato sold out e continua a farlo nei pre-booking delle date future. Guardo con molta diffidenza a chi a Sanremo si aspettava una forma di “rivoluzione” da una band di ventenni con questo background e che fino a ieri già spopolava abbondantemente nelle radio nazionali. E quindi sorrido ai gridi di gioia di chi “ha vinto il Rock”, ma quelli li capisco.

Chi proprio non capisco, è, al contrario, chi per criticarli tira in ballo i Led Zeppelin o li etichetta come in ritardo di 40 anni. Sembra che questi discorsi, ricorsivi, arrivino sempre da noi dell’ “indie”, e trascurino sempre il contesto e la qualità. Contesto, Festival in cui la metà dei cantanti in gara o assomigliava a qualcos’altro o non reggeva il palco.  
Per la qualità, facciamo un paragone paradossale con altri giovani, ad esempio Madame e Fulminacci. Con gli stessi criteri, si potrebbe buttar lì una provocazione, per la prima chiedendosi quanto scrivere e cantare con l’autotune su grandi arrangiamenti e produzioni fatte dai soliti nomi possa mai essere definito originale oggi; per il secondo scomodando De Gregori, ma anche tutta la scena cantautorale romana dagli anni ‘00 in poi. Eppure, queste considerazioni vengono messe (giustamente) da parte e prevalgono altri fattori: la bravura, gli spunti, l’età, la capacità di tenere il palco. Qualità che nessuno può negare. E poi parliamo di “percorsi” diversi. Ma a vent’anni io direi che il percorso è relativo per tutti.

Ora, i Måneskin hanno tutto da dimostrare. Ma nulla toglie il fatto che siano maledettamente bravi e questo accanimento basato sul genere musicale, che viene sempre a prescindere dalla qualità di ciò che si vede e si sente, è qualcosa che ha radici molto più lontane. Ma i discorsi del prodotto preconfezionato non possono solo essere tirati in ballo quando il genere è il rock o qualcosa che ci assomiglia, soprattutto non in una realtà musicale dove anche gli artisti “indie” più quotati sono in mano alle major o fanno i featuring coi produttori famosi, vince chi paga di più per entrare nelle playlist di Spotify, Dardust rifornisce di arrangiamenti metà dei cantanti italiani, Manuel Agnelli è un giudice di X Factor e Alessandro Raina scrive testi per Fedez e la Michielin.

E poi non possiamo lamentarci della scarsa qualità delle performances che si vedono a kermesse come Sanremo, se poi siamo i primi a non dare riconoscimento a chi sa suonare, solo perché viene da un talent o perché “sa di vecchio”. Il rischio è di estendere discorsi simili anche a band e artisti underground che fanno fatica ad emergere per dare spazio al Fasma di turno, perché il suo sound fa più figo (e vi assicuro che questo succede a tutti i livelli). Dopotutto, se una cantante di 86 anni figura meglio dei giovani, il problema forse non è di chi la elogia, ma di chi seleziona alcuni giovani.

Qualunque sia il futuro dei Måneskin, o la nostra rispettabilissima opinione su di loro, secondo me non possiamo rimproverare, giusto a loro, la mancanza di rivoluzione e giudicarli con gli stessi criteri di questa deriva dell’ ”underground di moda” che invece dovremmo combattere per il bene di altre realtà.
Per dirla con le parole di Beatrice Antolini, “ben venga la gente che suona”. Se poi è solo un prodotto, sparirà. Ma insomma, si metta in fila.

E allora, qualche giorno fa sostenevo che è un errore cercare le rivoluzioni a Sanremo e qualcuno, che su questo aveva ragione (anche se io mi riferivo al presente), mi rispondeva che non è vero, che di rivoluzioni ce n’erano state, ad esempio Tenco.
Poi è venuto un altro e mi ha insultato in Piemontese senza motivo, ma questa è un’altra storia.

Ma proprio di Tenco, mi è venuta in mente una canzone.

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