The Cleopatras: che gli anni ’90 non sono passati

Che alla critica sociale oggi si unisce la crisi dei sentimenti e dell’amore. Che poi si parla di fuzz e di rock e di punk e di forme che comunque richiamano il santo pop di noialtri. Sono le The Cleopatras che tornano con un disco denso di ruggine e severi contorni poco disposti al perbenismo della pubblica piazza: “Heart Pieces” sfoggia il veleno ma anche il gioco, sfoggia il sex appeal ma anche la provocazione sociale… non poteva essere diversamente. E poi le featuring degli Animaux Formidables nel brano “Bangs in your head” (decisamente in linea con il suono e lo spirito) e una meno prevedibile “Amore narcotico” con i Meganoidi che rappresenta forse il momento più “punk-pop” del disco. Ma sono sempre loro… che la sensibilità femminile non ha eguali in quanto ad efficacia, anche in seno al pensiero critico.

C’è un particolare che mi colpisce: si passa dal punk alle dolcissime ballate dei tardi anni ’60… è il disco della maturità? Che significa: spazio a ciò che siamo e non a ciò che dobbiamo far vedere?
Non so se possiamo parlare di maturità o di apperenze vs autenticità, ma senza dubbio questo lavoro rappresenta per noi un’evoluzione reale, sia dal punto di vista musicale che dei contenuti. “Heart Pieces” nasce da un percorso che ci ha portate ad aprirci a sonorità più varie e a entrare ancora di più dentro noi stesse. Per la prima volta abbiamo sentito il bisogno di portare anche una parte più intima e personale. La cosa nuova è proprio questa convivenza: riuscire a far stare insieme rabbia e tenerezza, disincanto bisogno di conforto. Appunto, ciò che siamo in tutte le nostre dimensioni, sia quelle che normalmente sveliamo che quelle che fino ad oggi ci siamo tenute per noi. Per esempio in “Radical Kitchen” c’è una rivendicazione dell’imperfezione come atto di resistenza, soprattutto contro le aspettative oppressive rivolte alle donne.

In particolare mi colpisce molto proprio “Deep Night (Lullaby)”… sono i riverberi a regalarci un certo scenario anche distopico… che legame avete con gli anni ’80?
In “Deep Night (Lullaby)” volevamo proprio creare un’atmosfera sospesa, quasi ipnotica, tra sogno e inquietudine. I riverberi, le voci più leggere, tutto contribuisce a costruire un paesaggio emotivo notturno che può risultare anche un po’ straniante. Con gli anni ’80 abbiamo sicuramente un legame, anche se non diretto o dichiarato. Alcune sonorità ci arrivano in modo naturale, da tutto quello che abbiamo ascoltato nel tempo. Questo pezzo ad esempio è stato influenzato anche dal “sitar beat” di Ananda Shankar degli anni 70. Ci piace che dentro un disco possano convivere riferimenti anche lontani tra loro, senza dover scegliere una sola direzione.

Posso capire gli Animaux Formidables dentro le trame di questo suono… ma i Meganoidi?
È proprio questo il senso del disco: ha tante facce, e volevamo che anche le collaborazioni rispecchiassero questa varietà. Gli Animaux Formidables si inseriscono perfettamente nel lato più ruvido e viscerale. I Meganoidi invece portano un’altra energia: più melodica ma allo stesso tempo intensa. “Amore narcotico” gioca molto sulle dinamiche emotive, e la loro presenza ha aggiunto un colore diverso che ci interessava molto.

E dunque per voi cantare in italiano? Che sia anche un cambio di rotta per il futuro?
Ci piace sperimentare: anche nei dischi precedenti abbiamo inserito brani in italiano o in francese. L’italiano, essendo la nostra lingua madre, ci permette di esprimere in modo più diretto e profondo idee, sentimenti e sfumature anche molto sottili. Allo stesso tempo, l’inglese rimane per noi la lingua più naturale per il rock’n’roll, e infatti la maggior parte dei nostri brani è in inglese. Non lo vediamo come un cambio di rotta definitivo, ma come una possibilità in più: ogni pezzo trova la sua lingua.

In vinile, CD e digitale. Però con qualche particolare che in streaming non troviamo. Bella scelta: ci raccontate di più? Secondo voi il disco sopravvive e sopravviverà?
Nel vinile e nel CD abbiamo inserito anche due tracce uscite nell’EP digitale dello scorso anno, perché lasciarle solo lì ci dava la sensazione che potessero andare un po’ perse… Per quanto riguarda il futuro del disco, pensiamo che sì, sopravviverà, ma in una forma diversa. Il supporto fisico non è più lo standard dominante, però sta diventando sempre più un oggetto da collezione, quasi affettivo. Il vinile in particolare ha una dimensione unica: il suono, il rito, la copertina… è un’esperienza che lo streaming non può sostituire. Lo streaming è fondamentale per la diffusione della musica, ma il formato fisico resta qualcosa di più tangibile e intimo. Probabilmente continueranno a convivere, con ruoli diversi.

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