Roccia Ruvida: i Folkatomik

Che dire? Niente da eccepire dentro le righe di queste risposte alle nostre solite domande acide e scarsamente polemiche se non fosse per qualche argomento scomodo quasi per antonomasia. Difficile smontare (o spostare come userà dire un grande come Li Bassi) l’equilibrio stabilissimo di artisti di lungo corso. E troppo spesso, anzi sempre, una solida struttura caratteriale e artistica nasce sempre dopo un’altrettanta solida consapevolezza culturale. Sono i FOLKATOMIK, ovvero Franco Montanaro, Oreste Forestieri e Valeria Quarta che appunto si mescolano all’esperienza e al suono del chitarrista e producer elettronico Li Bassi. Dal nord di gelidi pregiudizi pescano la cultura sudista del nostro antico tempo popolare, dei canti, delle litanie alcune esportate alle nuove generazioni solo grazie il “passa-parola”… e a questi canti hanno dato nuova vita e nuovo suono. Non solo i tanti strumenti della tradizioni, veri e veramente suonati, ma anche l’elettronica a corredo. Un mix micidiale per il gusto e per l’energia che… come dire… sposta davvero. E noi come al solito proviamo a insidiare l’equilibrio… ma questo giro abbiamo un muro solido di carattere e maturità. Incasso la sconfitta e vi ringrazio per questo disco, “Polaris”, esordio intelligente, credibile e assai gustoso firmato dai Folkatomik.

Che dire: un disco come questo mi porta in balia della ragione. Come dire: ripeschiamo dal passato che nel futuro non c’è granché?

Quizas, quizas, quizas….;-) Io provo ad occuparmi del presente… a volte ci riesci a volte no. Se sbagli? È già passato… si va avanti.

Il passato lo concepisco solo come bagaglio di ricchezza, se dovesse diventare un dogma allora abbandonerei il tutto molto velocemente, così come il futuro non deve essere una metà fissa, un miraggio… è la qualità della musica che non passa di moda, tutto il resto dura poco. È lì che si cerca la strada, una volta ci riesci, nove no…pace!

(Li Bassi)

E l’elettronica scelta, usata e programmata, non è uno smacco (in negativo) ai tanti suoni suonati con la fatica e l’esercizio delle mani?

Mah…dopo tanti anni di “esercizio delle mani”… in conservatorio ci si può concedere una nuova strada e vedere se lì, si ha qualcosa da dire. Gli anni di palestra sono finiti, ora cerco ispirazioni in tutto quello che mi circonda, effetti, campionature urbane, strambi cordofoni ecc…

La fortuna di avere una formazione “classica” ti permette di fare tutto più velocemente, ma non direi sia l’unica strada possibile… dagli artisti che amo mi aspetto sempre di essere spiazzato e dire: “Ahhh perché non l’ho fatto io?” . Quindi che usi mani, tasti, orecchie o stuzzicadenti non mi importa.

Basta mi sposti!

(Li Bassi)

Che poi i testi che parlano di antiche dinamiche, come pensiate diventino credibili colorati da suoni computerizzati?

Non abbiamo bisogno di renderli credibili, lo sono già, sia che siano accompagnati dall’elettronica che da un battito di mani. Sono credibili perché le dinamiche narrate nei testi che usiamo non sono per niente lontane dall’oggi, è questo il bello e il brutto di certe storie, che finché non cambia il genere umano certi testi (ahimè) rimangono sempre attuali. Se oggi cantiamo ancora “Bella Ciao” è perché vogliamo ricordarci da dove veniamo o perché il fascismo in fondo non è mai morto?

(Forestieri)

La contaminazione… sicuramente un elemento importante. Ma ci si può contaminare di qualcosa come l’elettronica che non appartiene a nessun DNA sociale? Di cosa ci contaminiamo? Di computer?

Ho un cognome siciliano ma sono nato a Torino, un computer americano ma assemblato in Cina, uso un software tedesco con macchine giapponesi, amo il sud America e mangio orientale… direi che il DNA sociale ce lo creiamo facendo delle scelte. Quindi vale ancora il vecchio adagio: una bella canzone è bella su un pianoforte sia verticale che orizzontale..

Per i trattati ci sono i musicologi 😉 noi andiamo in giro a suonare il resto si vedrà.

(Li Bassi)

Per chiudere come sempre abbassiamo l’ascia di guerra e torniamo sulla retta via. Perché “Polaris” sembra davvero un disco bi-lingue dalla doppia faccia. La storia e la memoria, il futuro e i nuovi linguaggi. Avete rispetto tantissimo la melodia e anche quel certo modo di cantarla e di suonarla. L’elettronica poi ha avuto il pregio e la maturità di non sostituire e non violentare nulla. Come ci siete riusciti? Avete posto dei limiti, avete adottato un metodo di produzione… come?

Le regole che ci diamo (qui credo di parlare per tutti) sono:

Se funziona non lo toccare

Se non funziona buttalo

Per fortuna i musicisti (Quarta, Forestieri e Montanaro) hanno grande esperienza nel mondo del folk quindi abbiamo mediato per molto tempo fra stravolgere e proteggere. Ci sono binari ritmici o melodici che, se esasperati, perderebbero la loro efficacia…allora una volta individuato cosa non “toccare” si aprono praterie vergini per giocare con l’elettronica..

Un po’ pazzia, un po’ fortuna, un po’ faccia da culo… e si va avanti!

(Li Bassi)

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