Interview: Dario Naccari

Ciao Dario, piacere di conoscerti. Allora come prima cosa ti chiediamo di parlarci un po ‘di te e della tua musica.

Ciao a tutti, il piacere è tutto mio.
Sono un cantautore che cerca attraverso i propri testi di mettere in risalto la bellezza che ci circonda. Ho suonato con una rock band (Demomode), ho fatto delle belle esperienze in teatro, con la prosa e con i musical, ho sempre continuato a studiare ed ad arricchire le mie competenze fino a diplomarmi in Musicoterapia. La mia musica è il risultato del bagaglio delle esperienze che mi hanno portato fin qui.
Mi piacciono il rock, il blues, il folk ed i cantautori italiani.

Hai scelto un sound molto particolare per il tuo brano Grosso Frenk e ti chiediamo, appunto. Come mai hai scelto questo indie-folk? Ci piace l’idea che non ricerchi le mode.

Per ricercare la bellezza spesso bisogna astenersi dal seguire le mode.
E’ vero che la bellezza è un dato soggettivo, ma io mi riferisco a quella che brilla dall’interno, che dell’estetica ne fa un valore aggiunto e non il pilastro principale.
Dai suoi esordi la musica folk prende questa direzione, mette al centro della canzone il testo ed il suo contenuto. E’ il primo esempio di musica popolare attraverso il quale il cantautore o cantastorie poteva raccontare le proprie emozioni ed ideali agli altri, e magari riaccenderne la sensibilità.

A proposito di mode, hai lavorato nel mondo del teatro come mai hai scelto poi di prendere la strada definitiva del cantautore? 

Per quel che mi riguarda nessuna strada è definitiva, poiché tante volte mi è capitato che queste arti si incrociassero l’un l’altra.
Mi diverte è mi gratifica vedere come questi sentieri creativi riescano ad alimentarsi tra loro, e mi faccio attraversare da questo flusso, quasi come se io diventassi semplicemente il mezzo attraverso il quale le arti possano esprimersi.

Ti va di dirci quali sono i tuoi 5 dischi di sempre? magari riesci a collocarli anche nell’arco temporale della tua vita? se hanno rappresentato un momento specifico.

Da ragazzino ascoltavo principalmente rock straniero, Led Zeppelin, Deep Purple, AC/DC, quelli che pestavano di più in Italia negli anni 90 erano i Litfiba e i Timoria che più avanti, neopatentati, ci saremmo ritrovati a cantare a palla con gli amici sulle nostre auto che cadevano a pezzi.
Poi il rock’n’roll di Buddy Holly, Elvis, Jerry Lee Lewis, fino ad approdare ai Beatles.
Con Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band ho stiracchiato bene le mie corde vocali.
Lucio Dalla con Automobili mi catturava per la sua capacità descrittiva e gli arrangiamenti spiazzanti. Nel 2010 arrivava El Camino dei The Black Keys che ci faceva pensare che il rock non fosse morto. Ed in questi ultimi anni ho iniziato a scavare nelle discografie di artisti come Graziani, Fossati e Concato.

Hai un passato in una band, giusto? com’è stata come esperienza?

Un’esperienza molto stimolante e di grande crescita; abbiamo fatto qualche tour in Italia, vinto dei premi, e abbiamo portato anche la nostra musica in un festival dei Paesi Baschi.
Siamo cresciuti insieme con un grande entusiasmo e ci sentivamo davvero bene, poi ognuno ha deciso di prendere i propri percorsi artistici, ma siamo tutt’ora dei grandi amici.
Anzi dei super friends.

sei al lavoro su un disco insieme ad Alosi del pan del diavolo, avrà sempre queste influenze indie-folk?

Abbiamo iniziato con il piede giusto, e in queste sonorità ovviamente ci troviamo a nostro agio, ma di strada da fare ancora ne abbiamo. A settembre torniamo in studio per continuare il lavoro su altri brani; come sempre metteremo al centro la canzone e ci faremo guidare un pò dalla narrativa e dalle nostre sensazioni.

Cammineremo sui binari del folk perché abbiamo delle storie da raccontare, ma cercheremo di contestualizzarlo a modo.
Non vedo l’ora di raccontarvi altre storie! A prestissimo. 


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