Roccia Ruvida: Matteo Castellano

Beh devo dire che la sua onestà disarma ogni intenzione caricata a pallettoni. Ero partito con il piede furente e invece devo ricredermi e levarmi il cappello. Segno di grande vissuto e sicuramente di chi ha consumato la scena in lungo e largo prima di “ridicolozzirla” con intelligenza. Matteo Castellano sfoggia un disco dal titolo “Come un matto sano” e dentro ci rivediamo Jannacci ma anche Gaber ma anche il pop demenziale ma anche quello impegnato. E sempre se ne avete voglia, andate oltre le ironiche allegorie del matto, che in fondo c’è troppa verità scomoda da tener lontano dalla pubblica piazza. E vi parla il figlio di un milionario… niente di “nuovo” dentro un disco così fortemente identitario e personale.

Che dire: lodevole il fatto che il figlio del milionario non voglia approfittare di scorciatoie (che poi inevitabilmente si attivano lo stesso), ma cosa mi dici dell’agio che noi altri non potremo mai avere? E cioè di quell’immenso paracadute contro i fallimenti?
Chi ti dice che io non voglia approfittare delle scorciatoie? Le scorciatoie che mi si sono presentate quando ero un giovane di belle speranze sono sempre state troppo difficili da percorrere, ho sempre fatto confusione e sprecato molte occasioni buone che si sono presentate negli anni. Insomma, fallire ho fallito anche io e più di una volta. Non è facile per nessuno la vita. È vero che ho un paracadute ma ho portato l’aereo (il mio jet privato, s’intende) talmente in alto da rendere pericoloso il salto. Infatti se da un punto di vista economico posso essere paraculato e non rischiare la rovina dedicando il mio tempo all’ arte e a mettermi in gioco, da un punto di vista intimo nessuno può proteggermi e la mia scelta con questo disco è stata quella di mostrarmi vulnerabile senza nascondermi e senza difendermi. Il disco è la confessione delle mie vergogne e delle mie paure. Altro che paracadute.

Da un figlio di un milionario mi sarei atteso però un progetto realizzato con una cura tecnica e compositiva decisamente più alta. Quanto meno i soldi per farlo non mancavano… non pensi che avere le possibilità e non usarle sia una mancanza di rispetto per chi vorrebbe averle e deve accontentarsi?
In passato ho avuto produttori che hanno investito su di me e nei miei dischi hanno suonato alcuni tra i migliori musicisti di Torino eppure c’era sempre qualcosa che mancava a livello di energia, di anima. Sentivo l’ esigenza di affidarmi a qualcuno che avrebbe trattato le canzoni per tirarle fuori nella loro essenza e non per mettere in bella mostra le proprie capacità tecniche. In questo ho scelto la persona giusta, il mio amico Puso, che pur avendo uno studio di registrazione spartano, ha tenuto una grande attenzione al lavoro per tutto il periodo delle registrazioni e del mix e infatti il livello di energia che sento nel disco mi soddisfa pienamente così come la cura compositiva delle musiche di un lavoro che io ho voluto esplicitamente sporco e sbagliato. Non mi sono accontentato, ho scelto il meglio che potevo in maniera istintiva.

E tra queste mancanze estetiche che il figlio di un milionario poteva curare è certamente l’aspetto visivo: perché non c’è un video?
Su questo ti do ragione, la pubblicazione di immagini a me crea sempre un po’ di stanchezza e confusione. Come se avessi paura della mia identità. È uscito però un bel video live della canzone ma un videoclip non l’ ho ancora affrontato. Non amo i videoclip perché tolgono l’attenzione dal film che si fa nella testa uno mentre ascolta una canzone. La copertina del singolo invece mi rende felice, ci sono dei bambini di spalle che mi guardano suonare e io ho addosso una giacca un po’ seria. È il punto di vista dell’ innocenza su un argomento così controverso e grigio.

Domanda su Spotify ma ad un figlio di un milionario forse arriva poco. Come a dire: tanto lavoro e impegni e fatica e sacrifici per poi regalare tutto a tutti con un semplice click. Non trovi che sia un paradosso? Insomma: come vedi la condivisione della musica dentro i canali di streaming?
Eh, i tempi sono così. Io non ho la forza di oppormici. Forse che da figlio di milionario io sia contento del capitalismo, dei risultati a cui il progresso tecnologico ci ha portato? No. L’industria musicale lavora con l’intelligenza artificiale e probabilmente investe in armi. Il feticcio discografico che noi continuiamo a fare ci serve per comunicare la nostra idea di musica, fare arrivare un po’ di bellezza, un qualcosa agli altri a distanza di spazio. Avrei potuto tenere il disco più privato e condividerlo solo con i conoscenti, ma la sua natura confessionale esigeva una pubblicazione e un mettersi in gioco. Prima che per soldi per fare arrivare un esempio. La discografia ai tempi è nata perché c’era un mercato, per quel che mi riguarda è solo una parte del processo di fare musica. Se un artista da a Cesare quel che è di Dio e poi si lamenta che Dio non gli fa arrivare quel che è di Cesare è un cretino.

Torniamo seri per favore :))) grazie di cuore per esserti presto al gioco di queste domande spigolose. Questo brano campeggia dentro un disco dal titolo ancora già allusivo e affascinante: “Come un matto sano”. In generale mi metti di fronte al paradosso di come i problemi siano profondamente connessi alla ricchezza alle volte e che la normalità passa anche dentro le dinamiche quotidiane che investono tutti, ricchi e poveri… cosa ne pensi? Che scopo ha dunque questo brano, questo disco?
L’inferno sono gli altri come ha detto Sartre. Il povero da subito e il ricco prima o poi sono costretti a un confronto con gli altri che vorrebbero naturalmente evitare, il rischio è quello dell’esclusione, di essere additati come fuori dalla norma, e qualunque pretesto è buono per bullizzare qualcuno, per escluderlo. La dinamica dell’auto-escludersi di questi tempi è diffusissima, la banda su cui viaggia la paranoia è veramente larga e la nostra connessione ad essa è devozionale. Io purtroppo non sono un’eccezione. Con questo disco ho fatto un auto provocazione ad uscire dal mio guscio, offrendo queste canzoni molto personali come specchi in cui uno può vedersi e magari tranquillizzarsi anche un po’ per certe cose che gli danno spavento, vergogna o risentimento, in breve paure. Ma l’ho fatto innanzitutto per me, per vedere se avevo il coraggio e per riconquistare la pista della mia sincerità artistica. Potremmo ribattezzarlo: tappatevi il naso perché ho forato quel pallone gonfiato del matto sano. Grazie a te per l’interessamento e per l’insidia delle tue domande.

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